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Category Archives: Spostamenti

Niente più Giovanna d’Arco

Nella mia stanza troneggiano due vecchie librerie a vetrinetta. La più antica è quella in cui conservo i pochi libri e dischi giunti con me a Trento, insieme ad un ukulele blu che il mio corpo si ostina a rifiutare. Ai piedi del mobile: scarpe, scatoloni e imballaggi. Sulla sommità: stessa scena, meno che le calzature.
L’altra libreria è stata a lungo la sede degli scarti. Quando la vidi per la prima volta pensai di coprirla con un drappo, ma lo spazio serve e io sono una che fatica a buttare le cose, sono una che ricicla i cavi rotti dopo averli lasciarti a prendere polvere per tre anni, sono una che con i cavi rotti ci fa gli espositori storti per bambole con la testa a forma di fiore.
L’altra libreria è quella brutta, dunque. La discarica.
Abbiamo convissuto per un anno, prima che decidessi di farne il magazzino delle fanzine. La sede dell’invenduto.

La mia fanzine è stata acquistata quasi esclusivamente da persone che mi conoscono e che mi leggono regolamente. Le cose che ho scritto, le ho scritte pensando a loro. Lì ho concentrato parte di ciò che è diventato troppo arduo condividere online, perché Giovanna d’Arco ha smesso da tempo di vegliare su di me.

Uno degli ultimi ordini giunti al mio negozietto digitale indicava come indirizzo di spedizione un luogo in cui ero stata a fare un colloquio di lavoro. Quel giorno pioveva così tanto che le strade erano allagate e nell’aria si respirava ansia da alluvione. Io pensavo all’accostamento di risaie e pareti finestrate da terziario avanzato. Nella mano destra stringevo un ombrello economico, che alle mie spalle danzava come un pipistrello importunato da un fascio di luce. Credo esistano manuali contenenti capitoli dedicati alla prevenzione di quello scenario: fradicia e con una carcassa tra le dita, nel corso di una mattinata dedicata alla celebrazione delle proprie doti.

Come sono creativa, affidabile, disposta a sacrificarmi per la causa, incurante dell’ammontare dell’ipotetico stipendio. Come sono stata precoce. Non occorre che citi la lista delle mie pubblicazioni. So fare queste altre cose. Sono tantissime. So usare questo software brutto, anche se mi manca il certificato del seminario su di esso che ho seguito, perché ero troppo impegnata a vincere una borsa di studio per gli Stati Uniti per consegnare l’ultimo assignment in tempo. In triennale ho fatto anche un esame attraverso il quale ho inteso i rudimenti delle tecniche di selezione del personale. Sono così brava che riesco a capire subito dove sto sbagliando. Sto citando esempi errati rispetto al mio scopo finale, ma splendidamente appropriati nel processo di ricostruzione della mia storia messo in atto dalla recruiter. Sto mostrando la carne viva. Ciò che vado scrivendo da anni, sospeso a mezz’aria, a sfiorare le vicende umane di tre persone di cui non so nulla, e che dopo il colloquio non mi richiameranno.

Lo sforzo consiste nel trovare un senso ad eventi e persone accumulate nel corso di anni ed anni, che a contarli ti sale una mistura di conati e voglia di abbracciarsi da sole, per il coraggio, gli esami terribili dati con successo, le exit strategy pirotecniche. Lo sforzo è mistico. Lo sforzo è ossessivo-compulsivo. Costruire una narrazione logica attorno a quegli eventi e a quelle persone. Una narrazione corale, perché hai troppe voci in testa, sei un ventaglio di umanità.
Tanto per cominciare, scrivi in un modo e parli un altro. Scrivi in dieci modi e parli in un altro. Lo sforzo consiste nel preservare le apparenze, senza ridurre la complessità. Sai quanto è difficile. So quanto è difficile.

La fanzine in cui parlo del mio corpo nel bagno del vecchio ufficio. Eccomi intenta a ingoiare due frasi umilianti insieme al brodo salato di lacrime. Eccomi irrigidita, mentre mi masturbo trattenendo il fiato, mentre fuori c’è aria di neve e dentro le mie ossa sono sospese nel vuoto, sono Geremia; sono sola e compongo in rima. Eccomi dilaniata dai postumi della mia festa di laurea, durante la quale mi sono resa ridicola e ho ricevuto un orsetto lavatore dai miei amici.
Ecco il mio corpo fotocopiato sulla scrivania di un ufficio dalle pareti finestrate.

Al colloquio avevo ammesso di nutrire timore nei confronti di certi tipi di spostamenti, come quelli che prevedono un pernottamento, cinque pernottamenti, centocinquanta pernottamenti. La domanda chiedeva l’evocazione di episodi di disagio. Contavo di rispondere mostrandomi reattiva, propositiva, abile nella programmazione. Ma anche l’ultimo degli agnelli sa che non è bene dare ad intendere la possibilità di attacchi di panico, quando si sta tentando di ottenere un lavoro.

Ma io sono così interessante, complicata, imperfetta. Sono un uomo affascinante, dalla barba incolta, nella pubblicità di un liquore qualsiasi. Ho imparato a ordinare e a bere il whisky correttamente, dopo aver guidato per centinaia di chilometri in preda ad una follia dalla grana cinematografica. La colonna sonora era perfetta – canzoni su incidenti stradali – e io ero uno dei miei personaggi, quello che va a farsi ammazzare, perché i finali tragici sono meglio. Io sono quella che porta a compimento una missione suicida pregustando come sarà scriverne, collegare i puntini, dare stabilità all’impalcatura che fluttua sul precipizio.

Collegare i puntini è un esercizio iniziato da adolescente, per spiccare il volo e abbandonare la periferia dell’impero. Chiudendo gli occhi mi sentivo veramente altrove. Spalancandoli vedevo tutto con chiarezza: ero un volatile con una catenella molto lunga al collo.
Ora al gioco dei puntini ci torno perché a livello narrativo funziona meglio di un discorso sulle tendenze generali, gli outlier e le deviazioni standard. Suona meglio. Nella mia testa è più vero. Posso scorgere altre persone intente a riconoscersi in un testo all’interno del quale spiego di aver trovato il coraggio di andare a Roma da Trento, in auto con degli sconosciuti, nella mera voglia di scopare che mi stava traforando il cervello. Posso udire sussulti oltre la superficie delle pagine, e il silenzio sospetto del fiato trattenuto troppo a lungo, quando arrivo a parlare del letto in prestito, ai piedi del quale ci sono avvallamenti di vestiti accartocciati e fazzoletti sporchi, e sulla cui superficie bianca ci siamo io e il ragazzo di cui parlo nella fanzine. Se non avessi unito i puntini, la situazione non mi apparirebbe così assoluta e irripetibile, così traducibile in un approdo vero. Al contempo, conoscendo la colorazione rosea delle storie in cui il lieto fine è preceduto da altre circostanze liete, mi aspetto la tempesta.

Il Visconte Dimezzato che sommistra questionari

Oggi ho terminato le mie (poche) ore di lavoro come rilevatrice/somministratrice di questionari per l’anno accademico corrente. E’ un lavoro non particolarmente esaltante, ma devo dire che il più delle volte mi fa piacere interagire con gli studenti delle superiori e aiutarli a ridurre la complessità della loro vita al fine di superare lo scoglio di una domanda dotata di risposte che appaiono troppo astratte o lontane dalla loro esperienza. Mi piace la sensazione che provo nell’incontrare ragazze e ragazzi che hanno dieci anni meno di me e che fanno osservazioni perspicaci sulle domande che si trovano davanti.
Lunedì sono stata in una prima superiore popolata da ragazze vivaci. Sono stata sommersa dalle domande. Ogni mano alzata richiamava l’idea di diligenza ed impegno, anche nella compilazione di un questionario di provenienza esterna alla scuola e quindi – ovviamente – non oggetto di valutazione. Nelle classi di sole ragazze finisco sempre per sentirmi come il Visconte Dimezzato: la Margherita della chiacchiera da bar ringrazia i Cieli per il lavoro che scorre liscio, i questionari in ordine e la compagnia piacevole; la Margherita costruzionista, invece, opera un confronto con le classi di soli ragazzi e si mette le mani nei capelli.
Nelle classi di soli ragazzi ho avuto delle conversazioni folli, mi sono incazzata oltremisura e ho toccato con mano ciò che mi raccontavano gli amici di Vicenza che frequentavano il Tecnico Industriale del centro. Nelle classi di sole ragazze ho visto in azione il risultato di aspettative condivise circa la desiderabilità di una ragazzina. Quieta, in ordine, cordiale, ubbidiente, generosa, ridacchiante.
Certo, sono state solo parentesi di poche ore, incontri fugaci dai quali non posso trarre generalizzazioni, ma certe riflessioni risultano quasi inevitabili, perché la differenza è enorme e lo si vede anche sui volti degli insegnanti, sui cartelloni alle pareti, nel clima dei corridoi. Entrare in classi in cui il genere, appartentemente, è uno solo, mette in moto l’immaginazione sociologica. In letteratura c’è chi parla male di queste segregazioni per genere, che talvolta sono operate volontariamente, mentre in alcuni casi sono involontarie e dovute ad una forma di segregazione che avviene a monte, che è quella che riferita a ciò che i parrucconi definiscono field of study (es. i liceo socio-psico-pedagogici sono pieni di ragazze, mentre i tecnici industriali sono pieni di ragazzi). C’è poi chi ritiene che i gruppi classe non-misti o, più in generale, i girls-only spaces permettano alle ragazze di muoversi con maggiore libertà rispetto alle classi miste e, sul lungo periodo, le rendano più assertive.
Alla luce di questo, io leggo, mi documento, rifletto, pedalo sotto la pioggia, osservo e continuo a sentirmi come il Visconte Dimezzato.

Doni

La notizia del giorno è che ho superato il colloquio trentino per la Barnard parlando di slash fiction e della mia travolgente passione per la ricerca sociale. Ora non mi resta che fare l’ennesimo esame di inglese, superarlo con un punteggio degno e attendere ottobre per avere la contro-conferma della commissione americana.
La non-notizia del giorno è ho preso coscienza della mia latitanza e, per farmi perdonare, ho riciclato la compilation che ascolto ossessivamente quando scrivo, tramutandola in un dono per voi.
Fruitene liberamente.

Cerco di fare la persona seria

Entro questa domenica sera devo aver finito di raccogliere tutti i documenti necessari per passare la prima selezione per trascorrere sei mesi di studio alla Barnard.
Poco importa che, a differenza di tutti gli altri bandi, questo sia assai più problematico e irto d’ostacoli. Entro domenica devo aver finito.
Negli ultimi mesi ci ho pensato così intensamente che ormai mi vedo già là, a NYC, con il mio inglese sbilenco e tutte le mie carte bollate sia dalla commissione trentina sia da quella dell’università ospitante.
Nel caso in cui dovessero scartarmi credo che dovrò prendermi una vacanza solo per riprendermi dalla delusione.
Una vacanza in qualche fattoria lontana, dove a novembre è ancora possibile coltivare piante commestibili.
Quasi tutti i miei colleghi puntano ad andarsene all’estero almeno per un po’. Si tratta di farcire il curriculum di esperienze notevoli, stabilire contatti con docenti sparsi in giro per il globo, tornare in Italia e distruggere la concorrenza. C’è chi se ne andrà in Scandinavia a fare etnografia e chi si distrae durante le ore di lezione alla ricerca di una summer school per menti sopraffine votate alla statistica.
Nei rari momenti di quiete mi capita di pensare che il mio intermittente senso di inadeguatezza abbia senso, dopo tutto. I miei colleghi ed io siamo reciprocamente lacunosi e nonostante le mie competenze non siano particolarmente riconosciute presso la facoltà che frequento attualmente, negli ultimi tempi ho cominciato a sentire che almeno parte delle persone con cui lavoro ogni giorno – le persone al mio livello – vedono in me delle capacità apprezzabili, per quanto nebulose.
Non mi sento più alienata come l’inverno scorso, insomma.
In parte credo dipenda dal miglioramento del clima e dalle aule in cui si può già pregustare il caldo umido dei mesi estivi.

Oyafestivalen 2010

L’intenzione era quella di segnalare il report dell’Oyafestivalen nella sua interezza, ma l’ultima parte non è ancora online.

Mi limito dunque a proporvi i primi tre post, in attesa del quarto, che sarebbe poi quello contenente il risultato della nostra [mia e di Baldra] amletica scelta tra The XX e Motorpsycho performing Timothy’s Monster.
Con l’occasione ringrazio Indie for Bunnies per l’accoglienza e la disponibilità.

Day One & Two: Æthenor, The National, The Megaphonic Thrift, Sleigh Bells, Iggy & The Stooges, M.I.A.
Day Three: Panda Bear, Against Me!, Broken Bells, LCD Soundsystem, Yeasayer, Jònsi
Day Four: Marina and the Diamonds, The Flaming Lips, Robyn

Afraid of Everyone

Una decina d’anni fa mi rivelarono una verità inquietante sul mio passato.
Visto il mio inscalfibile mutismo, che ha dato segni di cedimento solo verso la fine del 1996, pare fossero in molti a considerarmi materia prima per psicoterapeuti. La storiella in questione mi fu narrata plurime volte da mia nonna, il cui intento era sottolineare la mia estraneità dalla massa dei coetanei nonché mettere in evidenza la mia intelligenza. Detta così non sembra una strategia vincente e sospetto ch’essa abbia contribuito in qualche modo alla plasmazione della mia deprecabile indole.
Riflettevo su quest’argomento guardando fuori dal finestrino di un Eurostar, apprezzando per una volta la mia terra e la sua relativa assenza di iPhone.
“Sono forse materia prima per psicoterapeuti?”, sono tornata a chiedermi, mentre sconsolata ascoltavo per la terza volta di seguito l’ultimo album dei National. “Perché faccio così fatica ad interagire con gli estranei se non sono alticcia?”, mi sono detta più e più volte, ricordando l’invettiva di un ex professore di religione (nonché prete), che aveva sempre parole aspre e petrose per chi – come la sottoscritta – ha scelto di superare i principali snodi narrativi della propria vita – per lo meno dall’adolescenza in poi – stordendosi.
Don Buzzurro raccoglieva consensi a palate, poiché i miei vili compagni non avrebbero mai ammesso di fronte alle immagini sacre che adornavano la nostra classe nonché ad un emissario di Dio in terra di essere dediti all’ubriachezza molesta. Gli unici a non rientrare in questo gruppo erano gli indossantori di mutande di ferro; un certo numero di seminaristi, gli eccessivamente timidi e le lettrici di I Love Shopping.
I National impedivano al chiacchiericcio circostante di raggiungere le mie orecchie, smantellando ciò che restava del mio amor proprio. Mani gesticolanti occupavano il mio campo visivo. Mani consumate dal tempo, appesantite da gioielli, igienizzate con sollecitudine.
L’abbandono della provincia dell’impero mi ricorda l’insignificanza della catena di giustificazioni che ho costruito negli anni, nel vano tentativo di attribuire un senso alla ciclicità della solitudine, che si abbatte sul mio capo sempre più frequentemente. Mi ricorda che il revival del grunge è all’orizzonte e che in parte esso si è già insediato negli store di H&M. Mi ricorda l’ampiezza della voragine tra le camicie a quadri della mia taglia e quelle deformi che indossavo alle medie. Fatico ad individuare minorenni vestiti in modo veramente ridicolo nella folla. Constato che, operando una trasizione verso capi d’abbigliamento che mi permettessero di andare a lezione e mimetizzarmi tra i colleghi dell’università, anche la mia audacia d’un tempo è scomparsa. Penso allora ai mille pregi dell’ubriachezza molesta, delle corse goliardiche sotto le grondaie della Basilica Palladiana, quand’eravamo freschi come rose e l’essere fradici di pioggia in pieno inverno non costituiva un problema, purché ci fossero passanti da terrorizzare con urla spezzate dal riso.
In ultima analisi, so di essere stata rovinata dall’accademia, dagli aperitivi protratti fino all’una di notte, dall’impossibilità di fare affidamento sugli stereotipi. Per questo amo visitare luoghi semideserti od abitati da popolazioni di cui fatico a comprendere gli usi e costumi. Lì l’inazione è impossibile. Lo stereotipo si frammenta, ricoprendo le pagine dei miei taccuini. E i nativi paiono realmente interessati alla mia storia.
Nella foto: il Signor Lego, con cui ho fatto amicizia sulle strade di Oslo. Dopo il mio rientro in Italia siamo rimasti in contatto attraverso una fitta corrispondenza internautica. Il signor Lego fa l’ingegnere civile e nel tempo libero ama fare passeggiate in montagna. Ci siamo conosciuti al concerto dei National presso l’Opera Haus di Oslo.

Un post che ho scritto dopo essermi svegliata nel cuore della notte

[Questo post non è stato rimaneggiato, motivo per cui potrebbe apparire incoerente e scritto con i piedi]
Ieri mattina mi sono svegliata alle 5.15. Nel mentre ho tirato un pugno al mio telefono, che giaceva sul davanzale. Alle 5.30 ho chiuso la valigia e ho salutato Anita. Poi ho camminato per qualche minuto fino alla fermata della metropolitana.
All’aeroporto ho cominciato a sentirmi male. Era pieno di connazionali molesti. Un tizio indossava una maglietta tessente le lodi di Milano. Volevo fendere la folla, dagli una sberla e chiedere: “Why?”.
Come mi era stato anticipato qualche giorno prima della mia partenza, a Berlino sono stata benissimo. Poi, una volta rientrata in terra berica, tutto mi ha fatto ancora più schifo del solito. Suppongo sia normale.
L’aspetto interessante della vicenda è che, a conti fatti, nel giro di cinque giorni e mezzo sono riuscita ad innamorarmi perdutamente di una città che mi suona incomprensibile. Ascoltavo tutte queste conversazioni in tedesco e leggevo trentacinque volte i cartelli stradali prima di riuscire a memorizzare il nome delle vie; pur capendo pochissimo non ero pervasa dall’angoscia che, in circostanze normali, infesta la mia quotidianità berica.
Ogni giorno trovavo qualcosa di nuovo da appuntare nel mio taccuino. Un pomeriggio, dopo aver vagato fino allo sfinimento tra musei e parchi, ho osservato il modo in cui lo schema che include trama e personaggi della “cosa” che sto scrivendo si ampliava poco per volta, fino a diventare due volte tanto ciò che avevo assemblato in due settimane di rimuginare a casa.
Credo di aver amato Berlino per un motivo abbastanza semplice; mi sentivo allineata e coerente con il paesaggio e con le persone. Ogni giorno vagavo da sola per ore facendo quello che mi andava di fare. Camminavo fino a non sentire più i piedi, fotografavo spazi marginali di mio gusto e trovavo di continuo la versione tangibile e smaccatamente reale dei miei sogni più improbabili. Ovunque mi girassi c’erano meravigliose aiuole incolte e rustici viali alberati che odoravano di giardinaggio informale. Pareva che lì tutti comprendessero il senso del prendersi cura di un quadratino di terra pubblica. Ai piedi degli alberi c’erano garofani, echinacee, calendule in procinto di fiorire, salvie, girasoli, gigli, tageti e deliziosi bossi lasciati liberi di crescere. Non c’era traccia del giardiniere dominatore, del fanatico dell’ordine. Alcuni locali erano addirittura decorati con piante di fagioli coltivate in vaso.
Martedì sera Anita ed io abbiamo preso la metropolitana e siamo scese a Kreuzberg, dove ci aspettava la Bongio. Poi siamo andate a ballare. Ogni tanto pensavo: “E’ martedì sera e questo locale è pieno di gente”. Assaporavo il mio sconcerto. Un’altra sera siamo andate a sentire un concerto che si è rivelato essere molto apprezzabile. Poi abbiamo rivangato quel momento di incredulità collettiva durante una delle ultime feste alla Casetta Lou Fai, quando Anita mise i Dirty Projectors e ovunque ci voltassimo c’era gente che ballava. Quindi abbiamo chiesto un pezzo della band suddetta al dj, che somigliava vagamente a Antony Hegarty. Ma quello era un dj cattivo; anziché ballare l’imballabile abbiamo contemplato l’inesorabile fluire di tamarrate anni ottanta per un periodo di tempo imprecisato. Gli Animal Collective ci avevano fatto credere che il tizio con gli stessi capelli di Antony fosse un collega nello spirito.
Non ricordo bene il resto della serata. So che abbiamo trovato questo barista che sapeva fare lo spritz Aperol ed è stato a quel punto che il continuo mischiare birra ed ingredienti dello spritz mi ha permesso di ignorare i miei errori di grammatica. Poi mi sono trovata in un posto dove il dj metteva musica che suonava vagamente russa e -non saprei dire come- dopo un po’ stavo bevendo Fritz Cola e parlando di post-rock con una persona adorabile in mezzo al traffico della gente che entrava ed usciva dai bagni.
Come dicevo sopra, appena tornata a casa mi sono sentita di merda. Ero di nuovo nella terra delle lotte fratricide, dei poseur sputasentenze e delle sagre dove si va a devastarsi mentre un esercito di cover band rivoltanti ti fa sanguinare le orecchie. Ciononostante oggi sono stata colta un flusso creativo imprevisto che mi ha portata a realizzare un collage e a rimpirmi le mani e i vestiti di colla vinilica. Erano quasi cinque anni che non facevo un collage. Spero che questa parvenza di serenità permanga nel mio corpo ancora per un po’. Eppure temo che gli sguardi deprecanti dei miei concittadini possano corrompere questo stato di grazia.
Ai tempi delle superiori investivo molte energie nel trasformare lo scherno altrui in un qualcosa di fortificante. Ora -duole ammetterlo- mi faccio problemi ad uscire con le calze bucate. Qui solo le persone certificate come punk indossano le calze bucate. Anzi, le tizie punk comprano le calze e poi le bucano per assemblare un certo tipo di look. Io ho solo un numero imprecisato di calze bucate in un cassetto. Le ho rotte quasi tutte incastrandomi in qualche spigolo della macchina o della bici. Me le metterei tranquillamente se solo fossi preparata a sopportare con un sorriso stampato in faccia il chiacchiericcio isterico delle beriche della mia coorte.
“Hai visto che ha le calze bucate?”
“Sì, che schifo”.
Cito questo esempio perché a Berlino era pieno di gente con calze, magliette e scarpe bucate e mi sembravano tutti molto sereni. Erano persone che non amano buttare via un vestito solo perché ha smesso di essere perfetto come il giorno in cui era stato comprato. Solo che lì evidentemente tutto ciò è considerato normale e non c’è gente ad ogni angolo pronta ad insultarti in ragione di qualche principio non universalmente valido.
Forse il motivo per cui continuo a sentirmi bene, indipendentemente dal luogo in cui mi trovo ora, è l’aver sperimentato di nuovo che la mia incapacità di adattamento alla viltà e allo spudorato materialismo berico non dipende da una mia presunta indole malvagia o asociale.
Tante persone, negli ultimi anni, mi hanno fatto notare che ciò che scrivo e dico potrebbe essere il risultato di una natura snob che rifiuto di accettare con pienezza. Ovviamente quest’affermazione lascia il tempo che trova. A Vicenza chiunque abbia una visione del mondo non totalmente plagiata potrebbe tranquillamente passare per snob. Non occorre uscire per strada e cominciare a parlare André Gide o dell’annesima serie tv che non passerà mai in Italia. Basta fingere di aver letto Marx, saper scaricare i torrent, aver una vaga idea di chi siano gli Strokes ed avere un hobby da cervellone sfigato come scrivere su di un blog. O, in alternativa, si può essere snob in virtù di ciò che si ignora o non si fa. Ad esempio, sono stata più volte finita in questa categoria perché evito sistematicamente alcuni programmi tv, perché sono vegetariana e perché non ho mai ascoltato i Derozer, nonostante la sede della Derotten Records sia a pochi numeri civici di distanza da casa mia.
Anche quando ascoltavo solo grunge la gente mi diceva che facevo l’intellettuale.
Negli ultimi tempi sono finita più volte incastrata in tristi discorsi su cosa sia giusto e sbagliato in termini di emigrazione in terre più felici. Non so mai cosa dire in queste occasioni, perché so che non è bello abbandonare Vicetia al suo destino fognario, anche se al contempo sono pienamente consapevole del fatto che stando qui sono diventata cinica, tendente all’autocommiserazione e probabilmente anche lievemente stronza. Il più delle volte quando esco devo stordirmi solo per riuscire a sopportare il clima da Amici di Maria De Filippi meets Chiesa Cattolica Romana che domina nel luogo dove vado a prendere lo spritz. Sono costantemente pervasa da un desiderio violento e brutale di ballare musica che qui quasi tutti ignorano; conseguentemente odio tutti i dj della città e apprezzo attività ricreative insensate come i silent rave organizzati da gente nata svariati anni dopo di me.
Oggi ho ascoltato un milione di volte il nuovo album di Wavves ad un volume molesto perché l’idea di fruirlo in cuffia mi sembrava l’ennesima trasposizione comportamentale del mio desiderio di non avere scazzi con i vicini di casa e con il mondo intero. Poi ho pensato che King of the Beach ha un’innegabile sensibilità pop e il pop piace ai miei vicini. Baglioni e Morandi sono i preferiti dalla gente che ha chiamato “discarica” il mio giardino.
Questo disco riesce a farmi sentire più o meno come quando ascoltavo quasi solo i Nirvana, anche se un po’ meno di merda. In entrambi i casi troviamo un persisente strato di “rumore” che disgusta la gente per bene, canzoni che ti si ancorano in testa per settimane e soprattutto un riflesso emozionale ambiguo e difficile da descrivere a parole, perché composto dall’orgoglio dello sfigato e dal generico autolesionismo che ne deriva, il tutto all’intero di un qualcosa che è così bello e vero e viscerale che alla fine non sai più se sei terribilmente depresso o in estasi. E i testi parlano di quelle situazioni in cui vorremmo essere dei personaggi di un romanzo ed essere in grado di comportarci e di dire cose che poi nella realtà nessuno dice, o al massimo le dice non credendoci.
Ad esempio:
“I’m not like them, but I can pretend” (1994).
“My own friends hate me, but I don’t give a shit” (2010).
Nel caso della opening line di Dumb mi vengono in mente centinaia di situazioni agghiaccianti durante le quali ho tentato di mimetizzare la mia alienazione in modo fallimentare. Non sto dicendo che sono speciale o chissà che. Semplicemente tendo ad impazzire se costretta a fare o dire alcune cose. Una volta tentai persino di mettermi alla prova. Per una settimana feci tutto quello che mi proponeva una mia compagna di classe/vicina di casa. Erano cose che in circostanze normali non avrei mai fatto, tra cui farmi una lampada della durata di ben due minuti e andare al Totem. La serata al Totem fu un incubo terribile. Ricordo che fui colta da panico più o meno un secondo dopo essere entrata e alla fine sfruttai un amico fumato per andarmene, dicendo che mi aveva chiesto un passaggio e che non potevo lasciarlo lì a marcire.
Questo per dire che ho tentato su me stessa lo stile di vita del berico medio della mia età e mi ha causato molteplici effetti collaterali. Potrei inoltre aprire una parentesi sul modo in cui mi sono finta cattolica per anni alle superiori, ma preferisco risparmiarvi. Il punto è che lo stesso uso del verbo to pretend ad opera del mio idolo adolescenziale implica un certo grado di menzogna agli altri e il più delle volte anche a sé stessi.
Wavves invece dice: “my own friends hate me, but I don’t give a shit”. Amo questa frase perché per certi versi parla la stessa lingua di Cobain. È come se in realtà dicesse: “My own friends hate me. Let’s pretend that I don’t give a shit”.
Negli ultimi mesi mi sono svegliata più volte nel cuore della notte e mi sono messa a scrivere esattamente di ciò che queste due frasi riassumono alla perfezione. Pagine e pagine di considerazioni il cui unico scopo è farmi sentire meno di merda.
La mattina vorrei alzarmi dal letto e trovarmi in una versione californiana di Vicetia, in cui non essere lo schifo ambulante e il disagio perenne che incarno qui. Vorrei essere “cool” e parlare con la gente con degli occhiali da sole giganti in faccia ed una birra tra mani incastrando quella frase di Wavves nel mio discorso. Vorrei che ogni sabato fosse come quello della chiusura della Corte, quando ero totalmente ubriaca e ho messo i dischi con Baldra usando solo iTunes e c’era un casino di gente che ha ballato fino alle quattro. E abbiamo messo Wavves, gli Sleigh Bells, i Ladytron, i Wombats, Patrick Wolf, i These New Puritans e altre cose non particolarmente sorprendenti per voi che ne capite qualcosa di musica indie, ma che qui sono avanguardia.
Vorrei non avere sempre voglia di picchiare la gente.
Vorrei che ai miei rari momenti d’ira non seguissero frasi come: “Ma perchè l’hai fatto? Adesso non sarete più amici come prima. Dovevi fare finta* che non fosse successo niente”, dette da gente che considero intelligente.
Perché noi berici fingiamo di amarci e siamo tutti stronzi.
* dovevi fare finta che [persona a caso] non ti abbia deluso tremendamente facendoti stare malissimo per giorni e giorni.

Love Thy Neighbour

Una significativa serie di eventi spiacevoli mi ha costretta lontano dal mio pigiama.
Per due giorni ho percorso e ripercorso le stesse strade provinciali, constatando per l’ennesima volta che il Veneto è un’enorme zona industriale priva d’anima.
Google Maps mi dice che tra ieri e oggi ho solcato circa 250 chilometri d’asfalto, quasi tutti senza uscire dal vicentino.
Ho raccolto mia nonna a Magré e l’ho portata all’ospedale di Bassano da mio nonno che, pur avendo avuto un infarto, continua a bestemmiare con l’usuale cadenza. Poi l’ho riaccompagnata a casa.
Oggi sono andata a trovare l’altra nonna in casa di riposo a Crespano.
Mentre guidavo ho scritto mentalmente un post. Spero di trovare la forza di tradurlo in qualcosa di leggibile prima che voli via dalle mie orecchie.
Oggi pomeriggio, quando mi sono accasciata sul divano, ho assaportato una sensazione strana, che somigliava alla frustrazione derivante dalla sconfitta.
Ero troppo stanca per fare qualsiasi cosa. Allora ho chiuso gli occhi e ho dormito.
Sono stata svegliata qualche minuto dopo dalle urla della mia vicina del 1° piano, che aveva suonato il campanello per vomitare odio su un qualsiasi residente della mia dimora.
Tra le altre cose, pare che la sua opinione sullo stato del mio giardino si sia radicalizzata.
Almeno questo è ciò che Mater mi ha riferito.
Nonostante i miei tentativi di rendere il mio fazzoletto di terra appetibile agli stolti, esso resta una discarica ai suoi occhi.
Mesi fa, di fronte a questa stessa osservazione, mi limitai a far sparire un po’ di roba e a covare l’odio non sfogato. Questa volta, invece, sono stata risucchiata in un turbine di disprezzo per l’aberrante e prepotente convenzionalità di chi sputa sui miei esperimenti botanici. Ho immaginato scene di distruzione e vendetta.
Ciò che mi irrita maggiormente è il fatto che queste persone sempre pronte ad insultare il mio giardino sono anche quelle che mi vedono dalla finestra quando sto ore ad annusare i fiori, a seminare, a progettare nuovi modi per stipare ortaggi in ogni angolo. Immaginavo avessero colto la passione che mi spinge ad attirare insetti con fiori ricchi di polline e a lasciare che l’erba cresca senza tagliarla ogni due settimane.
Invece no. Per loro sono solo una scema amante delle discariche. Una scema che non merita neanche di potersi difendere, perché le sue argomentazioni sono irrilevanti di fronte alla bruttura che si erge entro la siepe di lauro.
Queste situazioni mi fanno sempre pensare a quando il mio relatore mi disse che, per risolvere una situazione conflittuale in cui ero rimasta incastrata, dovevo darmi al dialogo interculturale. Aggiunse che spesso è necessario intraprendere questa via anche con persone che apparentemente appartengono alla nostra stessa cultura. Anche con i nostri vicini di casa italiani, veneti, vicentini. Perché, se ci pensiamo, il fatto sorprendente è che magari queste persone che ci somigliano in tutto e per tutto ci fanno anche schifo. Non so allora se il concetto di cultura sia adeguato per descrivere ciò che mi trovo tra le mani. Di certo quello di subcultura è fuori luogo. Si tratta piuttosto di piccole divergenze apparentemente insanabili che rendono tutto molto complicato.
Vorrei che i miei vicini mi ascoltassero quando cerco di parlare. Invece mi voltano le spalle, salgono le scale e sigillano il ponte levatoio del loro piccolo Stato nello Stato nello Stato.
E’ allora che emergono le scene di distruzione nella mia testa.
Dopo lo sguardo perso nel vuoto di mia nonna, le bestemmie di mio nonno, la disoccupazione, i libri sul nazismo, il senso di inadeguatezza e il bruciante desiderio di una persona a caso che mi dica che prima o poi smetterò di sentirmi così.

Se dovessi scegliere adesso tenterei una seconda laurea in agraria

Negli ultimi tempi non passa settimana senza che io scopra il master della mia vita. Sfortunatamente gli istanti di trionfo sono spesso seguiti da insulti più o meno taciti all’università italiana.
La cosa che più di tutte mi fa ridere e piangere al contempo è questa: a marzo dovrei laurearmi in sociologia; nonostante questo i miei crediti in metodologia e statistica sono così pochi che pare debba fare delle integrazioni per qualsiasi master vagamente intelligente e orientato al lavoro sul campo. Sto parlando di master di matrice sociologica, ovviamente.
Il bello è che non posso lamentarmi o dedicarmi all’autocommiserazione, poiché questo scatena le ire dei miei parenti. I miei genitori mi ripetono incessantemente: “vedrai che troverai il master giusto”, mentre i miei nonni sono ancora convinti che io sia un genio solo perché ho pubblicato un libro composto da meno di 150 pagine e stampato con carattere enorme. Dal loro punto di vista è strano che io non abbia una borsa di studio multimilionaria e non sia una studentessa di Harvard come Rory Gilmore. Per il momento cerco di solo di spiegare al parentame che in effetti avrei già trovato almeno venticinque master di mio gradimento; il punto è un altro.
Ad ogni modo, in questo istante me la passo egregiamente. Ho casa libera per due settimane, durante le quali dovrò preparare uno degli esami più disgustosi ed insormontabili del mio corso di laurea (Legislazione Minorile) e Scienza Politica. Il manuale di Scienza Politica mi fa rivoltare le budella solo a guardarlo. Pare sia aggiornato al 1996. Persino io, stupida studentessa di triennale, sono in grado di affermare che buona parte delle teorie ivi contenute non stanno in piedi.
Inoltre adoro i libri che recitano: “Ricerche recenti (Melucci, 1964) dimostrano che…”
A parte questo mi sono riprendendo dai due viaggetti che mi sono concessa durante agosto. Durante il fine settimana di ferragosto sono stata in Bretagna per la Route du Rock con Baldra, Anita e Michele; successivamente mi sono spostata ad Amsterdam, sempre in compagnia del Collega. Il tutto in treno, per un totale di cinquantotto ore di andate e ritorni.
Il viaggio migliore è stato il notturno da Monaco ad Amsterdam, durante il quale ho avuto il piacere di convivere con un gruppo di giovani tedeschi petomani. Ho inoltre apprezzato il tratto Brennero-Vicenza, durante il quale il mio scompartimento è stato invaso da un branco di studentesse patavine di Scienze della Formazione.
Sul treno Monaco-Vicenza
A volte mi faccio scrupoli ad affermare la superiorità morale di alcune categorie su altre, specialmente se io faccio parte dei “pregevoli”. In questo caso credo di poter affermare senza indugio la superiorità morale dei pendolari sui “non pendolari che prendono un treno ogni tanto”, specialmente se quest’ultimi ritengono sensato e divertente stappare una bottiglia di spumante altamente esplosivo in scompartimento, dimostrando inoltre di non saper svolgere neanche questa banale attività.
Al di là di questo posso dire di aver apprezzato molto la Route du Rock, in particolar modo le esibizioni di Saint Vincent, Andrew Bird e Peaches.
Ad Amsterdam, invece, Baldra ed io ci siamo limitati a visitare i posti che non avevamo visto due anni fa e a scegliere con grande accuratezza un singolo grammo di erba da farci durare per tutti e quattro i giorni della nostra permanenza. Dopo aver consultato la nostra guida alternativa siamo finiti al coffee shop De Dampkring, che vi consiglio caldamente.
In realtà, a differenza dei tanti giovani italiani che vanno ad Amsterdam per drogarsi, io mi sono limitata ad assumere sostanza stupefacenti perché mi sembrava uno spreco non farlo. Il mio obiettivo primario era invece tornare da Soup En Zo, il take-away delle minestrine.
Per due anni ho sognato di poter mettere le mani su quelle delizie, assillando Baldra e ripetendo “minestrine!” tra me e me. A riprova della mia ossessione, una volta giunta in città, ho perso totalmente il senso dell’orientamento, eppure sono riuscita ad individuare sulla cartina l’esatta collocazione di En Zo senza ricordarne l’indirizzo.
L'aiuola volante
Oltre ad aver mangiato divinamente spendendo relativamente poco, Baldra ed io abbiamo coronato il nostro viaggio con due concerti al Paradiso: Windsor for the Derby e Dinosaur Jr..
Il Paradiso è con ogni probabilità il locale per concerti più bello che abbia mai visto. Così bello che ci abiterei.
Ora non mi resta che passare i due esami, scrivere altre quattro righe di tesi, ampliare l’orto, piantare più di duemila bulbi con gli amici del gruppo di guerrilla gardening e capire che ne sarà di me.

Se dovessi scegliere adesso tenterei una seconda laurea in agraria

Negli ultimi tempi non passa settimana senza che io scopra il master della mia vita. Sfortunatamente gli istanti di trionfo sono spesso seguiti da insulti più o meno taciti all’università italiana.
La cosa che più di tutte mi fa ridere e piangere al contempo è questa: a marzo dovrei laurearmi in sociologia; nonostante questo i miei crediti in metodologia e statistica sono così pochi che pare debba fare delle integrazioni per qualsiasi master vagamente intelligente e orientato al lavoro sul campo. Sto parlando di master di matrice sociologica, ovviamente.
Il bello è che non posso lamentarmi o dedicarmi all’autocommiserazione, poiché questo scatena le ire dei miei parenti. I miei genitori mi ripetono incessantemente: “vedrai che troverai il master giusto”, mentre i miei nonni sono ancora convinti che io sia un genio solo perché ho pubblicato un libro composto da meno di 150 pagine e stampato con carattere enorme. Dal loro punto di vista è strano che io non abbia una borsa di studio multimilionaria e non sia una studentessa di Harvard come Rory Gilmore. Per il momento cerco di solo di spiegare al parentame che in effetti avrei già trovato almeno venticinque master di mio gradimento; il punto è un altro.
Ad ogni modo, in questo istante me la passo egregiamente. Ho casa libera per due settimane, durante le quali dovrò preparare uno degli esami più disgustosi ed insormontabili del mio corso di laurea (Legislazione Minorile) e Scienza Politica. Il manuale di Scienza Politica mi fa rivoltare le budella solo a guardarlo. Pare sia aggiornato al 1996. Persino io, stupida studentessa di triennale, sono in grado di affermare che buona parte delle teorie ivi contenute non stanno in piedi.
Inoltre adoro i libri che recitano: “Ricerche recenti (Melucci, 1964) dimostrano che…”
A parte questo mi sono riprendendo dai due viaggetti che mi sono concessa durante agosto. Durante il fine settimana di ferragosto sono stata in Bretagna per la Route du Rock con Baldra, Anita e Michele; successivamente mi sono spostata ad Amsterdam, sempre in compagnia del Collega. Il tutto in treno, per un totale di cinquantotto ore di andate e ritorni.
Il viaggio migliore è stato il notturno da Monaco ad Amsterdam, durante il quale ho avuto il piacere di convivere con un gruppo di giovani tedeschi petomani. Ho inoltre apprezzato il tratto Brennero-Vicenza, durante il quale il mio scompartimento è stato invaso da un branco di studentesse patavine di Scienze della Formazione.
Sul treno Monaco-Vicenza
A volte mi faccio scrupoli ad affermare la superiorità morale di alcune categorie su altre, specialmente se io faccio parte dei “pregevoli”. In questo caso credo di poter affermare senza indugio la superiorità morale dei pendolari sui “non pendolari che prendono un treno ogni tanto”, specialmente se quest’ultimi ritengono sensato e divertente stappare una bottiglia di spumante altamente esplosivo in scompartimento, dimostrando inoltre di non saper svolgere neanche questa banale attività.
Al di là di questo posso dire di aver apprezzato molto la Route du Rock, in particolar modo le esibizioni di Saint Vincent, Andrew Bird e Peaches.
Ad Amsterdam, invece, Baldra ed io ci siamo limitati a visitare i posti che non avevamo visto due anni fa e a scegliere con grande accuratezza un singolo grammo di erba da farci durare per tutti e quattro i giorni della nostra permanenza. Dopo aver consultato la nostra guida alternativa siamo finiti al coffee shop De Dampkring, che vi consiglio caldamente.
In realtà, a differenza dei tanti giovani italiani che vanno ad Amsterdam per drogarsi, io mi sono limitata ad assumere sostanza stupefacenti perché mi sembrava uno spreco non farlo. Il mio obiettivo primario era invece tornare da Soup En Zo, il take-away delle minestrine.
Per due anni ho sognato di poter mettere le mani su quelle delizie, assillando Baldra e ripetendo “minestrine!” tra me e me. A riprova della mia ossessione, una volta giunta in città, ho perso totalmente il senso dell’orientamento, eppure sono riuscita ad individuare sulla cartina l’esatta collocazione di En Zo senza ricordarne l’indirizzo.
L'aiuola volante
Oltre ad aver mangiato divinamente spendendo relativamente poco, Baldra ed io abbiamo coronato il nostro viaggio con due concerti al Paradiso: Windsor for the Derby e Dinosaur Jr..
Il Paradiso è con ogni probabilità il locale per concerti più bello che abbia mai visto. Così bello che ci abiterei.
Ora non mi resta che passare i due esami, scrivere altre quattro righe di tesi, ampliare l’orto, piantare più di duemila bulbi con gli amici del gruppo di guerrilla gardening e capire che ne sarà di me.