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Nirvana (Tre variazioni sul tema)

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I.
Sono vestita a festa, il che significa che ho una corona di fiori e pezzi di Barbie in testa. I miei amici Laura e Alessandro si sono appena laureati. Alla loro festa, mi occupo del 50% del dj set d’accompagnamento.
Un tizio sconosciuto mi si avvicina. Sono in un angolo della sala, in compagnia della mia birra, a sfogliare playlist. Con fare da grande esperto della vita, il tizio sconosciuto mi chiede polemico, “Un po’ di musica bella no, eh?”. Gli sorrido. “Definisci musica bella”.
“I Nirvana”, risponde.
Questo tizio ce l’ha scritto in faccia che vuole Smells Like Teen Spirit. Il suo sopracciglio arcuato suggerisce che non ballerebbe, se anche la mettessi, perché è troppo serio per certe cose. La natura deprecabile della domanda con cui si è introdotto nella mia vita mi lascia inoltre intendere che i suoi ascolti siano quanto mai conservatori e stantii. So che ignora i Pixies. Se mettessi i Pixies al posto dei Nirvana, tornerebbe a rompere il cazzo.
Sono ad una festa e ho qualche birra in corpo. Sto cercando di essere lieta, almeno per qualche ora. In altre circostanze gli risponderei sfoggiando uno dei miei tradizionali Sorrisi Palesemente Falsi, accompagnato da Opinion. In questo caso decido che egli non merita. Se fosse un degno ascoltatore dei Nirvana, non avrebbe chiesto i Nirvana.

II.
Sono in piazza Fiera, in quel di Trento. C’è un palchetto e della gente che ci suona sopra. Bevo deliziosa birra artigianale con Baldra e altre colleghe incontrate lì per caso. L’evento è un classico trentino: musica trascurabile, retorica solidale, finanziamenti provinciali e studenti fuori sede che sono lì sono per l’alcol.
Dopo una band di minorenni di cui apprezzo la sobria batterista, sale sul palco un tizio smunto vestito come una versione trentina del tardo Kurt Cobain. Comincia a suonare. Tra il pubblico c’è chi mostra di non capire. Qualcuno ride. Baldra ed io ci avviciniamo per guardarlo da vicino. Sotto il palco non c’è anima viva. Il tizio sembra un impersonatore di Cobain. Avrà più o meno la mia età. Le sue canzoni originali sembrano cover fatte male dei Nirvana. Lo ascolto per un po’, dicendomi che dev’essere una persona molto triste. Un vero caso umano.
Tra un pezzo e l’altro egli smette di biascicare e dice, “Immagino che non capiate, dato che i testi sono in inglese”.
Senza pensarci, gli urlo dietro: “Ci stai sottovalutando”. Sono sotto il palco. Fa finta di non avermi sentita. Dopo un po’ suona Smells Like Teen Spirit.

III.
Deve essere più o meno mezzanotte. Siamo fuori insieme da sole per la prima volta, non lontano dalle nostre rispettive dimore. Beviamo una birra piccola dietro l’altra, per illuderci di essere morigerate. Tu mi racconti della tua vita e io ti racconto della mia. Ci conosciamo superficialmente da anni, ma non abbiamo mai avuto questa conversazione prima. Tocchiamo argomenti difficili, che in molte circostanze eviterei, perché sembra inevitabile che si arrivi a fine serata soddisfatte, meno irrequiete. Mi parli della tua pre-adolescenza senza musica e del momento in cui hai cominciato a cercarla. Forse sarà l’alcol in corpo, ma quasi mi commuovo quando ricostruisci per me il momento in cui hai sentito per la prima volta i Nirvana alla radio. Anch’io ricordo com’è stato ascoltarli per la prima volta. Te lo racconto, e tu annuisci sorridendo quando uso la parola rumore.

(foto via dallospazio)

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