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You’ve got everything Now (2/2)

Come ai bei vecchi tempi:

As merry as the days were long

I was right and you were wrong

Post Rimosso.

But did I ever tell you, by the way ?
I never did like your face
But you’ve got everything now
You’ve got everything now
And what a terrible mess I’ve made of my life
Oh, what a mess I’ve made of my life

[Gang of Four “Not Great Men”]
[Neutral Milk Hotel “Communist Daughter”]

You’ve got everything Now (1/2)

L’estate si è definitivamente chiusa, perché prima di uscire la sera ci portiamo dietro una felpina. Io sono così morta dentro che userei la mia gatta più affabile come sciarpa, ma ho paura che fugga e venga investita.

E’ un periodo in tutto e per tutto straziante. Siamo stati dieci giorni ad Amsterdam e abbiamo goduto di ogni dettaglio. Poi altri quattro giorni a Parigi per il Rock en Seine, immersi nel fango.
Ora rimembro tutto ciò, bevendo succo alla pera, che è la mia droga, e per poco non cado a terra sibilando imprecazioni varie.
Baldra ed io abbiamo consolidato il nostro rapporto. Ora sappiamo con certezza che è necessario andarcene al più presto da qui. Fanculo l’università. Fanculo gli amici, o presunti tali. Fanculo tutto.
Da quando sono tornata sento rabbia allo stato puro dentro il mio stomaco.
Faccio a pezzi i giornali. Persino Repubblica.
Mi innamoro delle piante, ma non le so gestire.
Sono continuamente da scossa da istinti omicidi.
Tendo a stordirmi fin troppo frequentemente con l’alcol, cosa che sono arrivata a deplorare, perché a Vicenza è ancora paurosamente fashion, in quanto va a sostituire cose pregevoli come i concerti dei Comaneci.

Questa sera nella mia ridente città suonano gli Zero Assoluto.
Sento la puzza di eccitazione infantile nell’aria.
Qualche giorno fa invece ci recammo alla sagra di Sant’Andrea, senza sapere quale fosse il programma della serata. Poggiammo i nostri piedi sul noto asfalto e per poco non vomitammo.
C’erano i Vanilla Sky. Ovviamente tutte le giovini beriche che siamo soliti osservare in centro erano lì, in tenuta emo. Tutta la città era lì, dato che da noi in media c’è un “evento” a settimana. C’era addirittura chi osò dire: mi fanno schifo gli emo, però oggi mi sono vestita così per ridere. Ah Ah Ah.
Quanto sto ridendo!
La moda emo ha inebetito il mio popolo. Quest’estate pare si siano tutti tinti i capelli di nero, ma dubito fortemente che abbiano mai ascoltato il genere da cui proviene quel look.
Io odio gli emo. Rubano frammenti di mode da altre categorie umane. Mi impediscono di portare i miei vecchi vestiti. Infestano il mio bar, il mio quartiere, la mia biblioteca, la mia università.
Vedere degli adulti che pagavano la bellezza di cinque euro per assistere ad una tristissima performance dei Vanilla Sky mi ha quasi spinta alle lacrime.

Ieri volevo uccidere Baldra, forse perché lo amo e non voglio che soffra.
Forse perché tutta questa quiete mi disturba.

Non avrò pace finché non me ne sarò andata all’estero.

[The Flying Burrito Brothers “Down in the Churchyard”]
[The Slits “Typical Girls”]

The Lazy Sunbathers

feat_schiele_306x400.jpgTalvolta mi fermo a riflettere e ricerco nella mia memoria il preciso istante in cui gettai le basi di quello che sono ora. Il momento di radicale mutamento in cui inconsapevolmente scelsi di martoriare il mio spirito fuori di casa e di nutrirlo di ambrosia entro i confini della mia collezione di libri e dischi.
Quando mi imbatto in una qualche giovine berica dallo sguardo brioso e osservo frasi di disprezzo per i libri e per la musica articolarsi sulle sue labbra provo smarrimento, terrore. In terra vicentina, come ben saprete, c’è ben poco da fare. Si può guardare la tv, andare a Sant’Andrea a non fare nulla, ascoltare cinquecento volte di seguito la stessa canzone di Rihanna e poco altro. D’estate poi, se non si è muniti di patente, è la morte.
Non molto tempo fa mi recai a Sant’Andrea e notai i cambiamenti nella fauna locale. Nuovi corpi bambineschi avevano gettato radici in quella che è in tutto e per tutto una prigione. Una volta che entri a Sant’Andrea ogni brama di vita esce dal tuo cervello e resti per sempre lì, sui gradini della chiesa, a parlare del nulla.
Tra la novella gioventù c’erano due bimbe. Erano bimbe dalle tettine infantili, dedite compulsivamente al fumo come espediente per sembrare grandi. Dicevano cose assurde, ridevano di cose assurde. Una delle due era una bimba apparentemente normale, biondina, carina. L’altra sfoggiava svariati piercing, indossava una maglietta fashion di Sid Vicious e millantava ardita conoscenza degli Stooges.
Le osservai per parecchio tempo, sconvolta dalla loro audacia, dai doppi sensi con cui farcivano le loro frasi, dal modo in cui si atteggiavano a “sono rincoglionita dunque dovresti scoparmi”.
Successivamente la mia amica Irene mi rivelò che quella sera, prima che io arrivvassi, le bimbe stavano parlando del mio libro.
Non osai approfondire.
Mi limitai a contemplare il vuoto che si stava librando attorno al mio stomaco, che si espandeva fino a fagocitarmi, che mi insonorizzava.
Spesso dubito della mia produzione. La chiamo produzione per non chiamarla opera. Sarebbe troppo.
Ma ci sono anche le bimbe che stanno tutto il tempo connesse a msn e cestinano i loro anni peggiori intrattenendo riprovevoli conversazioni con gente lontana centinaia di chilometri, con ogni probabilità boara.
Personcine leggiadre dalla ricettività nulla, che vedono la beltà sono in quello che viene proposto dal demiurgo mainstream.
Le osservo e mi domando come possano privarsi della sindrome di Stendhal, del sublime senso di smarrimento che ti assale quando finisci di leggere un grande libro.
Tutte le volte in cui, per qualche strano motivo, sono stata chiamata per andare a parlare con gli studenti di scuole medie e stuperiori non ho potuto fare a meno di insistere su questo punto: affermare che i libri sono noiosi, in quanto formato desueto, è assurdo.
Nei libri, così come nella musica, nel cinema e nell’arte in genere c’è una risposta alle esigenze di ogni singolo individuo presente sulla faccia della terra.
Internet rende tutto vicino, comodo, raggiungibile. Il punto è che molti quindicenni del 2007, che conoscono internet dall’infanzia, ne sono stati una vittima. Per qualche strano motivo si sono semplicemente rincoglioniti come dei pezzi granito anziché scaricare gratis qualche disco decente. Tutto ciò non è folle?
Mi osservo impazzire mentre cerco album dimenticati che non sono reperibili nemmeno online e nel frattempo c’è ancora chi scarica Rihanna e la ascolta in ripetizione, mentre la passano alla radio settecento volte al giorno, mentre i suoi video infestano la tv.
C’è qualcosa di sbagliato in tutto questo.
Allo stesso modo è sbagliata l’imminente riapertura del Totem, agorà per deficienti, su cui sparerei a volumi mortali le sublimi parole di Moz.
Che dire poi del programma di concerti proposti dal comitato No Dal Molin? Rivoltanti, come sempre in queste occasioni. Ma di questo parleremo un’altra volta.

“Ordinary boys, happy knowing nothing
Happy being no-one but themselves
Ordinary girls, supermarket clothes
Who think it’s very clever to be cruel to you

For you were so different
You stood all alone
And you knew
That it had to be so
Avoiding ordinary boys
Happy going nowhere, just around here
In their rattling cars”

In conclusione consiglio la consultazione di questo pregevole ed illuminante post di Leonardo sulle cattive letture.
[Morrissey “The Ordinary Boys”]
[Rachel’s “Family Portrait”]

Paris is Burning

Immag002.jpgTra non molto sarò su uno splendido treno notturno che mi condurrà in quel di Parigi. Ad attendermi c’è il Rock en Seine.
Sono alquanto isterica poiché questo è il primo vero festival della mia vita, con tanto di tenda, probabile diluvio e via dicendo.
Una volta tornata ne parlerò sia qui sia su Vitaminic.
Se siete particolarmente interessati all’evento potrete bearvi con qualche aggiornamento in diretta qui.
Io torno martedì mattina. Nel frattempo saluti amorevoli a tutti.
Il cielo si sta incredibilmente rasserenando.
Forse perché sta accogliendo la mia amatissima Subaru M80.
Oggi pomeriggio infatti le ho detto addio.
Ho raccolto i tappettini con i teschi, i mille gadgets dell’Ikea e poco altro.
Ora Mater possiede una nuova macchina. Io mi limito a prenderla in prestito.
[St. Vincent “Paris is Burning”]

Ode alla moritura Subaru M80

Bacio il tuo parabrezza impolverato, o Subaru Merda,
mentre si avvicina inesorabilmente il giorno in cui sarai cubetto.
Ricordo quando ti portammo a casa:
Mater acquistò subito dei coprisedili carini, perché eri troppo brutta.
Immatricolata nel 1992, mi ricordi i tempi delle scuole elementari, quando nevicava e non ci muovevamo più.
Le tue minuscole ruote sono note a tutti.
Qualche mese fa ci recammo al concessionario Opel della città, e l’omino con cui parlammo, nel tentativo di ricordare le caratteristiche del tuo modello, M80, disse:
-”Oh, quella con le ruotine!”
Eppure è straordinaria la tua tenuta su strada!
Presto sarai messa fuori legge.
Il tuo motore entra nel mio portafoglio.
Sei scomoda.
Al tuo interno è impossibile praticare ogni genere di attività ludica, come giocare a scarabeo, fare sesso e ascoltare musica.
Non è raro dare testate ovunque.
Ricordi i tempi in cui i drogati psicotici del Sabotage Bar ti assalirono e piegando la tua portiera anteriore destra mandarono in frantumi il finestrino?
Fummo costretti ad ordinare il pezzo di ricambio in Austria, perché altrove era introvabile.
La gente ti guarda e pensa: “Tre porte” e aspetta che i corpi seduti davanti scendano per permetter loro di salire.
Invece tu sei una cinque porte, o tenera auto giocattolo.
Ricordi quando Beppe salì al mio fianco e con la sua usuale perspicacia disse: “Ma perché ha un volante con scritto Subaru?”
E io risposi: “Perché è una Subaru.”
Lui disse: “Credevo fosse una Fiat”.
Presi la patente un anno e mezzo fa. Il giorno stesso strisciai la tua fiancata destra sul muretto di casa.
Nessuno se la prese.
Poi ti ricoprii di adesivi, di pois verdi.
Successivamente sparirono per questioni di sicurezza.
E ricordi i tempi in cui i pulotti ci fermarono mentre tornavamo da Padova e ci intimarono di spegnere i fendinebbia?
Tu non hai i fendinebbia, bimba mia, hai solo dei fari strani che non illuminano posti dove solitamente sono situati i fendinebbia.
In autostrada oltre i 100 km/h vibri e questo mi spaventa.
Non andammo mai oltre i 150 km da casa. A volte ci abbandonasti per mezz’ore intere, in mezzo al nulla, in piena notte.
D’inverno slitti che è un piacere. Non vuoi mai partire.
Dobbiamo tenere l’aria tirata per venti minuti e poi tirarla nuovamente ad ogni stop.
Mi spaventi quando muori in mezzo agli incroci senza apparente motivo, ruggisci e non riparti.
I tuoi sedili si staccano e sono pieni di muffa. Ci sono ancora i residui di quella volta in cui Beppe rovesciò un chilo di salatini per sbaglio. Passai l’aspirapolvere, ma fu inutile.
Il tuo freno a mano è poderoso. Tiralo in corsa e puzzerai di bruciato per una settimana.
Ci divertivamo a marchiare l’asfalto a Laghetto, in Capanno, nei luoghi desolati.
Ti chiamano Suzuki, perché ti credono sfigata.
Ma sei solo vecchia e piccola.
La mia Subaru Merda.
Se fossi ricca terrei la tua carrozzeria e ti rifarei da capo.
Ma ti manca tutto.
L’impianto elettrico l’ho fatto fare io, per poter mettere l’autoradio.
Le casse me le donò Luca, perchè i suoi hanno un’officina e dispongono di molti scarti.
Successivamente tentai di metterne di nuove, ma come aveva previsto Nata, i collegamenti saltarono presto.
Questo perchè Mater usava le casse per appoggiarci sopra i sacchetti della spesa.
Non hai l’aria condizionata, l’abs, l’esp, il servosterzo, lo specchietto retrovisore destro, i fendinebbia, lo specchio per rimirarsi la faccia, l’orologio, il contagiri, le cinture di sicurezza sui sedili posteriori, il posacenere.
Mercoledì dipartirai, bimba mia.
Ti ricorderò sempre come la mia prima auto, quella che occupava meno della metà dei parcheggi del concessionario Volvo di Vicenza, senza dubbio amorevole e bastarda.
Sentirò la mancanza dei tuoi sedili che si staccano e delle cinture che segano il collo.
Con te ho provato ogni genere di ebbrezza.
Ci vediamo nell’Oltretomba.
Inoltre:
Il tragico video con con diciamo addio alla mia Subaru M80, girato da Baldra. La scarsa qualità della musica in sottofondo non è da imputare alla telecamera ma al mio autoradio.


[Verdena “Le tue ossa nell’altitudine”]

Simpsonize Me

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Buoni propositi di Ferragosto 2007: guardare i Simpsons solo ed esclusivamente in lingua originale per il resto della mia vita.

E il film (nelle sale italiane a settembre) è straordinario.
Simpsonizzati anche tu!

[Hans Zimmer “The Simpsons Theme (Orchestral Version)”]

What Would the Community Think

Amstlavandino1.jpgVerso mezzanotte e mezza ho poggiato la schiena sul mio letto.
Mater è ancora invalida, motivo per cui si è dedicata a tempo pieno alla pulizie domestiche e a letture di vario genere. So che ha buttato via qualcosa di molto rilevante, ma non ho il coraggio di guardare. Mater non fa altro che cestinare le mie cose. Non riesce a farne a meno.
La mia camera è vuota e guardarla mi fa rimpiangere lo schifo entro cui Baldra ed io nuotavamo nel nostro tugurio di Amsterdam.
La nostra casa era il simpatico l’Hotel Brian (una stella). Esso si compone di quattordici stanze le cui dimensioni sono assai limitate. I muri hanno una colorazione che varia dal grigio al giallo, le lenzuola sono ravvivate da immensi buchi, i materassi sono poco invitanti.
Baldra aveva paura di camminare scalzo.
Quello che avrebbe dovuto essere un letto matrimoniale erano in realtà due singoli, di cui uno appeso a mezz’aria. Vista la situazione precaria io e il collega optammo per una scelta revivalistica e, come siamo soliti fare in terra berica, dormimmo per nove giorni schiacciati come sardine nel letto poggiato a terra, evitando di toccare il muro e di cadere a terra.
Visitammo il visitabile, con la nostra guida del Corriere e Amsterdam – L’altra guida tra le mani, rifuggendo gli italiani, mangiando macedonie fuori dai supermercati e beandoci di ogni dettaglio.
Ci scalfimmo i piedi con un sorriso maldestro stampato in faccia, consapevoli della volatilità del piacere da poco conquistato. Scegliemmo con cura i coffee shop più quotati, soffermandoci ad osservare le tecniche con cui i team di giovani connazionali si atteggiavano da esperti, odorando i vari di tipi di erba, quasi fossero stati vino. Ci perdemmo per varie ore nella dolce legalità del funghetti allucinogeni, che spalancarono la nostra mente permettendoci di visualizzare sotto forma di colori le Peel Sessions dei Mogwai.
Ci imbattemmo nel negozio di dischi dei nostri sogni, pieno di vinili accatastati ovunque. Lì trovai il 45 giri di “Sleep Well Tonight” dei Gene, mentre Baldra impazziva stringendo tra le mani una decina di oggetti di culto post-rock.
I musei furono quelli che potete immaginare, tutti splendidi, privi di quella pesantezza che spesso ristagna nella nostra amabile penisola.
Per sfatare il triste mito italico secondo cui ad Amterdam non c’è niente e due giorni di permanenza sono più che sufficienti, fummo travolti da una tristezza sterminata quando i nostri dieci giorni di vacanza si conclusero.
Entrare una seconda volta a contatto con gli olandesi mise nuovamente in crisi il mio sistema di valori e credenze, facendomi desiderare ardentemente la deflagrazione di Vicenza, di tutto ciò che, pur essendo spaventosamente deleterio, è ormai radicato nelle nostre vite di italici.
Di recente lessi un commento di origine semianonima posto ai piedi dell’ultimo post di Baldra.
Nel commento Tekla lamentava l’indifferenza di tanti vicentini per la questione Dal Molin, ponendola sul piedistallo della Cosa Più Importante in Assoluto per la Città.
Ovviamente è vero, il fatto che della gente alquanto potente stia violentando la nostra terra dovrebbe spingermi a passare il mio tempo in presidio. Eppure non me la sento proprio di dedicarmi anima e corpo a quella che è solo una causa persa. Mi dispiace dirlo, ma i vicentini non riusciranno mai a fermare il governo degli Stati Uniti. Per questo il discorso si discosta in modo radicale da quello relativo alla TAV. Il “nemico” è un altro, il bacino d’utenza dei due prodotti finiti è diverso.
Vicenza non è mai stata nostra. E’ degli imprenditori, di Berlusconi, dei leghisti, dei militari americani.
Non credo che la soluzione sia lasciare che questa gente ci tolga la voglia di vivere. La Ederle 2 verrà edificata ed inaugurata. Il nostro odio per coloro che entrano nell’esercito USA per ignoranza crescerà, così come quello per la pula, per la gente che si compra i SUV e via dicendo.
Il nostro fegato esploderà comunque, ma almeno potrò dire di non aver passato la mia giovinezza battendomi per qualcosa che non mi riguarda più da un pezzo.
Alla manifestazione nazionale contro il Dal Molin, quella che tutti avete visto in tv, c’erano pochissimi vicentini. Mancavano i giovani, li stessi giovani che non muoverebbero un dito per fare qualcosa che abbia un minimo di valore. Questo significa che loro lo vogliono il piede straniero sul cuore. Allora io non posso fare a meno di pensare che loro se la meritano la Ederle 2, che dovrebbero costruirla di fronte alla loro porta di casa.
L’unica soluzione è andarsene, magari ad Amsterdam. Mi dispiace solo per Palladio, che di qui non può muoversi.
[Cat Power “What Would the Community Think”]
[Coldplay “Amsterdam”]

Because You’re Frightened

E’ Dio lo Gnomo Mongoloide
Laghetto, Hey: Yeh (Palindrome Song)



B000000HZF.01.MZZZZZZZ.jpgChiamai i miei nonni veneti per salutarli. Mercoledì parto per Amsterdam.
Mio nonno, la cui parlata scledense talvolta mi risulta incomprensibile, bestemmiò più volte, in concomitanza con l’acquisizione delle seguenti notizie:
– vado ad Amsterdam, un luogo notoriamente pericoloso e pieno di brutta gente
– ci vado con “il mio amico” ventunenne Baldra, non con delle persone adulte.
Mio nonno è un grandissimo amante della bestemmia. Un tempo questo fatto mi turbava, anche perché quando ero piccola e cattolica mi avevano spiegato che udendo simili offese rivolte contro Dio era bene ripetere nella propria testa: “Sia benedetto il nome di Gesù Cristo”.
Ovviamente quando mi trovavo in compagnia di mio nonno mi vedevo costretta a pronunciare mentalmente questa formula svariate centinaia di volte al giorno, il che mi sembrava stupido.
Fortunatamente quand’ero alle medie scoprii che tutte queste faccende non erano altro che cazzate volte a fuorviare la mia mente di fanciulla.
Negli anni successivi imparai ad ignorare le bestemmie altrui anche se, da buona veneta, talvolta mi risultava difficile non ridere di fronte a certi prodigi linguistici.
Oggi sono una giovane la cui infanzia/adolescenza fu devastata da una serie di derivati del concetto di Dio (Uno e Trino): le scuole cattoliche, il rosario, i funerali religiosi, Le Confessioni di S.Agostino, il Giubileo e via dicendo. Probabilmente queste cose vi dicono ben poco, perché avete avuto la fortuna di nascere in una comune dedita alla coltura delle verdure biodinamiche.
Personalmente durante gli ultimi vent’anni della mia vita sperimentai ognuna di queste cose, mentre Mater attraversava le sue celebri crisi mistiche, che la videro traghettare verso svariati ashram (negli Stati Uniti e i India) e solo successivamente verso il noto santuario della Madonna di Monte Berico (Vicenza).
Tutto ciò è quanto mai evidente se si contemplano le librerie situate nella mia dimora. Il reparto dedicato al ciarpame mistico occupa scaffali interi e potrebbe essere equiparato a quello degli autori italiani (situati nella mia camera).
Mia nonna (quella nordica) mi telefona ogni anno un paio di giorni prima di Natale e mi costringe a prometterle che andrò a Messa. Poi mi fa ammettere che credo fermamente nella misericordia di Dio e che magari andrò anche a confessarmi.
Tutte queste menzogne escono dalla mia bocca perché non voglio che mia nonna muoia. Scoprire quali sono i miei reali pensieri potrebbe portarla all’infarto.

Su un complesso sistema di bugie e falsità si basa il mio lato mistico. Vado ai funerali dei parenti e, nel tentativo di essere minimamente coerente, evito di ripetere come un pappagallo le formule previste. Sento gli sguardi altrui, straziati dal dolore che si poggiano fugacemente su di me.
Non mi so comportare.
Non posso fare a meno di ridere quando mio nonno dice: “Dio canarin”.

[Magazine “Because You’re Frightened]

Little Monsters

comaneci3big.jpgDi recente narrai di episodi drammatici della mia inutile e vacua esistenza, durante i quali mi sentii provinciale ed incompresa più che mai.
Il particolar modo il mio spirito s’intorpidì quando il collega Baldra ed io fummo accusati di essere privi di spirito d’iniziativa.
L’assurda teoria che udii era più o meno questa: se nelle vostre terre d’origine non succede mai un cazzo è colpa vostra. Se vi impegnaste e organizzaste qualche serata la gente ne sarebbe lieta e vi parteciperebbe.
Questa è più o meno l’accusa più offensiva che mi sia stata rivolta negli ultimi due anni, un periodo in cui fui sbeffeggiata e derisa con una frequenza significativa. Di per sé potrebbe sembrare una delle mie grandi Paranoie di Giovane Frustrata. In realtà affermare ciò è girare il coltello in una piaga che non si rimarginerà mai e che è negli ultimi tempi si è riempita di pus.
Come ben sapete, Vicenza è una di quelle cittadine che paiono paeselli.
Essa è in provincia di Padova, ha un’università invisibile fatta di sedi distaccate di poli stranieri, è nota per i suoi marmi palladiani e la leggenda secondo cui le persone come me sarebbero solite mangiare i gatti. Tutto qua.
Affermare che se io mi impegnassi in qualche modo la situazione cambierebbe è dunque spaventosamente falso. Avendo subìto l’ingerenza del cattolicesimo nella mia vita in modo tragico mi permetto di abusare di una terminologia che non mi appartiene: quella teoria è una bestemmia.
Per provare la veridicità della mia tesi e demolire una volta per tutte quelle assurde e riprovevoli seghe mentali da persona sovrastimolata culturalmente mi sono basata sulla pratica e ho raccolto dati.
L’evento che Baldra ed io decidemmo di utilizzare per stilare un report fu il concerto di ieri sera dei Comaneci, una pregevole band di Ravenna che tutti voi dovreste conoscere ed amare incondizionatamente. La loro visita in terra vicentina fu proverbiale. Avevano infatti suonato la sera stessa in cui io ed il collega fummo accusati di essere dei falsi. Ci trovavamo a Bologna, città nota per il mostruoso numero di concerti od eventi d’interesse generico che si sovrappongono quasi ogni sera.
La prima fase del progetto prevedeva la propaganda mediatica. Disponendo dell’utile e costosa Vodafone Summer Card io e il collega ci impegnammo ad inviare un sms contentente un’esaltatoria pubblicità dell’imminente concerto dei Comaneci a tutti i vicetini di nostra conoscenza. Per tutti intento anche persone deprecabili con cui non avevamo più rapporti da anni, gente che abbiamo visto una volta e di cui non ci ricordavamo più la faccia. Tutti.
Successivamente io ne scrissi sul mio blog, linkando il pregevole MySpace dei Comaneci, di modo che chiunque potesse udire una selezione dei loro brani.
Durante la seconda fase del progetto ci recammo presso il nostro centro d’aggregazione prediletto, lo spritz bar Cancelletto, situato nei pressi di Piazza dei Signori, all’interno in una zona assai ristretta dove risiedono tutti i più significativi e frequentati spritz bar di Vicenza. Essi tendono ad essere in voga a rotazione, anche se il Cancelletto rimane per noi il luogo presso cui lo spritz è più buono e più economico. Esso è frequentato da un buon gruppo di persone pregevoli, alcune delle quali (tre o quattro) hanno un sano interesse per la musica degna. Fu così che sbandierammo l’evento serale e chiacchierammo amabilmente brindando ai Comaneci.
La terza fase del progetto preveva il recarci in giro per la città a raccogliere le poche persone interessate all’evento e impossibilitate a muoversi per qualche motivo.
Ricapitolando:
1.Abbiamo fatto davvero un sacco di pubblicità al concerto mandando sms e scrivendone online.
2.Abbiamo inseguito i pochi ascoltatori di musica degna della città per avvisarli.
3.Abbiamo accompagnato chi non sarebbe potuto andare Perarolo con mezzi propri.
Risultato?
Al concerto c’erano quasi solo persone interessate a mangiare maiali e a bere vino.
Le persone che dimostrarono di aver apprezzato veramente l’evento erano all’incirca dieci.
C’era mio padre, Marta, Faso, Pette con un amico, Al3sim e pochi altri.
Molti di quelli che ad inizio concerto si erano seduti al suolo millantando espressioni facciali da grande intenditore di musica se n’erano già andati dopo quaranta minuti, a dimostrazione della loro incredibile passione per l’arte.
Qualche maledetto bastardo aveva lasciato i figli isterici sotto il palco che, essendo dei bimbi presumibilmente delle elementari, erano iperattivi e rompicazzo. C’era poi chi faceva amabilmente conversazione, comportandosi proprio come se le persone che stavano suonando per loro non esistessero.
A questo punto credo di poter affermare con certezza che noi non meritiamo tutto questo, come invece sosteneva la mente illuminata che ci insultò a Bologna.
A nulla valsero il nostro impegno e la nostra dedizione.
A Perarolo ci limitammo ad ignorare le urla isteriche degli infanti e dei vecchi ubriachi.
Oramai siamo pronti a tutto.
Tra le persone che non sono venute ricordiamo:
-Dada, che ha preferito andare a rinchiudersi al Sartea come un analfabeta arteriosclerotico perchè Perarolo è troppo distante da Vicenza (11km scarsi) e la musica (la musica in genere, non “la musica dei Comaneci”) non gli piace.
-le circa centocinquanta persone che non hanno risposto ai nostri messaggi ma che erano a Vicenza e che con ogni probabilità non avevano un cazzo da fare.

Grazie! E’ anche per merito vostro se viviamo in una città edificata sul letame.
Ringraziamo inoltre la redazione di CityLights, il mensile cittadino su cui dovrebbero comparire le attività culturali della provincia, per aver bellamente ignoranto il concerto dei Comaneci.
Grazie!
Leggi la mia recensione del concerto dei Comaneci su Vitaminic
Leggi il pregevole post di Marta sul concerto di ieri
Leggi le elucubrazioni di Baldra sul concerto dei Comaneci e sulla vacuità berica
Guarda un video del concerto (sotto)



[Comaneci “I’ll be back soon” (demo version)]

Take me Somewhere Nice

s856.jpgQuesta è una settimana che abbiamo voluto dedicare agli studi sociologici, all’autocommiserazione e ai progetti vacanzieri.
Presto ci sposteremo nello scenario acquatico di Amsterdam e con ogni probabilità non riusciremo a gestirlo. Già mi vedo delirante al suolo, travolta da un numero inaudito di possibili cose cui dedicarsi.

Di recente mi sono recata in quel di Bologna per un giocoso party domestico e ho scoperto un sacco di cose incredibili sul senso della vita.
La cosa più rilevante è questa, e in un certo senso la sapevo già: mai e poi mai io, Baldra e le persone con il nostro background culturale riusciranno ad integrarsi realmente con una qualche categoria umana pregevole/non pregevole.
Sabato mi sono divertita, ho conosciuto e rivisto delle persone adorabili, ma sotto sotto, nonostante il grado di alcol in corpo che cresceva, ho capito che io sono solo Margherita la lamentosa, che depreca l’indie pop acustico troppo allegro, che non può fare a meno di sbandierare le sue origini beriche, fatte di pianura, ignoranza diffusa, assoluta mancanza di curiosità.
Vicenza è il mio fardello e so che non me ne libererò mai.
Qui non riesco mai a fare i discorsi che mi premono. Se tento di abozzarne uno finisco per fare la figura dell’idiota.
A Bologna mi sono sentita accolta e protetta da alcune persone, ma guardando negli occhi qualcun’altro ho visto in me stessa quanto di più becero sia mai stato partorito negli ultimi tre secoli. Perché ho un approccio alla vita da provinciale, perché non ce la faccio ad ascoltare tutti i dischi che escono ogni giorno, perché alla fin fine non mi interessano queste cose.
Tornare a casa con il cervello saturo e un caffé orribile in corpo mi ha permesso di far fluire i pensieri, senza farci troppo caso. Ho capito che né lì né qui sarò mai a casa. E’ irrilevante il fatto che da anni mi sia impossibile perdermi a Vicenza, che veda in essa il mio appiglio e la mia rovina intellettuale. Essa è il mio espediente narrativo, la mia principale fonte di frustrazione. Odio i turisti che vengono a visitarla, che restano un paio d’ore e poi scappano verso Padova, Verona o Venezia. Rimirano il marmo palladiano, il palazzo dove mia madre ogni giorno fa le veci del Ministero delle Finanze. Vicenza piace ai turisti. E’ inspiegabilmente accogliente. Le case non sono troppo alte, McDonald’s occupa il centro nevralgico di Corso Palladio.
Il centro si attraversa in dieci minuti. Poi è già periferia.

Siamo nati qui e abbiamo già perso.
Meritiamo di essere emarginati perché spendiamo tutti i nostri in benzina per spostarci il più possibile.
Ieri dicevamo: “Milano non è poi così lontana. Sono solo 205 chilometri da Vicenza Est”.
Ormai andare e tornare da Bologna è diventato uno scherzo.

[Mogwai Christmas Steps (J.Peel Sessions)]