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Category Archives: Trento

Un esempio di invasione del mio spazio vitale (1 maggio 2014, Trento)

Donna terzomondista sulla quarantina mi chiede di ballare.
Sono di granito. La invito a desistere.
Donna terzomondista dalle ampie vesti azzurre mi tocca le mani.
Non mi so divertire. La invito a desistere.
Donna terzomondista dagli arti flessuosi mi bacia una guancia.
“Grazie”, le dico.

Nirvana (Tre variazioni sul tema)

teensp.jpg

I.
Sono vestita a festa, il che significa che ho una corona di fiori e pezzi di Barbie in testa. I miei amici Laura e Alessandro si sono appena laureati. Alla loro festa, mi occupo del 50% del dj set d’accompagnamento.
Un tizio sconosciuto mi si avvicina. Sono in un angolo della sala, in compagnia della mia birra, a sfogliare playlist. Con fare da grande esperto della vita, il tizio sconosciuto mi chiede polemico, “Un po’ di musica bella no, eh?”. Gli sorrido. “Definisci musica bella”.
“I Nirvana”, risponde.
Questo tizio ce l’ha scritto in faccia che vuole Smells Like Teen Spirit. Il suo sopracciglio arcuato suggerisce che non ballerebbe, se anche la mettessi, perché è troppo serio per certe cose. La natura deprecabile della domanda con cui si è introdotto nella mia vita mi lascia inoltre intendere che i suoi ascolti siano quanto mai conservatori e stantii. So che ignora i Pixies. Se mettessi i Pixies al posto dei Nirvana, tornerebbe a rompere il cazzo.
Sono ad una festa e ho qualche birra in corpo. Sto cercando di essere lieta, almeno per qualche ora. In altre circostanze gli risponderei sfoggiando uno dei miei tradizionali Sorrisi Palesemente Falsi, accompagnato da Opinion. In questo caso decido che egli non merita. Se fosse un degno ascoltatore dei Nirvana, non avrebbe chiesto i Nirvana.

II.
Sono in piazza Fiera, in quel di Trento. C’è un palchetto e della gente che ci suona sopra. Bevo deliziosa birra artigianale con Baldra e altre colleghe incontrate lì per caso. L’evento è un classico trentino: musica trascurabile, retorica solidale, finanziamenti provinciali e studenti fuori sede che sono lì sono per l’alcol.
Dopo una band di minorenni di cui apprezzo la sobria batterista, sale sul palco un tizio smunto vestito come una versione trentina del tardo Kurt Cobain. Comincia a suonare. Tra il pubblico c’è chi mostra di non capire. Qualcuno ride. Baldra ed io ci avviciniamo per guardarlo da vicino. Sotto il palco non c’è anima viva. Il tizio sembra un impersonatore di Cobain. Avrà più o meno la mia età. Le sue canzoni originali sembrano cover fatte male dei Nirvana. Lo ascolto per un po’, dicendomi che dev’essere una persona molto triste. Un vero caso umano.
Tra un pezzo e l’altro egli smette di biascicare e dice, “Immagino che non capiate, dato che i testi sono in inglese”.
Senza pensarci, gli urlo dietro: “Ci stai sottovalutando”. Sono sotto il palco. Fa finta di non avermi sentita. Dopo un po’ suona Smells Like Teen Spirit.

III.
Deve essere più o meno mezzanotte. Siamo fuori insieme da sole per la prima volta, non lontano dalle nostre rispettive dimore. Beviamo una birra piccola dietro l’altra, per illuderci di essere morigerate. Tu mi racconti della tua vita e io ti racconto della mia. Ci conosciamo superficialmente da anni, ma non abbiamo mai avuto questa conversazione prima. Tocchiamo argomenti difficili, che in molte circostanze eviterei, perché sembra inevitabile che si arrivi a fine serata soddisfatte, meno irrequiete. Mi parli della tua pre-adolescenza senza musica e del momento in cui hai cominciato a cercarla. Forse sarà l’alcol in corpo, ma quasi mi commuovo quando ricostruisci per me il momento in cui hai sentito per la prima volta i Nirvana alla radio. Anch’io ricordo com’è stato ascoltarli per la prima volta. Te lo racconto, e tu annuisci sorridendo quando uso la parola rumore.

(foto via dallospazio)

I’d like to feel it but it just isn’t real

I viaggi in treno in solitaria sono l’occasione principe (o principessa?) per comporre nastroni finti del tutto privi di consistenza. Eppure nel corso di settembre le mie trasferte non sono state fruttifere in tal senso. Solo qualche giorno fa ho realizzato che il mio fallimento nel comporre una playlist settembrina era imputabile all’esistenza del nastrone noto come “giugno – luglio 2012“. Non avevo nulla di nuovo da dire.
Un paio di giorni fa ho compiuto venticinque anni. Quando ci penso, non provo granché, nonostante le battute sprecate sulla mia anzianità. Sto cercando di evitare che l’apatia mi liquefaccia. Guardo i tombini straripanti di Trento e penso “No, le fogne, no. Manterrò la mia forma solida”.
Ho ricominciato a leggere Asimov, perché a quanto pare egli è l’unico autore che riesco a tollerare quando tutto il resto mi deprime a punto tale da contringermi all’indifferenza.
Vago per Trento ascoltando i New Order e assorbendo gli sguardi dei passanti e le risatine isteriche delle preadolescenti bacchettone. Qualche tempo fa avrei avuto visioni, odorato sequenze di parole struggenti dell’aria, sentito elettricità negli arti. Ora mi sembra di non provare alcunché, e nel prenderne atto me ne preoccupo, fisso il cielo coperto e le fronde di un albero.
Fatico a scrivere. Non trovo le parole, come se esse non esistessero e i neologismi non mi fossero concessi. Non mi sono mai sentita così prima. Mi sono mancate le parole tante altre volte, ma in quei casi le sentivo sulla punta della lingua. In queste settimane mi limito a riconoscere che se mi concedessi la riproduzione per iscritto di ciò che sto passando, poi starei meglio, com’è sempre stato. Ma non ci riesco. Le mie parole suonano aride, prive di vita.

Every nerve that hurts pt.1 – Città, bellezza

Vicenza è pressoché identica a come l’ho lasciata. Lo so anche se, da quando sono tornata, ho abbandonato di rado la mia stanza.
Ho i capelli più lunghi e, da lontano, le gente non mi riconosce.
A Vicenza non ho più una bici, quindi per uscire la sera uso quella di mia madre, nonostante la trovi scomoda. Il fatto di non avere una bici mi fa sentire come se non vivessi qui. Sono stata abituata a riconoscere i buchi nell’asfalto attraverso la mediazione di bici leggere e scarne. Un prolungamento delle mie gambe.
Solo per questo mi sposterei a Trento, dove ho un bici.
Il problema è che a Trento sono cambiate diverse cose da quando me ne sono andata. Mancano delle persone che prima c’erano. Durante i tre giorni che ho passato lassù la settimana scorsa, trascorsi per lo più a dormire e bere birra con i miei amici, non ho mai messo piede in facoltà. Preferisco far finta di non essere in città.
Bacon.jpgTrento non mi appartiene e non mi è mai piaciuta, nonostante abbia le sue molte comodità.
Trento non mi ha mai resa felice e non l’ho mai trovata bella, perché nel suo centro storico vedo il centro storico di Vicenza, nel suo olezzo di cattolicesimo domestico riconosco quello di Vicenza. Chiunque non viva a Vicenza e passi in visita per uno o due giorni non fa altro che incensare la pregevolezza estetica del centro e dei marmi palladiani, la piccolezza di ogni cosa incontrata. Non so mai come affrontare questi commenti; sento di essere d’accordo, almeno in parte, eppure in passato ho detestato così tanto ogni singolo centimetro di materia berica e il modo in cui il suolo che chiamo “la mia terra” viene trattato, che ho perso la capacità di associare la parola “bellezza” alla mia città.
Trento è simile, ma non ci sono pezzi di marmo che mi ricordino da dove vengo e che mi inducano a riconoscere che non faccio poi così schifo, che ha senso che io viva. E’ una città che trovo facile disprezzare, quando le circostanze mi trasformano in una persona ingrata.
Il fatto è che mi trovo sempre più spesso a pensare di non poter stare bene da nessuna parte. Il problema è solo in parte dei luoghi che ho incontrato finora, o dei luoghi in generale.
(immagine: Francis Bacon, Head II, 1949)

Il Visconte Dimezzato che sommistra questionari

Oggi ho terminato le mie (poche) ore di lavoro come rilevatrice/somministratrice di questionari per l’anno accademico corrente. E’ un lavoro non particolarmente esaltante, ma devo dire che il più delle volte mi fa piacere interagire con gli studenti delle superiori e aiutarli a ridurre la complessità della loro vita al fine di superare lo scoglio di una domanda dotata di risposte che appaiono troppo astratte o lontane dalla loro esperienza. Mi piace la sensazione che provo nell’incontrare ragazze e ragazzi che hanno dieci anni meno di me e che fanno osservazioni perspicaci sulle domande che si trovano davanti.
Lunedì sono stata in una prima superiore popolata da ragazze vivaci. Sono stata sommersa dalle domande. Ogni mano alzata richiamava l’idea di diligenza ed impegno, anche nella compilazione di un questionario di provenienza esterna alla scuola e quindi – ovviamente – non oggetto di valutazione. Nelle classi di sole ragazze finisco sempre per sentirmi come il Visconte Dimezzato: la Margherita della chiacchiera da bar ringrazia i Cieli per il lavoro che scorre liscio, i questionari in ordine e la compagnia piacevole; la Margherita costruzionista, invece, opera un confronto con le classi di soli ragazzi e si mette le mani nei capelli.
Nelle classi di soli ragazzi ho avuto delle conversazioni folli, mi sono incazzata oltremisura e ho toccato con mano ciò che mi raccontavano gli amici di Vicenza che frequentavano il Tecnico Industriale del centro. Nelle classi di sole ragazze ho visto in azione il risultato di aspettative condivise circa la desiderabilità di una ragazzina. Quieta, in ordine, cordiale, ubbidiente, generosa, ridacchiante.
Certo, sono state solo parentesi di poche ore, incontri fugaci dai quali non posso trarre generalizzazioni, ma certe riflessioni risultano quasi inevitabili, perché la differenza è enorme e lo si vede anche sui volti degli insegnanti, sui cartelloni alle pareti, nel clima dei corridoi. Entrare in classi in cui il genere, appartentemente, è uno solo, mette in moto l’immaginazione sociologica. In letteratura c’è chi parla male di queste segregazioni per genere, che talvolta sono operate volontariamente, mentre in alcuni casi sono involontarie e dovute ad una forma di segregazione che avviene a monte, che è quella che riferita a ciò che i parrucconi definiscono field of study (es. i liceo socio-psico-pedagogici sono pieni di ragazze, mentre i tecnici industriali sono pieni di ragazzi). C’è poi chi ritiene che i gruppi classe non-misti o, più in generale, i girls-only spaces permettano alle ragazze di muoversi con maggiore libertà rispetto alle classi miste e, sul lungo periodo, le rendano più assertive.
Alla luce di questo, io leggo, mi documento, rifletto, pedalo sotto la pioggia, osservo e continuo a sentirmi come il Visconte Dimezzato.

Quand’avevo sei anni chiamavo mio nonno ed egli rispondeva: “Comandi!”

Negli ultimi giorni diversi triennalisti mi hanno dato del lei. L’ultimo è stato un tizio che questa mattina si è seduto di fronte a me sul leggendario trenino della Valsugana. Stavo leggendo un articolo particolarmente ostico sul concetto di framing all’interno della letteratura sui movimenti sociali, quando Tizio mi ha colpita con il suo ombrello. Si è scusato dandomi del lei.
Forse la serietà del mio volto gli ha dato l’impressione che fossi in qualche modo diversa da lui, che mi stessi occupando di attività astruse, che la mia camicia invernale oversize portata come soprabito fosse completamente fuori dalle logiche di questo mondo.
La serietà è una facciata che mi porto appresso da diverso tempo. Le mutazioni più recenti, il radicalizzarsi di ciò che già era noto come “il mio volto”, sono imputabili alla mia permanenza all’interno di un ecosistema in cui coesistono discorsi opera di individui con grandi velleità scientifiche e discorsi che sono un dispiegarsi di mere opinioni. In questo momento tendo a privilegiare le grandi velleità scientifiche, nonostante le discussioni volte a falsificare le altrui tesi mi sfibrino oltremodo.
I discorsi dispieganti mere opinioni, se proposti all’interno di un’aula universitaria, mi lasciano assai perplessa. Ciò avviene perché sono stata cooptata da non so bene cosa.
Quando esco dal mondo accademico, quando torno a casa, sento sui miei arti la portata del cambiamento che è avvenuto. Ogni pellegrinaggio porta con sé una scoperta reiterata, la cui gravità aumenta di mese in mese, di stagione in stagione. Le prime ore sono sempre le più problematiche, perché devo riabituarmi a parlare in modo comprensibile, a farmi intendere dalla stragrande maggioranza degli esseri umani con cui interagisco.
I bambini non mi capiscono e pensano che io abbia della paglia nella testa.
I triennalisti che sono all’università perché non avevano niente di meglio da fare mi dichiarano la loro ignoranza in via precauzionale, come se la mia faccia richiedesse sempre e solo discorsi alti, altissimi.
Gli anziani che parlano solo in dialetto veneto sono gli unici con cui riesco a stabilire un contatto pressoché immediato. A loro non interessa che io mi identifichi in un certo modo e che studi certe cose. Per loro sono solo una toseta e se ciononostante mi danno comunque del lei è perché sono cresciuti sotto il fascismo e hanno senso dell’umorismo.

We’ll sleep in our clothes and wait for winter to leave

Il giorno del mio ventiquattresimo compleanno una tizia del Barnard College mi ha scritto per comunicarmi che la mia attesa non è stata vana. Da gennaio a giugno seguirò una manciata di corsi a New York e comincerò a lavorare alla parte empirica della tesi.
Ho l’impressione di essermi sovraccaricata di lavoro ancor prima di partire, ma questo per il momento non è ancora un problema.
In queste settimane sto cercando di conciliare i miei doveri accademici con l’incubo burocratico rappresentato dal visto per gli Stati Uniti e le mille idee folli che mi assalgono ogni volta che mi fermo a riflettere sulla creatura Soft Revolution.
Sono inoltre tornata allo stato semi-letargico che mi caratterizza nei mesi più freddi dell’anno. Poco importa che il vero freddo non sia ancora calato su Trento. Poca importa, perché a conti fatti le giornate si sono già accorciate e i miei piedi tendono a congelarsi quando sto china alla scrivania leggendo le riflessioni uno storico francese che fu catturato, torturato e infine ammazzato dai nazisti o l’ennesimo testo illuminante sulle mie lacune come ricercatrice sociale.
Ora che sono al secondo anno della magistrale comincio a vedere colleghi terrorizzati dall’idea di abbandonare le aule in cui hanno ripetutamente preso coscienza della necessità di lavorare tutto il weekend sotto soavi luci al neon. “Che ne sarà di me?”, dicono i loro occhi annebbiati dalla birra annacquata del Picaro.
Personalmente non sono ancora stata assalita dalla paura dell’ignoto, in parte perché ho l’impressione che dedicherò diversi mesi alla stesura della tesi. Non si tratta di una scelta programmatica; il fatto è che scrivo lentamente, specialmente quando mi esprimo in sociologhese.
Alla fine ho deciso di lavorare sulle fanzine raccolte alla biblioteca del Barnard College e di intervistare delle persone da definirsi che abbiano a che fare con la collezione. Il progetto è ancora molto nebuloso, motivo per cui non ve ne parlerò oltre, ma se non altro la mia neo-relatrice si è detta molto contenta di seguirmi e questo mi conforta.
Da quando sono ricominciate le lezioni la popolazione del mio appartamento è mutata, nel senso che abbiamo perso una coinquilina e ne abbiamo guadagnata una nuova. Si tratta di una filosofa. Non ho ancora avuto una conversazione che possa dirsi tale con la suddetta, motivo per cui la conosco solo attraverso i libri che ha collocato nella libreria del corridoio.
Nel tempo non-libero che fingo sia libero mi sto dedicando alla lettura alternata di Asimov, Rigoni Stern e di una saga di fantasy/fantascienza di un’autrice australiana che non è mai stata tradotta in italiano. Sono particolarmente affranta dalla bellezza di una raccolta di racconti di Rigoni Stern, che è dedicata agli animali. Diversi anni fa fui costretta a leggere “Il sergente nella neve” e, a differenza di tante altre letture obbligatorie, lo apprezzai. Poi non toccai più la sua opera, rivolgendomi spesso e volentieri ad autori stranieri.
Ora non posso fare a meno di avanzare nella lettura senza commuovermi di fronte alla pacatezza dei suoi racconti e della sua prosa, al modo in cui racconta la morte, la caccia e le vite degli animali dei boschi. In parte credo dipenda dal fatto che alcuni elementi del suo linguaggio sono gli stessi che trovo inscritti nel mio e in quello dei miei nonni materni. Non è una parentela stretta, esplicita come quella che ho ritrovato in Luigi Meneghello, che era di Malo come mio nonno, però il legame c’è.
Leggere di animali e di popoli dotati di una coscienza collettiva mi rende particolarmente tollerante nei confronti dell’altrui isteria, delle consegne e dei ladri di biciclette. Al contempo, mi fornisce un rifugio quando sulle bocche di chi mi circonda prendono forma frasi che preferirei non ascoltare, perché la mia stabilità resta problematica.
I mondi che occupano i libri che tengo sul comodino, nella loro profonda diversità, sottendono una costante lotta per la sopravvivenza e un rapporto stretto e quasi fraterno con la morte. Sono mondi in cui riesco ad entrare senza disagio, abbandonandomi alle spalle tutto ciò che di spiacevole e doloroso permane nella mia vita quotidiana.

The lightning bolt made enough heat to melt the street beneath your feet

La prima settimana dell’anno (accademico) a Trento è stata segnata da piccoli ma dolorosi eventi. Speravo che il rientro prendesse una piega ben diversa, a dimostrazione del fatto che Trento è Madre Amorosa prima che Madre Matrigna. Ma, come qualsiasi passante avrebbe potuto confermare, mi sbagliavo.
Di fronte ad un foglio protocollo a quadretti e ad una serie di esercizi che, con solenne lentezza, sarei stata in grado di svolgere, ho cominciato a sudare freddo e a guardarmi attorno alla ricerca di una via di fuga. Sull’autobus che mi ha condotta a casa mi sono ripetuta che non voglio essere quel genere di persona che millanta blocchi mentali e traumi infantili per giustificare la propria incapacità di riempire un foglio protocollo a quadretti con qualcosa che abbia senso. Ma a quanto pare al momento quel genere di persona è ciò che sono.
I fogli protocollo a quadretti mi fanno sentire a disagio. Se so che dovrò riconsegnarli ad un altro essere umano il cui compito sarà giudicare il mio operato tendo a sudare copiosamente e a desiderare con profondo ardore un balzo indietro nel tempo, con il quale intervenire sul lento ed apparentemente inesorabile sedimentarsi del mio senso di inadeguatezza e delle mie lacune. Parte del mio disagio nello scrivere su carta a quadretti dipende dal fatto che non scrivo regolarmente su carta a quadretti da anni. Non riesco a prendere le misure, perché la mia calligrafia è quella di un animale laureato in medicina. Guardo il guazzabuglio di segni che mi lascio dietro vedendoci solo disordine e reminiscenze dei compiti di matematica e di fisica che sono stati il mio tormento.
A turbarmi particolarmente è l’apparente inconciliabilità tra il mio desiderio di diventare abile in statistica e il disagio che mi provoca la vicinanza con le persone che avrebbero il potere di mostrarmi dove sto sbagliando.
Quando frequentai la quarta e la quinta superiore ero solita attendere con ansia i giorni dei temi in classe. Amavo svolgerli, indipendentemente dalla traccia e dagli altri vincoli imposti dall’altro. Erano il mio modo di dimostrare la ricchezza delle letture extrascolastiche sulle quali mi consumavo, di mettere in chiaro che valevo più dei 7 che raccoglievo dopo ogni test di letteratura, dei quali fallivo date e rievocazione di conoscenze mnemoniche che nulla avevano a che fare con il piacere.
Un giorno svolsi un tema su un foglio protocollo a quadretti. Me ne resi conto quando era troppo tardi per farne una bella copia, motivo per cui lo consegnai così com’era, senza preoccuparmi delle conseguenze della mia sbadataggine. Dentro di me viveva la convinzione che la qualità del mio lavoro fosse tale da contrastare erroneità del supporto sul quale esso si dispiegava. Dopo un paio di settimane la professoressa di italiano mi riconsegnò il tema facendo solo un’osservazione sull’assurdità dell’oggetto che le avevo dato da correggere e lì credetti che la questione fosse stata chiusa. Di lì a due giorni, invece, Suor Preside capitò nella mia classe e, tra le altre cose, si lanciò in un’invettiva contro qualcuno che, come emerse in seguito, ero io. Non ricordo granché di quella visita, eccetto il fatto che Suor Preside disse che i temi sono documenti ufficiali e che, considerato il fatto che avevo consegnato un documento ufficiale sulla carta sbagliata, avrei dovuto espiare i miei peccati tentando di recuperare un 3 o un 4.
Il fatto che il mio voto sia poi rimasto invariato mi fa sospettare che quella fosse l’ennesima minaccia campata in aria con la quale alcune suore del mio ex Istituto erano solite terrorizzare gli studenti meno disposti a indossare magliette di lana cotta in giugno e ad annuire con fermezza di fronte ai post antiabortisti che tappezzavano i muri della scuola.
Il punto è che, quel giorno, Suor Preside – tentando di correggere il mio comportamento traumatizzandomi – appose un timbro vaticano alla mia convinzione che linguaggio scientifico e prosa fossero inconciliabili, al punto da richiedere supporti diversi, il cui uso erroneo sarebbe stato punito con la pubblica gogna e duecento Salve Regina.
Negli ultimi giorni ho poi assistito alla lenta consunzione della facciata che offro a me stessa quando mi dico che Trento non ha risvegliato in me l’atavico desiderio di evitare il contatto umano non necessario. Diverse aule di Sociologia sono state occupate per un convegno al quale sono accorse decine di scienziati sociali che, in forma sintetica, definirò qualitativi. Si parlava delle narrazioni come dato. C’erano gli applausi, i complimenti accorati, le presentazioni in Power Point e un sacco di discussioni dedicate a temi che, dal basso delle mie letture sparute e di quello che credevo fosse semplice buon senso, ritenevo archiviati da qualche tempo. Ho allungato l’orecchio cercando la voce di qualcuno che rompesse il circolo vizioso dei complimenti e che non si limitasse a fare un timido accenno alla questione delle interviste come “furto” di storie e di informazioni, passando poi ad altro, a considerazioni più neutre. Anche in quel caso mi sono sentita sola con il mio piccolissimo bagaglio di libri ed esperienze, mentre sullo sfondo dell’altrui cambiare discorso mi domandavo se i presenti avessero esplorato a fondo il rapporto che lega la qualità del dato raccolto e la capacità del ricercatore di definire un frame entro il quale il narratore scopra l’intervista come un’occasione per esplorare sé stesso e la propria vita anziché uno spazio-tempo inutile, da cedere controvoglia.
Fuori da un’aula del secondo piano ho tentato di esternare a voce i miei turbamenti in proposito e di raccontare una delle idee che mi sono venute per la tesi (quella il cui accesso al campo si configura come un’odissea burocratica kafkiana). Dopo una manciata di minuti ho osservato le resistenze della mia interlocutrice. L’ho vista abbandonare la conversazione, lasciandomi sola con un vuoto che avevo previsto. L’ho vista scomparire in fondo al corridoio, mentre il vuoto che avevo previsto corrodeva la mia capacità di restare composta, muta ed imperturbabile.
Mi immagino intenta a correre senza una meta, quasi che la corsa possa liberarmi dal legame con il suolo, con l’immediato presente e con i segni del passato che si stagliano come elefanti ovunque io creda di aver trovato quiete. Scaffali dissestati, carichi di porcellane infrante sono ciò che mi lascio alle spalle e che mi volto a guardare, per capacitarmi delle dimensioni del mio errore.
In verità sono ferma, china sull’asfalto di un marciapiede affollato, con il palmo della mano sinistra sbucciato, sporco e sanguinante.
E lunedì ricominciano le lezioni.

Addio amata bici.

Da poco più di un’ora sono proprietaria di una bici nera. Non l’ho ancora testata a fondo, ma per il momento pare sia un mezzo di trasporto adatto alle mie esigenze.
Ho comprato una nuova bici perché quella che avevo a Trento mi è stata rubata qualche sera fa. Non riuscirò più a guardare le rastrelliere di Sociologia con gli stessi occhi, questo è certo. Non ho pianto perché nel corso della mia vita mi sono state rubate diverse bici e ormai ci ho fatto il callo. Badate bene: sono rimasta impassibile non perché ormai sia diventata grande, una donna adulta e simili cazzate. Sono rimasta impassibile perché ho già versato troppe lacrime sulle prime bici che mi furono rubate anni or sono.
La bici di Trento era rosa e viola. L’assemblai poco per volta alla ciclofficina di Vicenza, partendo da un telaio Atala. Quella bici capitò proprio a me perché uno dei tizi della ciclofficina diede per scontato che il telaio rosa dovesse finire tra le mani di una ragazza.
Ero molto affezionata alla mia bici trentina. Sigh.
A Vicenza avevo una bici nera il cui unico vero pregio erano i freni semi-funzionanti. E’ stata il mio destriero per diversi anni, prima che un vile si introducesse nel mio cortile domestico e la rapisse. Era la scorsa primavera. Anche in quel caso restai impassibile.
Ogni volta che mi rubano una bici finisco per detestarmi. Penso al catenaccio pesantissimo che mi sono portata dietro per mesi dicendo tra me e me: “Era troppo poco”.
In un secondo momento vengo colta da impulsi atavici e considero la possibilità di rubare una bici a mia volta. Alla fine non lo faccio mai, perché odio i ladri di biciclette e se lo diventassi penso che mi vergognerei a tal punto da entrare in una chiesa a caso e chiedere il sacramento della confessione.
Dico tutto ciò forse perché le mie bici sono sempre state lo specchio della mia anima, per lo meno da quando ho potuto sceglierle, metterci dei coprisella pelosi color fucsia, tinteggiarle e usarle per trasportare piccole balle di fieno, montagne di pizze deformi e conigli nani.
Dico dunque addio al mio destriero Atala. Addio!

(L’amico Silvio con la mia vecchia bici. Foto di Anna Bertolaso)

Happy death man

Le piante di pomodori che c’erano sul balcone trentino sono morte da un pezzo, ma alcuni dei frutti sono rimasti appesi ai rami secchi e lì sono maturati al sole.
I finti-vasi che ho costruito rivestendo di plastica una manciata di scatoloni di cartone contribuiscono a rendere il mio panorama assai simile ad una piccola, ridente discarica.
Baldra è tornato a Vicenza stamattina, mentre stavo ancora dormendo. All’estremità opposta dell’appartamento c’è la coinquilina fantasma, che più tardi sarà raggiunta dal suo ragazzo. Conto di non dover aprire bocca per un minimo di ventiquattro ore. Conto di integrare il mio pranzo con gli ultimi pomodori del balcone e di superare entro domenica mattina l’ennesimo scoglio che è emerso nella stesura della storia che mi abita.
Ieri sera mi sono recata ad una festa straripante exchange students che parlavano diverse forme di inglese e che sembrano ubriachi a sufficienza per darsi al ballo. Una compagna di corso piena di vita mi ha vista intenta a contemplare la fauna locale con la mia proverbiale faccia crucciata e mi ha proposto di farmi leggere la mano da un suo amico.
Il suo amico era un tizio indiano dall’aspetto molto serio che ha scrutato le mie mani con un’attenzione al dettaglio che non avevo mai incontrato negli autoproclamatisi lettori di estremità umane. Ha detto, tra le altre cose, che prossimamente comincerò ad avere gravi problemi di salute e che tali problemi di salute potrebbero condurmi alla tomba entro una quindicina d’anni. Verso la fine della seduta ha aggiunto che farò il dottorato e che non diventerò mai famosa perché faccio troppe cose contemporaneamente.
Nel frattempo un’altra compagna di corso assemblava frasi in russo, un tizio americano della Scuola di Studi Internazionali narrava la sua esperienza kafkiana con la burocrazia trentina e i bicchieri contenenti residui di vino rosso di bassa lega aromatizzavano la stanza in cui coesistevamo.
Stanotte ho sognato di trovarmi circondata da graziosi coniglietti bianchi e neri in quella che doveva essere la mia cucina berica. È stato un sogno molto stressante. Quando mi sono svegliata ero sfinita e felice di non avere animali domestici in quel di Trento.
Negli ultimi tempi ho sentito troppe storie di criceti ammazzati dall’incuria e dall’alcol, così come di criceti resi spietati killer dalla cattività.