Crea sito

I miei capelli blu

Qualche tempo fa scrissi un articolo per Soft Revolution che toccava una questione a me molto cara, ovvero quella delle risposte diversificate a scelte estetiche “balorde” sulla base dell’età dell’interessato. Nello specifico, avevo fatto l’esempio di una donna non più adolescente che decida di sfoggiare capelli blu (citando un articolo uscito su XOJane) e comportandosi poi come se non ci fosse niente di particolarmente strano nella sua scelta.
All’epoca i miei capelli avevano un aspetto abbastanza normale. Erano ormai diversi anni che non li decoloravo per sfoggiare tinte del tutto innaturali, anche se durante il primo anno di università li avevo rasati quasi a zero suscitando le reazioni più disparate e poi ero stata “rossa” per un bel po’ di tempo.
Un paio di mesi fa decisi di concedermi un ciuffo turchese, che volevo dai tempi dai superiori. Frequentando una scuola con regole assai rigide circa l’abbigliamento consentito, sapevo che presentarmi alla preghiera mattutina con i capelli di un colore strano sarebbe stato un problema. Durante le superiori mi sfogai dunque solo durante le vacanze estive, mentre durante il resto dell’anno optavo per più sobrie tinte rosse o nere con riflessi blu.
Quando raccontai alla mia coinquilina di New York che mi sarebbe piaciuto concedermi una tinta blu, ella mi rispose, sorridendo, che oramai eravamo troppo grandi per certe piacevolezze adolescenziali. Mi turbò il fatto che a dirmelo fosse una ragazza di ventun anni che guardava alla sottoscritta come alla coinquilina più vecchia, abile ai fornelli e sempre attenta ad avere delle birre in frigo.
Una volta tornata in Italia acquistai l’occorrente per decolorarmi il ciuffo e usai la tinta blu che avevo comprato a New York poco prima di tornare a casa. Notai fin da subito che, quando vagavo per Trento con le cuffie alle orecchie, venivo fissata più del solito. Diverse volte mi capitò di beccare persone che si erano fermate a guardarmi come se la mia persona costituisse un’apparizione profondamente anomala nel quieto paesaggio urbano trentino. Tale reazione poteva farmi piacere o infastidirmi, a seconda dei giorni o delle specifiche reazioni riscontrate. In ogni caso mi pareva assai ridicolo che nel 2012 i miei capelli non passassero inosservati.
Schermata 2012-08-27 a 21.25.34.pngUn tempo avrei usato della tinta blu per mostrarmi diversa o per gettare scompiglio nella mia scuola. Oggi, invece, ho scelto di farmi un bel ciuffo colorato perché mi piace e perché penso che mi doni. Non l’ho fatto per qualcun altro (anche se i complimenti fanno sempre piacere), ma per me stessa.
A distanza di due mesi dalla prima applicazione, mi trovo a scrivere questo post per provare a decostruire alcune delle reazioni alla mia scelta estetica.
In primo luogo, ho notato che diverse persone che mi hanno conosciuta dopo che i miei capelli erano diventati parzialmente blu hanno dato per scontato che io fossi molto più giovane dei miei quasi venticinque anni, mentre di solito le persone tendono ad indovinare la mia età. Evidentemente continua a sembrare strano che una ragazza non più adolescente, dal modo di fare timido e la parlata seriosa possa tingersi i capelli di blu.
In secondo luogo, ho cominciato ad avere discussioni folli con i miei genitori a proposito dei miei capelli. In passato i miei parenti ebbero più volte da ridire sulla mia capigliatura, insistendo soprattutto sul fatto che mi stavo abbruttendo rasandomi o portando tagli corti. Sul fronte delle tinte tendevo ad autodisciplinarmi per evitare punizioni a scuola, quindi ricordo pochissime discussioni in proposito.
Negli ultimi tempi, invece, mi sono sentita dire diverse volte che questa tinta mi sta male, che “dovrei piantarla” e che mi sono rovinata i capelli. Ho spiegato ripetutamente che a me questa tinta piace molto e che ho intenzione di mantenerla ancora per un po’, ma i discorsi non sono cambiati. Non passa giorno senza che mi cadano addosso battute sulla mia presunta bruttezza, nonostante io abbia fatto lo sforzo immane di comunicare ai miei genitori che certi discorsi mi fanno stare male e che alla lunga cominciano a minare la mia instabile autostima. Ciò che i miei genitori stanno cercando di dirmi è che con una tinta normale o con il mio colore naturale tornerei ad essere una bella ragazza. Sono sempre stati i primi a dirmi che non avevo motivo di sentirmi brutta, ragione per cui questa radicalizzazione delle loro osservazioni mi lascia talvolta senza parole.
Ad un certo punto ho cominciato a rispondere dicendo semplicemente che i miei capelli sono affar mio e che la smettessero di parlarne, ma non è servito a niente. Quest’esperienza ha riportato alla luce tanti disparati ricordi di situazioni in cui le mie scelte estetiche più o meno anomale erano state criticate fino a ferirmi. Lo stesso discorso vale per i cosiddetti consigli amichevoli di chi mi disse: “Guarda, stavi meglio prima/La prossima volta rifatti quel vecchio taglio/non mettere queste calze/mettiti qualcosa di nero/mettiti qualcosa di colorato”. Dalle scuole medie in poi ho sempre scelto con attenzione ciò che mi mettevo, anche se potevo dare l’impressione di aver fatto il contrario. Con i miei vestiti volevo comunicare qualcosa. Quando qualcuno li criticava o suggeriva che mi abbigliassi diversamente, ci stavo molto male, perché sentivo che una parte di me era stata rifiutata. Non ho mai riflettuto attentamente sulla questione fino ad oggi, perché si tratta di un processo doloroso, che riporta alla mente tanti banali episodi di muto indietreggiamento e invisibile solitudine.
Anni fa le mie motivazioni nell’abbigliarmi ed acconciarmi in modo vistoso potevano essere eminentemente sociali: volevo che le persone “come me” mi notassero e diventassero mie amiche. Oggi questa dimensione si compenetra con un lento percorso, attraverso il quale sto cercando vedere bellezza in me stessa, dato che per lungo tempo non è stato così. Non mi vergogno a dirlo perché non ritengo più che si tratti di una ricerca frivola: ho sempre voluto essere bella, a modo mio e come tutti, ed essere apprezzata dagli altri, solo che non ero pienamente in grado di ammetterlo. Ora riesco a vedere me stessa, il mio corpo e le mie scelte all’interno di un quadro più ampio. Posso riconoscere il modo in cui le aspettative sul corpo delle donne e sul loro autodisciplinamento alimentano quei consigli amichevoli che mi fecero soffrire quand’ero una ragazzina e che mi fanno soffrire tutt’ora, anche se in modo diverso. Tornano a galla i commenti disgustosi di chi, dopo che mi ero rasata i capelli, mi disse con disprezzo che sembravo lesbica, o la crudeltà delle presunte amiche delle superiori che si radunavano vicino alle macchinette del caffè parlando a voce alta di quanto ridicoli fossero i miei vestiti, perché diversi dai loro. Possono sembrare semplici commenti cattivi da lasciar correre, perché insignificanti, ma basta mettervi mano per pochi istanti per realizzare che comunicano ben altro e che questo altro è cosa complessa.
Quando dico ai miei genitori che amo i miei capelli blu e che offendendoli offendono anche me, leggo tracce di incredulità sul loro volto. Sembra quasi che avessero archiviato i miei giorni da ragazza troppo colorata, facendoli diventare ricordo, e che il mio attuale aspetto sia letto come un’anomalia. In genere, se una delle loro battute mi infastidisce, lo faccio notare e il problema si risolve con rapidità. In questo caso le mie risposte sono state molteplici, ma nulla è cambiato. Mi sono arrabbiata, ho cercato di spiegare con fare quieto i motivi della mia scelta, sono stata zitta, ignorandoli. Sembra quasi che le pressioni quotidiane siano un modo inconsapevole per costringermi a coprire quel blu così fastidioso e tornare ad essere una persona presentabile.
Il problema in tutta questa vicenda è che io non ho mai smesso di sentirmi presentabile. Ho mantenuto la mia usuale compostezza e, nonostante le occhiate moleste per strada, gli sconosciuti hanno continuato a chiedermi indicazioni e le signore anziane non hanno smesso di essere amichevoli con me, come è sempre stato. Non mi sento diversa. Al massimo mi sembra di apparire più simile a come mi sento interiormente rispetto al periodo in cui avevo l’impressione che i miei capelli fossero un po’ banali.
Non posso fare a meno di pensare che le pressioni familiari, un tempo ben più lievi, siano legate alla mia età. Come scrivevo nel mio articolo per Soft Revolution, agli adolescenti è spesso concesso di apparire disordinati e diversi dai modi in cui ci aspetta che gli adulti si vestano o si presentino. Nel mio caso, sembra che qualcosa sia andato storto, come ben illustrano i commenti di mia nonna, che ha inquadrato il mio ciuffo blu come un colpo temporaneo di matto. Nessuno, tra gli adulti più critici con cui ho parlato, sembra credere che io ami i miei capelli. Tutti si aspettano “che metta la testa a posto” e torni a sfoggiare il mio “vero colore”. A turbarmi è soprattutto il fatto che, alla luce delle mie spiegazioni, nulla sia cambiato. Sembra che il mio sentirmi a mio agio e le scelte che faccio riguardo alla presentazione del mio corpo debbano essere sottomesse ad un’idea condivisa di appropriatezza e di bellezza. Il motivo per cui queste critiche non mi convincono è che ignorano i modi attraverso cui un abito o un colore di capelli innaturale possano divenire corazza o scudo per una persona. Poi, certo, dovrò fare dei compromessi, così come li ho già fatti tante volte in passato, ma ciò non toglie che questo discorso resti e che, dal mio punto di vista, non sia per niente frivolo.
(nella foto: il modo in cui porto i capelli in questo periodo, con il ciuffo blu raccolto in una piccola treccia)

Comments are closed.

Post Navigation