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Category Archives: Senza Categoria

Pioniere della musica elettronica

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Da qualche tempo, ho iniziato a studiare la storia di diverse pioniere della musica elettronica. Tutto è cominciato con un articolo su Delia Derbyshire, commissionato a Gianlorenzo per Soft Revolution.
Si è trattato del primo capitolo di una rubrica senza nome e scadenza regolare.

Finora ho scritto di Daphne Oram e Clara Rockmore, mentre la quarta parte, dedicata a Teresa Rampazzi, è in uscita nelle prossime settimane.

Ora mi sto chiedendo chi si sarà la quinta. Wendy Carlos? Pauline Oliveros? Un’artista che ancora non conosco?

Se avete suggerimenti da darmi, fatelo nei commenti.

***

A Teresa Rampazzi ho dedicato anche il primo numero di Computer Dances, una fanzine interamente dedicata al contributo delle donne allo sviluppo della musica elettronica. Si tratta della mia prima zine in inglese.

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Le mie fanzine su Etsy

Da oggi le mie fanzine sono in vendita anche su Etsy.

Questa è la descrizione del numero 3, il più recente:

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Fanzine assemblata sul finire dell’inverno, in quel di Bergamo. L’accesso al presunto spazio-tempo dell’adultità mi ha impedito di condividere online ciò che avrei voluto. Ne è seguita una certa solitudine.
Questa fanzine contiene ciò che, durante le settimane del disgelo, non ho avuto il coraggio di scrivere/dire altrove.

Temi principali: sogni, disforia, corpo

Getting free is a whole different journey altogether

“A long time ago, when you were a wee thing, you learned something, some way to cope, something that, if you did it, would help you survive. It wasn’t the healthiest thing, it wasn’t gonna get you free, but it was gonna keep you alive. You learned it, at five or six, and it worked, it *did* help you survive. You carried it with you all your life, used it whenever you needed it. It got you out—out of your assbackwards town, away from an abuser, out of range of your mother’s un-love. Or whatever. It worked for you. You’re still here now partly because of this thing that you learned. The thing is, though, at some point you stopped needing it. At some point, you got far enough away, surrounded yourself with people who love you. You survived. And because you survived, you now had a shot at more than just staying alive. You had a shot now at getting free. But that thing that you learned when you were five was not then and is not now designed to help you be free. It is designed only to help you survive. And, in fact, it keeps you from being free. You need to figure out what this thing is and work your ass off to un-learn it. Because the things we learn to do to survive at all costs are not the things that will help us get FREE. Getting free is a whole different journey altogether.”

Mia McKenzie

Margherita

Sto per concludere il mio stage, quello grazie al quale dal lunedì al venerdì mi trovate chiusa in un ufficio pubblico non particolarmente illuminato.
Nel corso degli ultimi mesi ho contemplato con ossessività il momento che dietro l’angolo mi attende; l’acquisizione dello status di disoccupata. Parte delle preoccupazioni e delle ansie che mi abitato sono quelle che mi hanno indotta a valutare diverse volte il sotterramento di questo blog, qualsiasi cosa quest’espressione significhi.
Sapevo che alcuni dei miei potenziali datori di lavoro sarebbero arrivati qui e avrebbero letto quello che scrivo quando sto male e non trovo altre valvole di sfogo oltre la scrittura. Così è stato.
Non ho particolarmente paura dei colloqui di lavoro, in parte perché ho ancora un po’ di margine di manovra. Non sono del tutto disperata. Materialmente, posso permettermi qualche altro fallimento. Inoltre, nel corso della mia esistenza, ho fatto già diverse cose che – stando all’immaginario collettivo – potrebbero indurre forti attacchi di panico, e ne sono uscita viva. Questo mi conforta nei momenti di disorientamento, quando mi trovo in mezzo a pianure allagate a centocinquanta chilometri da quella che non è più la mia casa, o in bilico su uno sgabello nel centro storico di una città che ho frequentato per tre anni senza mai arrivare a conoscerla veramente.
Eppure ho trovato dolorosissimo constatare che ero nuda davanti a chi aveva il compito di valutarmi. E mi sono sentita stupida, mentre contemplavo il formarsi di quell’emozione. Ho pensato: “Sarebbe bastato così poco per evitarlo.”
Mi osservo compiere continui e rapidi aggiustamenti al disegno che ritrae il mio lavoro ideale, ciò che ritengo accettabile e inaccettabile fare, i luoghi dove credo di poter vivere senza farmi uggiosa, lo stipendio minimo contemplabile.
Sono aggiustamenti che devono essere fatti, se voglio evitare di tornare a vivere dai miei nella completa miseria emotiva. E li sto facendo. Mi sto scrutinando, mentre metto da parte le immagini che avevo di me stessa da grande – o almeno ci provo – detestando al contempo chiunque mi abbia illusa di poter cavare qualcosa dall’accumularsi sempiterno di stoffe nella mia camera
le stoffe appese agli infissi
le stoffe che schermano la luce del sole
le stoffe date dalla tessitura di oscurità intercostali e parole soppesate per mesi/adottate nel panico
I continui aggiustamenti logorano ossa come le mie. Ho bisogno di tempo per adattarmi alle situazioni nuove. Non dovrei scriverlo, perché poi qualche potenziale di lavoro potrebbe leggerlo e scambiarmi per una persona poco flessibile. Però so anche che la mia lentezza è necessaria, umana e che può portare a qualcosa di buono. In genere è così.
Quando scrivo che sto male non provo alcuna vergogna, se penso a chi mi legge da lontano. Tento però invano di nascondermi ad alcune coppie d’occhi, perché da vicino sono più portata a fingere che tutto sia ok.
Sempre più spesso mi chiedo se abbia senso nascondere davvero questo blog e alcuni dei miei scritti destinati ad altri spazi, ad esempio scegliendo la via dell’anonimato. Ci ho pensato tante volte, ma l’idea mi fa troppo schifo, mi mette la nausea, mi rende apatica.
Di tutte le cose che sento di poter sacrificare, la mia firma non è una di queste. Una voce interiore ripete quello che ho sentito da altri, ovvero che si tratta di un istinto egoista ed egocentrico. Ma io so come sono fatta. So che, fino ad un certo punto, mi reggo sulle parole, sul loro scorrere spargendo immagini. Ho bisogno di sapere con la mia lingua toccherò alcuni dei corpi di chi mi vorrà leggere, e ho bisogno di sapere che le immagini evocate siano legate a me, al mio nome.
Non ho mai scritto un diario anonimo. Non ho mai tenuto un diario che non fosse online, accessibile a chiunque. Ho sempre cercato questo tipo di contatto. Non esistevo davvero prima di cominciare a lasciare tracce di me su internet, o almeno così sono portata ad immaginare. Quindi ora credo che anonimizzarmi equivarrebbe a privarmi di una delle poche cose che mi ricordano che ha senso che mi conservi in vita, perché sono abitata da potenzialità, perché ci sono cose che so fare bene, perché a volte le persone mi ringraziano per quello che scrivo (e allora mi pare che ne sia valsa la pena).

LETARGIA ZINE

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Ciao amic*. Ho finito la mia prima fanzine personale.
Si chiama LETARGIA e la potete recuperare qui.
Contiene, tra le altre cose, poesie, collage, tabelle gravide di disagio, pezzi di diario e il racconto inedito Gli orsetti lavatori sanno che la sinfonia è già dentro di te.
La tiratura è di 100 copie in bianco e nero. Costa 5 euro (spese di spedizione comprese) per 40 pagine piene di roba.
Temi principali: precariato, animali del bosco, sogni, autolesionismi, abbracciare fantasmi.

And that was comforting at night out under the moon

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1. “Trovi che ci sia un tratto comune tra i ragazzi che ti hanno spezzato il cuore?”.
Il primo ad usare The Glow pt. 2 su di me ne aveva scoperto l’esistenza tra le mie parole storte, insieme a quella di altri dischi colmi di metamorfosi e corpi ricoperti di brividi.
All’inizio, era stato il mio discepolo. Parlavamo lingue molto simili, che andarono sovrapponendosi e amalgamandosi nel corso degli anni. Accettai il suo dialetto nel mio quando ancora vivevamo in universi separati e ci vedevamo di sfuggita, tra lattine di birra economica e conversazioni che si reggevano sulla nostra incapacità di guardarci negli occhi.
Dopo essersi rasato i capelli, egli mi rivelò la metafora del bosco e mi mostrò il suo animale guida, che apparteneva alla stessa famiglia del mio. Una notte ci lasciammo alle spalle la casa dei suoi genitori ed egli mi invitò a guardare verso l’alto per farmi accecare dal pallore della luna.
Il secondo ad usare The Glow pt. 2 su di me parlava una lingua densa di metafore, diametralmente opposta alla mia. Eravamo stati negli stessi luoghi, ma impiegammo un intero dizionario dei sinonimi e dei contrari a prenderne atto. La mia Ombra era la sua Luce. I balconi, le vasche da bagno e le catatonie erano identiche. Era una vista ardua da sostenere. Un pomeriggio ci ubriacammo in casa; la mia mente tornava come una molla sulla canzone con la quale egli aveva rievocato il nostro primo vero abbraccio. Era la stessa canzone che avevo dedicato ad un altro, mesi prima. Questo mi spezzò il cuore. Scappai prima del tramonto.
L’anno scorso usai The Glow pt. 2 come campana di vetro, affinché schermasse delle mani indesiderate. Lo misi sul piatto, ma non funzionò. Mi lasciai baciare e toccare per un po’, perché non riuscivo più a proferire verbo. Tutto quello che volevo dire era racchiuso nel disco, ma egli non lo aveva mai ascoltato a fondo, non capiva i testi. Avevamo gusti troppo diversi. Non mi spezzò mai il cuore, perché parlavamo lingue di famiglie diverse.
Il terzo ad usare The Glow pt. 2 su di me mi aveva già colonizzata con altri dischi, quindi l’operazione riuscì solo in parte. Ora mi vengono in mente altri album, altri pezzi. Soprattutto quello che dice: “With your hand down my throat you held on to my heart and pumped blood through”. Non riuscivo mai ad ascoltare la compilation ch’egli mi donò prima della mia partenza per New York, per via di quella canzone. Ora fa meno male. L’abbiamo cantata insieme lo scorso fine settimana ed è stato bello.
Il quarto ad usare The Glow pt. 2 su di me lo fece fin da subito. Nel secondo periodo del primo messaggio. Lessi il suo nome e pensai al disco. Non sapevo chi fosse. Accettai la sua richiesta d’amicizia guidata da una voce che mi invitava a scavare.
Parlammo per mesi, ed era quasi sempre buio, eccetto per i bagliori che scaturivano di tanto in tanto dal suo petto. La prima notte che trascorremmo insieme, nello stesso luogo, li rividi con chiarezza, ad occhi chiusi.
L’ultima, invece, ero accecata dal candore della neve. Mi lasciai guidare. L’inasprirsi delle circostanze mi faceva sentire a casa. Al freddo, parlammo la stessa lingua.
2. “Dovresti cercare persone che non conoscano quella musica”.
Non mi so spiegare a voce, a volte neanche per iscritto. Non ho mai imparato a parlare con fluidità in italiano. Le cose che voglio dire sono già di per sé difficili da estrinsecare. Se mi esprimessi con efficacia ed eleganza, credo fallirei comunque.
Quando non riesco a mostrare le immagini che ci sono nel mio cuore, torno ai balconi, alle vasche da bagno e alle catatonie. Quando mi rendo vulnerabile a mio danno, quando mi mostro invano, resto confinata nella mia stanza, a guardare negli occhi la solitudine.
La musica in comune mi serve per provare ad evitare che ciò accada.
3. “Io preferisco stare tranquilla”.
Ero una persona tranquilla, prima che le Ombre mi assalissero.
Così amo presentare i fatti. Una narrazione lineare e limpida. Il trucco sta nell’individuare l’incipit della degenerazione. Ogni volta che credo di averlo individuato, me ne torna in mente uno che lo precede.
Sulla bocca degli altri, sono stata tranquilla per moltissimo tempo, perché non parlavo e non davo fastidio.
Le Ombre sono arrivate dopo. Le ho chiamate così per addomesticarle, ma credo esistessero anche quand’ero più piccola, sotto altro nome.
Le cose più ridicole e folli che ho fatto, le ho fatte nella speranza di tornare ad essere tranquilla, anche solo per un paio d’ore.
La diagnosi dice che i ragazzi che parlano senza usare metafore immaginifiche mi annoiano subito. La noia mi spinge a piantare chiodi nei muri e nelle mie falangi. I ragazzi che parlano senza usare metafore immaginifiche non mi rendono tranquilla, tutt’altro.
Non riesco mai a dire a voce alta che vado cercando i miei simili, perché non mi so spiegare, e così sembra sempre che siano dei folli pieni di strane manie. Faccio fatica a esplicitare che, secondo quanto mi è stato spiegato, secondo ciò che dovrei volere ed essere, anch’io sono una folle piena di strane manie. Il punto è tutto quello che viene prima, tutto quello che sta sotto i dischi che diventano le nostre case. Perché proprio quelli e non altri? Perché proprio quelle metafore, quei versi, quell’attaccamento ad un’immagine che è insieme suono, verbo ed elettricità? Perché ne sentiamo bisogno? Perché non possiamo semplicemente essere tranquilli, senza il bisogno di narrazioni altrui, rivisitate con ossessività, apprese fino a diventare parte del proprio corpo e della propria storia?
Una voce mi dice che sono difettosa.
Un’altra che vedo bellezza nell’oscurità e
bagliori sul cuore delle creature che mi somigliano.

You Swan Go On

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1.
Quando ci incontrammo,
ero già solita mutare la mia rozza materia prima in narrazioni lineari.
Cercavo segni e minute chiavi di volta
per ergere la mia storia.
Il tuo nome mi si palesò come segno.
All’interno della mia narrazione,
eri approdo, destinazione e barzelletta.
Anche il fatto che mi sia macchiata di tradimento
per baciarti, quella sera,
ora sembra un segno.
Volevo essere sicura che non mi saresti sfuggito.
Erano le tre passate,
quando ti vidi assumere le fattezze di un quindicenne dalla bocca impastata
per chiedermi di restare.
È uno dei ricordi più dolci che mi hai lasciato,
come l’impressione che il mio letto fosse enorme,
le prime volte che dormimmo insieme.
2.
Sono ancora qui.
La città è diversa.
Le ultime cento volte in cui abbiamo provato a coricarci vicini
eravamo scomodi,
la tua schiena a pezzi.
Solo per alcuni fugaci istanti
mi è parso di riprovare la quiete
che mi trasmettevi tenendomi la mano,
sotto le coperte, nella nostra precaria tana,
ora pezzo d’archivio
nel quartiere che con scrupolosità evito.
3.
Ogni tanto ci scambiavano per fratelli,
anche se non ci somigliamo per niente.
Conosci ogni tattica per farmi crollare.
Io non ci devo neanche provare.
Basta che stia ferma composta muta al mio posto
e accade.
Al telefono ridiamo con amarezza dell’acido che ci siamo appena gettati addosso per iscritto.
Dopo esserci augurati tutti i mali del mondo, crolliamo sull’immagine frantumata di ciò che dovevamo essere da vecchi.
Siamo già stati inseparabili
nella buona e nella cattiva sorte,
sei già stato raggelato dalla mia salute precaria,
dall’aroma di malattia che emano quando mi faccio ombra,
ho già ascoltato piatti infrangersi al suolo;
li ho già raccolti.
Ci siamo già detti tutto ciò che può essere detto.
Questo è il punto in cui stiamo per separarci davvero.
Nei romanzi,
sarebbe stato un anno fa.
Non siamo più materia prima né narrazione lineare.
Siamo un testo di critica letteraria,
raffinatissimi,
taglienti,
insopportabili.
Siamo un esempio
per chiunque voglia propugnare un ritorno alla terra
ai cieli stellati
e alle storie semplici con una morale
che si comprende solo alla fine.

Battiamo i lividi

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1.
Quando sono troppo stanca/ubriaca/sfinita dall’esistenza ho la pessima abitudine di scrivere senza usare gli occhiali.
2.
Onde quantificare il nostro disagio, suggerisco l’uso dei seguenti indicatori:
i chilometri che siamo disposti a percorrere per raggiungere un happy hour applicato a birre buone e pesanti e sostitutive di un pasto
i chilometri che siamo disposti a percorrere per vederci un concerto generico, che risulta ok solo sulla base del fatto che si svolge in Trentino
i litri di birra ingeriti infrasettimanalmente, ma con scioltezza… con scioltezza
3.
Sull’autobus ci permettiamo di usare la trentinità come antitesi della gioia di vivere, della spontaneità, delle finestre spalancate per arieggiare stanze che sono rimaste sigillate per anni. A voce alta. Scandendo le parole. “Forse sto diventando trentina anch’io”. “No, cara, non temere, te lo leggo negli occhi che sei ancora tu”.
4.
Oggi sono scappata dall’ufficio. Non sapevo che ora fosse, anche se avevo appena controllato l’orologio. Sono andata al bar a prendermi un caffè. La procedura è stata fin troppo rapida. Volevo consumare almeno dieci minuti, nel processo.
Mi sono seduta al freddo, sui gradini del Tribunale, ad ascoltare due canzoni.
Non pensavo a niente, ma in realtà pensavo al fatto che è stupido che io debba fingere di lavorare quando non mi vengono assegnati degli incarichi. Fingere di lavorare è più difficile del lavoro vero e proprio.
Pensavo al fatto che è strano e terribile trovarsi sui gradini del Tribunale di Trento, con le mani spalmate sulla faccia, ad ascoltare canzoni che parlano dell’atto banale e violentissimo del vestirsi da adulti e dei Fine Before You Came, quando si è divenute esattamente quel tipo di animale che tenta di vestirsi da adulta e che ascolta i Fine Before You Came alle otto di mattina e spegne l’iPod giusto un attimo prima di entrare nel territorio in cui sarebbe improprio mostrarsi allucinate e trasognate e piene di parole sopprimibili sulla punta della lingua. Un criceto.

Tagliarmi la carne e farmi addormentare

1.
Oggi sono stata costretta a partecipare ad una conferenza sull’occupazione in Trentino dagli anni ’80 ad oggi. Era pieno di dipendenti pubblici e figure istituzionali.
Odio la tendenza tutta italiana a prolungare gli interventi durante le conferenze, a “prendersi qualche minuto in più”. La mia mattinata è stata un lungo susseguirsi di scuse masticate male e di slide brutte che non ho letto.
Ho ascoltato racconti di crisi che già mi erano note e di provvedimenti che mi riguardano. Non potevo andarmene, così mi è stata forzata addosso, per l’ennesima volta, la storia dell’orso e dei tassi di questo e di quest’altro e il modo in cui in sala tutti parevano indignati, mentre io tentavo di pensare ad altro leggendo articoli strazianti del New York Times.
2.
Ho pensato che forse dovrei evitare di ubriacarmi ogni volta che la situazione lo permette, perché poi finisco sempre per fare cazzate e rattristarmi. C’è da dire che non si tratta di circostanze così frequenti, dato che la mattina devo essere in ufficio e le volte in cui mi sono presentata con i vestiti del giorno prima, dopo aver dormito sul pavimento o sul divano di qualcuno, non è stato propriamente il massimo. Solo che vivo immersa in bolle spazio-temporali che tendo a voler rimuovere, quindi arriva spesso un momento nel corso della serata in cui divento quell’altra persona lì, che poi sono sempre io, solo più rumorosa e sgraziata.
3.
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Quando penso che non dovrei scrivere cose tristi sul mio blog, mi sento in colpa. Non si tratta solo delle motivazioni più pronunciabili e serie e accettabili. A volte penso anche che sono sola, o per lo meno che mi sento sola, e che non voglio più esserlo. Sono stanca di sentirmi così.
Sto tentando di sviscerare ciò che è dato per scontato che le ragazze non dicano, perché altrimenti lo so già che tornerei ombra.
Ma non sono abbastanza forte per mostrarmi mostruosa senza patirne.
(Non sono neanche abbastanza forte per mostrarmi liscia e tenue e serena senza patirne.)
Spesso ho l’impressione che, se fossi un ragazzo, ma avessi la stessa tendenza che ho ora a vedere oscurità e a impazzire di continuo, sarei più perdonabile.
Ma in realtà mi vengono già perdonate un sacco di cose.
La sera della mia laurea, dopo aver pianto sul mio regalo, mi vergognavo un sacco e mi sentivo orribile.
Ero su un letto altrui, quando F. mi ha detto che voleva vedere la mia faccia devastata. Dopo un po’ gliel’ho mostrata e mi sono sentita dire che, a conti fatti, era meglio del previsto.
Mi viene perdonato quasi tutto.
4.
Solo che qui non ci posso più stare, in questa città o nell’altra, perché ogni due giorni mi sembra di non poter far altro che scomparire, e allora studio modi per ridurmi in polvere e nel processo mi sento orribile e stronza ed egoista e ingrata.
Anche oggi ho ricevuto una mail bellissima da una persona che apprezza quello che scrivo. Mi sono sentita molto meno sola mentre la leggevo e preparavo una risposta.
Solo che poi c’è tutto il resto; la concretezza dell’ansia che arrivo a provare quando mi ricordo che sono incastrata qui, ora. E la presenza tangibile e intangibile delle persone che dovrei rimuovere dalla mia vita, perché le amo e mi fanno star male e io perdono e dimentico e, nel processo, divento ombra. E la nausea che provo ogni giorno quando mi rendo conto di essere ancora a Trento. E il modo in cui, durante i momenti liberi al lavoro, mi adopero per trovarne un altro in una città più grande, dove non mi siano tutti già noti, dove conoscere amici nuovi e trovare un sacco d’ossa che mi veda e mi accolga e parli la mia lingua.
5.
Mi vergogno e mi sento poco femminista ogni volta che arrivo ad ammettere di non riuscire più a stare da sola, pur dovendo permanere in questa condizione.
Il femminismo non c’entra e non dovrei tirarlo in ballo.
(Il femminismo c’entra e non dovrei comunque tirarlo in ballo.)
Potrei essere più liscia, tenue e muta, ma poi diventerei un’ombra e finirei per andare veramente a nascondermi nel bosco e mi lascerei morire e non manderei cartoline a chi me le ha chieste, perché la risposta corretta era “tutto andrà meglio”, la risposta corretta era “so che puoi resistere ancora per un pochino”, la risposta corretta era “non voglio che tu sparisca”, la risposta corretta era “il bosco non è un luogo adatto ad una ragazza come te”.

Embrace your captors

1.
È strano. Sto ricominciando a sentirmi come quando ero alla fine delle superiori. Il momento in cui scoprii che un sacco di persone vicine leggevano il mio blog, ma facevano finta che non fosse così. I miei professori, la Madre Superiora, alcune compagne di classe.
Dopo un colloquio terribile nell’ufficio della Preside della mia vecchia scuola, versai ogni lacrima che avevo in corpo e tentai di eliminare l’intero archivio. Anni di post, in un periodo in cui scrivevo quasi tutti i giorni.
Ora mi sento osservata da persone che non conosco ancora e che forse non conoscerò mai. Persone che non esistono, con ogni probabilità.
Parte di me ritiene che non abbia senso curare così tanto il mio curriculum e le strategie di ricerca di un lavoro degno, se poi devo buttare tutto in pasto ai cani trattando questo spazio da diario, come è sempre stato.
Tento spesso di scrivere qualcosa di nuovo, ma finisco quasi sempre per bloccarmi e cancellare tutto. Non sono mai stata una cancellatrice.
6.
Ho sognato o rivisto tutti, ogni singolo corpo divenuto scaturigine/causa/approdo delle mie missive nude, delle mie telefonate fluviali e piene di parentesi, dei miei tentativi di insediamento.
ho cercato di baciare chi mi aveva già detto, una vita fa, che non potevo,
ho percorso un tunnel di plastica al termine del quale era previsto che scopassimo con disagio su un letto già occupato,
sotto le dita, ho risentito occhi infossati, costole sporgenti, pelle liscia – più della mia – e un cranio rasato e la stanza in cui ci nascondevamo e dalla quale mi incamminavo all’alba – l’attraversamento del bosco – per tornare a casa e fingere di aver dormito,
ho cercato di baciare chi doveva essere lasciata in pace, solo perché mi sentivo sola ed ero ubriaca,
ho ripetutamente cercato soppressione del ricordo di corpi amati in altri corpi,
ho confuso veglia, sonno, ricordi e sogni,
ti ho guardato da vicino, ed eravamo amici
eravamo di nuovo amici
ti ho guardato, ed eravamo nel tuo letto
circondati da santini, vestiti e corazze abbandonate al suolo, lattine vuote, libri vecchi, amplificatori, spartiti, i miei disegni, altri libri vecchi, chitarre, calzini, pelli di animali del bosco