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Category Archives: Musica

Chitarre signature e patriarcato

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Esistono regni più pervasi dall’odore del patriarcato di altri. Alcuni dei più ardui da abitare sono quelli nei quali il discorso dominante consiste in plurime declinazioni della gara a Chi Ce l’Ha Più Lungo. Dall’alta pasticceria francese alla club culture, passando per il gaming, le donne e le persone non-binary sono sistematicamente sottoposte ad uno scrutinio volto a mettere in discussione la loro legittima partecipazione a tali realtà sociali. Praticare un hobby o una professione che dovrebbe dare piacere rischia allora di diventare un percorso ad ostacoli, irto di quiz, battutine, insulti e lagne di chi rimpiange un’ipotetica età dell’oro in cui “le femmine” non avevano ancora rovinato la possibilità di trovarsi tra soli uomini per godere di una quanto mai necessaria Nicchia Maschile.

(continua a leggere su Soft Revolution)

Vado a prendere il treno con la mia sega musicale

Caro Diario,
non riesco a trovare un lavoro, ma almeno sono diventata brava a suonare la sega musicale.
Sabato lo farò dal vivo in un posto carino poco distante dalla mia prima dimora.

Qui tutte le info: SOUND FROM THE SUN // THE LOVECATS+LOVE AND THE GANG+MORANZA FAREWELL PARTY

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(Foto di Francesca Stelluti)

Nirvana (Tre variazioni sul tema)

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I.
Sono vestita a festa, il che significa che ho una corona di fiori e pezzi di Barbie in testa. I miei amici Laura e Alessandro si sono appena laureati. Alla loro festa, mi occupo del 50% del dj set d’accompagnamento.
Un tizio sconosciuto mi si avvicina. Sono in un angolo della sala, in compagnia della mia birra, a sfogliare playlist. Con fare da grande esperto della vita, il tizio sconosciuto mi chiede polemico, “Un po’ di musica bella no, eh?”. Gli sorrido. “Definisci musica bella”.
“I Nirvana”, risponde.
Questo tizio ce l’ha scritto in faccia che vuole Smells Like Teen Spirit. Il suo sopracciglio arcuato suggerisce che non ballerebbe, se anche la mettessi, perché è troppo serio per certe cose. La natura deprecabile della domanda con cui si è introdotto nella mia vita mi lascia inoltre intendere che i suoi ascolti siano quanto mai conservatori e stantii. So che ignora i Pixies. Se mettessi i Pixies al posto dei Nirvana, tornerebbe a rompere il cazzo.
Sono ad una festa e ho qualche birra in corpo. Sto cercando di essere lieta, almeno per qualche ora. In altre circostanze gli risponderei sfoggiando uno dei miei tradizionali Sorrisi Palesemente Falsi, accompagnato da Opinion. In questo caso decido che egli non merita. Se fosse un degno ascoltatore dei Nirvana, non avrebbe chiesto i Nirvana.

II.
Sono in piazza Fiera, in quel di Trento. C’è un palchetto e della gente che ci suona sopra. Bevo deliziosa birra artigianale con Baldra e altre colleghe incontrate lì per caso. L’evento è un classico trentino: musica trascurabile, retorica solidale, finanziamenti provinciali e studenti fuori sede che sono lì sono per l’alcol.
Dopo una band di minorenni di cui apprezzo la sobria batterista, sale sul palco un tizio smunto vestito come una versione trentina del tardo Kurt Cobain. Comincia a suonare. Tra il pubblico c’è chi mostra di non capire. Qualcuno ride. Baldra ed io ci avviciniamo per guardarlo da vicino. Sotto il palco non c’è anima viva. Il tizio sembra un impersonatore di Cobain. Avrà più o meno la mia età. Le sue canzoni originali sembrano cover fatte male dei Nirvana. Lo ascolto per un po’, dicendomi che dev’essere una persona molto triste. Un vero caso umano.
Tra un pezzo e l’altro egli smette di biascicare e dice, “Immagino che non capiate, dato che i testi sono in inglese”.
Senza pensarci, gli urlo dietro: “Ci stai sottovalutando”. Sono sotto il palco. Fa finta di non avermi sentita. Dopo un po’ suona Smells Like Teen Spirit.

III.
Deve essere più o meno mezzanotte. Siamo fuori insieme da sole per la prima volta, non lontano dalle nostre rispettive dimore. Beviamo una birra piccola dietro l’altra, per illuderci di essere morigerate. Tu mi racconti della tua vita e io ti racconto della mia. Ci conosciamo superficialmente da anni, ma non abbiamo mai avuto questa conversazione prima. Tocchiamo argomenti difficili, che in molte circostanze eviterei, perché sembra inevitabile che si arrivi a fine serata soddisfatte, meno irrequiete. Mi parli della tua pre-adolescenza senza musica e del momento in cui hai cominciato a cercarla. Forse sarà l’alcol in corpo, ma quasi mi commuovo quando ricostruisci per me il momento in cui hai sentito per la prima volta i Nirvana alla radio. Anch’io ricordo com’è stato ascoltarli per la prima volta. Te lo racconto, e tu annuisci sorridendo quando uso la parola rumore.

(foto via dallospazio)

Sono giorni di intense seghe mentali

241a.jpgMi chiedo: “Forse che Tweez sia uno dei miei dischi del cuore solo alla luce di Spiderland?”
“Forse che, in un universo alternativo in cui non ci fosse stato Spiderland, Tweez mi avrebbe parlato in tutt’altro modo?*”.
Penso ad una versione quindicenne di David Pajo. David Pajo metallaro supertecnico con gli incisivi sfasciati. Gli voglio bene, nonostante io non voglia bene al David Pajo odierno.
Tweez è il disco che uso per dire:
Non rompetemi i coglioni.
Avete rotto i coglioni.
Varcate questa soglia e vi farò a pezzi usando il machete che conservo sotto il mio lettino.
La mia anima è oscura.
Nutro diffidenza nei confronti delle persone che dichiarano di aver visto la Luce in Spiderland, perché non c’è alcuna Luce in Spiderland. Le persone che dichiarano di aver visto la Luce in Spiderland sono quelle che hanno recuperato Tweez sperando che fosse un altro Spiderland e sono rimaste tanto ma tanto ma tanto deluse.
Le persone che dichiarano di adorare Spiderland, ma che fanno gli occhi da pesce confuso quando nel discorso subentra Tweez, mi fanno venire voglia urlare: “Come fai a dirti umano se non provi alcuna curiosità? Come puoi? Ehhhh?!”



* Ovviamente sì.

Stati mentali (giugno – luglio 2012)

Download qui.
Daniel Johnston – Get Yourself Together
Björk – Undo
Don McLean – Vincent
Amanda Palmer – Creep (Hungover at Soundcheck in Berlin)
Daniel Johnston – Life in Vain
Broken Social Scene – Pitter Patter Goes My Heart
Cocorosie (feat. Antony) – Beautiful Boyz
Vic Chesnutt – You Are Never Alone
Belle & Sebastian – If You’re Feeling Sinister
(foto di Diane Arbus)

Can you feel the darkness shining through?

Can you feel the darkness shining through? from underb1987 on 8tracks.

Download qui.
Built to Spill – Untrustable pt 2
Afghan Whigs – My Curse
The Breeders – Sinister Foxx
Cat Power – What Would the Community Think
Riz Ortolani feat. Katyna Ranieri – Oh My Love
Florence + the Machine – My Boy Builds Coffins
Fairport Convention – Si tu dois partir
Bob Dylan – All I Really Want to Do
Buddy Holly and the Crickets – Send Me Some Lovin’
The Ronettes – (The Best Part of) Breakin’ Up
Simon & Garfunkel – Why Don’t You Write Me
The Commitments – Take Me To the River
Talking Heads – Once in a Lifetime
Beck – Sexx Laws
The Thermals – I Know the Pattern
Suede – Moving
Built to Spill – Randy Described Eternity
The Magnetic Fields – The Book of Love
Daniel Johnston – God Only Knows
Tori Amos – Happy Phantom

Il nastrone dei miei stati mentali (inoltre: foto a caso)

Stati mentali (marzo-aprile 2012) from underb1987 on 8tracks.


Qui trovate l’archivio scaricabile
, così che possiate metterlo nel vostro lettore mp3 e deprimervi vagando per la vostra città esattamente come faccio io. Esaltante, eh?
Aidan John Moffat – The Boy That You Love
Maria Antonietta – Stanca
Grimes – Visiting Statue
Austra – Lose it
Alcest – Ecailles de Lune (part 1)
Arab Strap – Screaming in the Trees
Hood – For a Moment, Lost
Mount Eerie – Voice in the Headphones
Jeff Mangum – I Will Bury You in Time (live)
Aidan John Moffat – Good Morning
Grimes – Genesis
Mount Eerie – My Burning
Jeff Mangum – My Dream Girl Don’t Exist (live)
Nirvana – Oh The Guilt
Melvins – Raise a Paw
Alcest – Sur l’autre rise j’attendra
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Come i criceti in cattività, che mangiano la propria prole, il mese scorso ho deciso che era il caso di lasciar morire le mie violette. Travasarle sarebbe stato troppo complicato. Inoltre ero infastidita dal fatto che l’università mi avesse fatto dono di sementi così ostili, soprattutto alla luce della mia forzata dipartita dal paese a maggio e della conseguente impossibilità di godere di una fioritura decente.
Ora la mia coinquilina pensa che io sia incapace di tenere in vita creature vegetali e che sia del tutto priva di istinto materno. Ciononostante mi ha consegnato questa tazza, in erano stati collocati dei semi di “non so cosa”.
Ora che “non so cosa” è germinato, direi che si tratta di un’asteracea.
La scritta sulla tazza fa riferimento alla zona in cui si trovano due dorms esterni al mio campus, tra cui quello in cui abito. Si tratta dell’ennesimo tentativo di stimolare il senso di appartenenza ad una comunità assemblata artificiosamente.
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Sono sconvolta dal fatto che Toni Morrison sia entrata nella mia vita solo quest’anno. Perché non la conoscevo prima? Come ho potuto vivere prima di incontrare la sua raffinatissima prosa?
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I miei vestiti sono un’armatura. Qui ho bisogno di magliette metallare per comunicare i miei stati mentali a chiunque posi il suo sguardo su di me.
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Un oggetto che mi tiene in vita.

Le proprietà terapeutiche del death metal

Sabato sera mi sono trovata al cospetto di Stéphane Paut, altrimenti detto Neige, altrimenti detto (impropriamente) Alcest.
In questo momento credo che, tra tutti gli esseri umani che abitano questa terra e che non ho avuto il piacere di conoscere, Alcest sia quello che, sulla carta, mi capisce meglio. alcest_-_les_voyagesvinyl300.jpgQuesto perché la sua musica e le mie allucinazioni boschive si compenetrano alla perfezione. Durante il concerto ho provato lo straniamento che volevo e ho sentito la commozione (e l’enfasi va su “mozione”) e la tensione interiore dei metallari contro i quali ero schiacciata. Come sempre, quando mi trovo ai piedi di musicisti che parlano alla mia anima, ho chiuso gli occhi e ho ascoltato il mio piacere (dato in buona parte dal fatto di essere chiusa in una stanza in cui i suoni che amo sono sparati a volumi dolorosi, al punto che basta focalizzarsi sul proprio corpo per sentirli conficcarsi nella carne). Nel caso dello show di sabato, non mentirei nel dire che la mia partecipazione si è concretizzata quasi esclusivamente attraverso l’immersione nel suono e nel buio, oltre che per mezzo dello scomposto headbanging che offro al mondo quando smetto di preoccuparmi delle mie apparenze. Verso metà concerto, tra una visione e l’altra, ho aperto gli occhi e ho constatato che Alcest mi stava guardando.


Da quando sono qui, tendo a fare piani per le mie poche serate di “divertimento” cercando concerti durante i quali io possa sentirmi umana, perché spesso non mi sento umana. Mi sento robotica, oppure mi sento troppo umana. Quando mi sento troppo umana significa che le circostanze mi impediscono di dispiegare la mia umanità. Le circostanze sono la camicia di forza che farà un figurone sul mio curriculum, quando sarò costretta ad aggiornarlo.
Qui seleziono concerti che dubito mi farebbero voglia in Italia. Qui mi sono scoperta estimatrice del death metal scaturito dalle viscere di persone inquietanti, perché coesistere per un’ora e mezza con quelle stesse persone inquietanti e lasciare che le loro visioni diventino le mie è quanto di più simile all’annichilimento io abbia trovato in questa terra. Scomparire è l’imperativo. Essere altrove, almeno per qualche ora. Sentire terra granulosa raccogliersi sotto le unghie. Ascoltare suoni che non siano sirene, allarmi d’auto, le urla del pazzo che sbraita “Alleluia” ogni sera sotto la mia finestra.
I metallari che ho osservato qui sono abbastanza simili ai metallari italiani con cui ho avuto a che fare nel corso della mia vita, anche se la mia impressione è che i primi siano più aperti alle contaminazioni dei secondi. Ad esempio, penso che l’amico con cui mi è capitato di passare qualche pomeriggio, quand’ero in terza superiore, discutendo della conformazione del Valhalla, avrebbe forse criticato l’assenza di una batteria sul palco dei Liturgy, quando li ho visti un mese fa. Ma, al di là delle lievi differenze che ho registrato finora, devo dire che l’apparente coerenza interna alla comunità metallara occidentale mi è stata d’aiuto, mentre navigavo nel mio prezioso sconforto. I metallari di Brooklyn che assaporavano la magnificenza di Alcest o la sensualità animale del cantante dei Deafheaven erano per me trasparenti. Li avevo già visti altrove. I loro gesti erano parte di un rituale noto. La loro violenza era circoscritta in uno spazio-tempo di legittimità, perché eravamo altrove. Eravamo in Norvegia, o all’Inferno.


Spesso cerco musica che mi comunichi qualcosa sulla mia vita e che lo faccia con linguaggi relativamente espliciti. Ciò che faccio ogni tanto il sabato sera, in questa città, cozza con le mie usuali preferenze, perché qui non sono in me. A Vicenza o a Trento non ho bisogno di scomparire artificiosamente nell’oscurità e di sentire le spalle di sconosciuti vestiti di nero piantarsi contro le mie. Qui non è raro che venga assalita dal desiderio di fare a pezzi ciò che mi circonda. Qui ciò che faccio è dirmi che non ho tempo per constatare che sono stanca. Perché il punto è che non ho tempo per essere socievole. Non ho tempo per ascoltare i miei stati mentali e porre rimedio allo sfacelo. Non ho tempo per la tesi. Non ho tempo per chiamare a casa. Quando passo quaranta minuti nella vasca da bagno a fissarmi i piedi e a versare qualche inutile lacrima, so che sono patetica, ingrata e soprattutto che sto sprecando tempo che potrei investire per fare esercizi di statistica oppure leggere le duecentocinquanta pagine di Bakhtin che dovevo assimilare durante il fine settimana e che ho ignorato.
Sabato sera avrei voluto essere altrove, per motivi che hanno a che fare con l’essenza stessa di ciò che fa sì che esca dal letto la mattina, ma sotto a quel palco sono stata bene. E quando il mio sguardo e quello di Alcest si sono incrociati mi sono sentita profondamente compresa. È stata la prima volta, da quando sono qui, nella solitudine che discende dal mio senso del dovere.

Questa settimana su Soft Revolution

Riots and Revolution. Il nastrone della settimana è stato ispirato dalle parole poco illuminate che Rampini ha pronunciato durante un intervento a Servizio Pubblico. E ho detto tutto.
Which is scarier – Lust or temptation? “Blankets” di Craig Thompson e la vulnerabilità del lettore. In qui parlo di quella che credo sia la mia graphic novel preferita e dei versi caustici di Morrissey che sono stati la mia corazza.
Affinità-divergenze tra la compagna Rookie e noi nella definizione del tema del mese. L’editoriale di dicembre.

Vi invito poi a festeggiare il mio visto per gli Stati Uniti. Sta arrivando. La lotta con la burocrazia è finita. Sono libera.

The road it winds, it twists, it turns, oh my stomach burns

Vi ho mai parlato delle pile di libri e riviste che accumulo periodicamente sul comodino e sul termosifone della mia stanza per causarmi i sensi di colpa?
Ognuno di quei libri e ognuna di quelle riviste rappresenta un post che ho delinato a mente e che aspetta solo di essere battuto sulla mia tastiera bianca. Li lascio in giro a prendere polvere per costringermi a scrivere. Li guardo cinque, venti, cento volte, fino a dimenticarmi quello che volevo dire.
Nei mesi ho accumulato un vecchio numero di Max, la september issue di Vogue e un discreto ammasso di libri di narrativa e di saggistica. Tutti arretrati. Tutti minacciosi, con le loro copertine rosa e rosse, le loro pagine illustrate.
Alcuni sono fermi da così tanto tempo che credo non li riprenderò più in mano.
Nel narrare le mie attività nel retroscena di Soft Revolution finisco sempre più spesso per dire che mi servirebbe una stagista, così potrei scrivere ogni tanto. Oppure immagino che un giorno tutto questo lavoro verrà ripagato in qualche modo, anche se non saprei come.
Nel frattempo correggo bozze, fisso lo schermo del portatile cercando di dare fluidità alle voci delle ragazze della redazione e mi dedico alle due rubriche settimanali che in origine dovevano essere le più impersonali del nostro repertorio.
La prima è Grassroots Internet Revolution, in cui vengono raccolti i link della settimana, segnalati dalle autrici di SR. La seconda è Il nastrone della settimana.
Facendo un giretto tra i post archiviati nel corso delle ultime cinque settimane mi sono resa conto di aver scritto solo di musica, in modo implico od esplicito. Le mie bozze seguono lo stesso semplice pattern. Spesso mi capita di voler segnalare qualcosa, un disco, una canzone e due ore dopo mi ritrovo un post tra le mani. Un post imprevisto, che nulla ha a che fare con le mie scalette e la manipolazione continua di Google Calendar.
Lo stesso vale per i commenti ai nastroni che compongo ogni settimana.
Più la playlist diviene concreta, magari attraverso la stesura di una lista di canzoni papabili su carta, più è difficile che io riesca ad abbandonarla, priva di un commento, su 8tracks.
L’impersonalità sta diventando una caratteristica difficile da mantenere. Gli argomenti che scelgo di raccontare ricalcano le canzoni che mi ossessionano in questo periodo, le canzoni che ascolto in loop quando ogni altra attività sembra intollerabile o quando mi sposto da sola per Trento.
Il nastrone di questa settimana si chiama Drivin’ on 9, you could be a shadow. Ho cominciato a delinearlo su carta una decina di giorni fa, dopo essermi resa conto che nella mia testa risuonavano soprattutto canzoni dedicate a viaggi in auto, in cui la voce narrante non era impegnata nella guida e poteva dunque concentrarsi sul mutare dell’orizzonte e lo scorrere degli alberi lungo la strada.
Mi manca il poter guidare da sola, attraverso un perpetuo susseguirsi di zone industriali e paesi amministrati da gente della Lega. Da quando la mia nonna paterna è morta e io mi sono trasferita a Trento ho smesso quasi del tutto di percorrere certe strade. E’ strano, perché sono strade che conosco a memoria; credo che alcune di esse non le rifarò mai più, dato che i luoghi ai quali conducono sono per me vuoti.
Alcune delle canzoni che ho inserito nella playlist parlano di luoghi vuoti, in cui permangono solo le tracce di un passato in cui brulicavano di vita, di corpi umani.
Drivin’ on 9
You could be a shadow
Beneath the street light
Behind my home

(The Breeders, Drivin’ on 9)
La stanchezza talvolta mi rende cieca. Non riesco a mettere a fuoco gli oggetti, gli edifici e gli animali che si stagliano fuori dalla portafinestra della mia stanza. Gli occhi doloranti sono l’eredità più crudele che potessi ricevere, perché nell’oscurità non riesco a scorgere nulla, non riesco ad immagazzinare immagini.
L’ultimo pezzo di cui ero convinta che ho scritto l’ho scritto dopo aver passato ore immagazzinando immagini. Da allora mi sono affidata alle immagini dipinte da voci diverse dalla mia. Sono immagini circoscritte in canzoni, la cui consultazione richiede uno sforzo emotivo limitato rispetto a quello richiesto dalla produzione di resoconti propri.
Silver Birch against a Swedish sky
The singer in the band made me want to cry
We’re all inside our own heads now
We are leaving new friends
leaving this town
I wish you could be here with me
I would show you off like a trophy
The road it winds, it twists, it turns, oh my stomach burns

(Camera Obscura, Country Mile)
Ascolto questi pezzi e in alcuni casi mi sento assalire da forme inesplorate di smarrimento. Per questo sono portata a scriverne; per ritrovare la strada, ricondurre la mia prostrazione a qualcosa di razionale. Dire che a ridurmi in questo stato sia la mia incapacità di restare in me stessa al cospetto della bellezza suona banale, ma non ho altro modo di porre la questione.
I took the lights and radio towers out of my dreams
And we went all the way up to the small town where I’m from
With foggy air and the wind and the mountain top
And we clung to rocks and looked off and you held my hand
You almost got to start feeling me
I finally felt like I was breathing free
Under swaying trees we fell asleep and we had the same dream
The stars were bright, we dream the same every night
On my island home I spent some time with you

(The Microphones, The Moon)
Certe canzoni mi fanno irrigidire ogni volta che le ascolto. Certi versi evocano così tanto in me da impedirmi di pedalare attraverso la città senza che una smorfia compaia sul mio volto, senza che l’aria aderisca al mio corpo riportandomi su altre strade, ai piedi di persone che non ci sono più.
Alice died
in the night,
I’ve been learning to drive.
My whole life,
I’ve been learning.

(Arcade Fire, In the Backseat)