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Non arrendersi (in un pigiamino scoordinato)

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La disoccupazione rende il mio umore fluttuante.
Me ne sto rintanata a Trento ad aspettare che delle idee interessanti si formino nella mia testa, a mandare domande di lavoro, studiare bandi, report e libri di varia natura.

Dopo anni di sedentarietà, giustificata con gli impegni universitari, ho ricominciato a correre e ad andare in piscina. Mi pare che aiuti, o per lo meno che compensi le serate consumate attorno a birre economiche e strumenti musicali suonati male.

Non passa giorno senza che mi trovi a constatare che il mio problema, a conti fatti, è sempre stato avere troppe passioni in contemporanea, ed essere volubile. Aspiro a conoscere tutto degli ambiti che catturano la mia attenzione, ma il completismo non è mai stato il mio forte. Questo fa di me una buona conversatrice da salotto, ma si traduce in un curriculum vitae schizofrenico e in potenziali datori di lavoro che dichiarano di non comprendere il biforcarsi della mia storia.
Ad esempio, sono ormai otto anni che mi viene chiesto perché non ho studiato Lettere. Ogni volta io rispondo che la ricerca sociale era il mio inevitabile approdo. Senza la mia formazione sociologica non sarei mai arrivata ad edificare Soft Revolution con le mie amiche, ma questo non è così automatico da comprendere.

Se non ricordo male, l’aveva detto già Durkheim nel 1893 (ne La divisione del lavoro sociale), che i processi di specializzazione tipici della modernità avrebbero portato a vantaggi non da poco (in ambito industriale, ad esempio) e a crisi esistenziali assai colorite, nelle persone come me. Io vorrei altre sei o sette vite per fare tutto quello che mi piace, senza dover sacrificare nulla, e portandomi a casa i soldi per campare dignitosamente.

Poi, certo, spesso capitano le giornate oscure, in cui mi pare di non saper fare niente, perché ho studiato una cosa che sul mercato del lavoro italiano viene valutata poco, o perché la mia esperienza editoriale è asistematica, ufficiosa. Ciononostante non sono capace di stare ferma, e allora tra un progettino e l’altro capita che mi vengano delle idee belle, magari mentre sto andando all’ufficio postale a spedire delle fanzine o facendo lo slalom di corsa tra i vecchietti che passeggiano prima di cena.
Quelli sono i momenti in cui riesco a scrollarmi di dosso la falsa impressione di apparire già arresa (principalmente perché passo molto tempo nei miei pigiamini scoordinati, che poi spesso sono vecchie magliette di band tanto amate), e in cui le mie plurime passioni trovano un equilibrio e una loro reciproca sensatezza.

L’ultima idea alla quale sto lavorando e che vorrei trasformare nella base di un impiego vero ha a che fare con Soft Revolution e il mio eterno ritorno agli spazi e alle esperienze associati agli anni della scuola dell’obbligo (medie inferiori e superiori in particolar modo).

Insomma, io ci provo, almeno per un altro po’, perché voglio essere sicura di aver tentato ogni singola via, prima di spostarmi altrove.

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