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I’d like to feel it but it just isn’t real

I viaggi in treno in solitaria sono l’occasione principe (o principessa?) per comporre nastroni finti del tutto privi di consistenza. Eppure nel corso di settembre le mie trasferte non sono state fruttifere in tal senso. Solo qualche giorno fa ho realizzato che il mio fallimento nel comporre una playlist settembrina era imputabile all’esistenza del nastrone noto come “giugno – luglio 2012“. Non avevo nulla di nuovo da dire.
Un paio di giorni fa ho compiuto venticinque anni. Quando ci penso, non provo granché, nonostante le battute sprecate sulla mia anzianità. Sto cercando di evitare che l’apatia mi liquefaccia. Guardo i tombini straripanti di Trento e penso “No, le fogne, no. Manterrò la mia forma solida”.
Ho ricominciato a leggere Asimov, perché a quanto pare egli è l’unico autore che riesco a tollerare quando tutto il resto mi deprime a punto tale da contringermi all’indifferenza.
Vago per Trento ascoltando i New Order e assorbendo gli sguardi dei passanti e le risatine isteriche delle preadolescenti bacchettone. Qualche tempo fa avrei avuto visioni, odorato sequenze di parole struggenti dell’aria, sentito elettricità negli arti. Ora mi sembra di non provare alcunché, e nel prenderne atto me ne preoccupo, fisso il cielo coperto e le fronde di un albero.
Fatico a scrivere. Non trovo le parole, come se esse non esistessero e i neologismi non mi fossero concessi. Non mi sono mai sentita così prima. Mi sono mancate le parole tante altre volte, ma in quei casi le sentivo sulla punta della lingua. In queste settimane mi limito a riconoscere che se mi concedessi la riproduzione per iscritto di ciò che sto passando, poi starei meglio, com’è sempre stato. Ma non ci riesco. Le mie parole suonano aride, prive di vita.

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