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Category Archives: Autoreferenzialità

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Durante le mie prime due settimane da visiting student presso il Barnard College mi sono sforzata di partecipare a quasi tutte le attività obbligatorie o facoltative che erano state programmate per il mio gruppo di studentesse sperdute. Ho saltato solo la visita al MET, la serata a teatro e un paio di incontri informativi in formato predica. Ero piena di buoni propositi. Volevo essere socievole, nonostante i discorsi di circostanza mi causino intensi dolori addominali.
Con l’inizio delle lezioni ho scoperto che avrei vissuto da asceta per una manciata di mesi. Dopo il primo workshop di scrittura dedicato alla comprensione delle aspettative dei docenti americani – naturalmente obbligatorio – ho constatato che non avrei avuto le energie per partecipare e soprattutto prepararmi agli incontri successivi. L’idea di potermi risparmiare altri compiti per casa non era per me la Fantasia del Fancazzista Seriale, bensì una disperata e bruciante necessità.
Poco per volta ho smesso di vedere le ragazze che avevo conosciuto durante le prime due settimane, pur avendo mantenuto qualche contatto. Con il passare del tempo, ho perso la capacità di programmare qualsiasi cosa che non fosse legata dalle scadenze imposte dai corsi. Ho smesso di comprare biglietti dei concerti che mi interessavano in prevendita, poiché era plausibile che non avessi il tempo di andarci. Altre volte ero semplicemente troppo stanca per vestirmi e prendere la metropolitana.
A metà semestre mi sono accorta che alcune delle persone che avevo conosciuto a gennaio orientavano lo sguardo sui muri quando ci incrociavamo nei tunnel sotterranei del campus.
“Ecco, sono di nuovo l’Asociale”, mi sono detta in diverse occasioni.
Ogni volta che cambio ambiente arriva il momento in cui, per un motivo o per l’altro, divento l’Asociale. Non lo faccio apposta, ma mentirei se dicessi che da anni sono impegnata nella costruzione di una facciata diversa, più entusiasta di fronte agli estranei.
Essere aperta e cordiale è per me molto faticoso, a meno che non mi trovi in un ambiente paradisiaco e poco realistico in cui mi senta subito a mio agio.
Quando sono arrivata qui ero abbastanza convinta di aver trovato dei miei simili nel gruppo di persone che partecipavano alle riunioni dello zine club dell’università, alcune delle quali erano anche dj della radio del Barnard College. In realtà ho scoperto che il mondo non è tutto uguale e che ciò che per me è raro e meraviglioso per altri può essere molto banale. Per me è raro e meraviglioso partecipare ad una conversazione durante la quale degli sconosciuti citino a caso i Black Tambourine.

La mia reazione non può che essere di smodato entusiasmo, perché nella mia testa un estimatore o un’estimatrice dei Black Tambourine sono belli, preziosi e simili a degli unicorni. Ho invece scoperto che qui esistono ambienti in cui apprezzare certi gruppi è abbastanza scontato, al punto che la dimensione settaria che certi ascolti si portano dietro sembra molto meno forte di quanto mi sarei aspettata.
A settimane di distanza dall'”episodio Black Tambourine”, ho realizzato che il mio gioioso intervento nella conversazione dei membri dello zine club doveva essere stato interpretato come emblematica espressione di un habitus provinciale. Sono giunta a questa conclusione dopo aver notato che, un paio di mesi dopo, diverse persone di quel gruppo non si ricordavano di avermi conosciuta, mentre io ero ancora inebriata dai loro discorsi e dal loro revivalismo di ciò che di bello ci hanno dato gli anni ’90.
Ho smesso di andare alle riunioni dello zine club perché anch’esso prevedeva una versione tutta speciale dei compiti per casa che infestavano le mie giornate, oltre che per il fatto che esso mi ricordava quanto ero indietro con il lavoro per la tesi.
C’è stato un giorno in cui mi sono detta che stavo impazzendo e che, con il passare del tempo, sarebbe stato sempre peggio, perché le consegne non facevano altro che moltiplicarsi. A quel punto era scontato che non avrei più partecipato ad un singolo “study break” o alle uscite organizzate per le visiting students. Queste attività, che sulla carta erano puro e semplice svago, richiedevano invece tempo ed energie, oltre che lo sforzo ormai intollerabile di offrire alle mie interlocutrici la mia versione del finto entusiasmo caratteristico dei nativi.
Avendo constatato già all’inizio di gennaio che il mio modo di stare al mondo qui veniva sistematicamente letto come segno di stronzaggine, noncuranza e maleducazione, mi ero detta che potevo imparare a mimetizzarmi e a dire “That’s great!” ogni trenta secondi. Il problema è che non avevo calcolato la stanchezza, l’ostilità di coloro che credevo essere miei simili e l’impossibilità di sfogare le mie oscurità scrivendo per ore ed ore o scavando buche.
Mi rendo conto che da fuori devo apparire molto asociale. Ho saltato tutte le visite di gruppo ai musei più noti, per poi andarci da sola alla prima occasione. Quando le foto di quelle visite, di quei pomeriggi di intensa socialità sono state pubblicate su Facebook, non ho potuto fare a meno di vergognarmi; perché non ero andata, perché avevo posto lo studio prima della potenziale pregevolezza di altri esseri umani, perché avevo confermato la mia asocialità.
Al contempo, questo disagio ricorrente mi porta a pormi nuove ed intriganti domande. So di dovere parte della mia difficoltà a stare al mondo alla mia timidezza, ma so anche che in passato non ho avuto problemi a rendermi ridicola, se ad attendermi oltre la potenziale umiliazione c’erano persone con vite interiori che mi erano parse simili alla mia.
Stando qui ho osservato che, in barba alle altrui aspettative, ciò che volevo era dedicare il poco tempo libero che avevo a disposizione all’esplorazione solitaria della città. La solitudine non era prevista né scontata, all’inizio, ma lo è diventata quando ho realizzato che buona parte delle mie colleghe straniere avevano priorità radicalmente diverse dalle mie.
Una ragazza con cui ho mantenuto i contatti durante questi mesi mi ha raccontato della visita guidata al Guggenheim che si è svolta il mese scorso. Ho unito il suo resoconto alle foto della comitiva, amabilmente spalmata sul prato di Central Park. Mi ha parlato di Choices, l’esposizione attualmente in corso dedicata a John Chamberlain, dando per scontato che anch’io la trovassi poco interessante, come poco interessanti possono essere degli ammassi di lamiere ricoperti di vernice colorata. Il prato di Central Park, in quelle foto, era di un verde brillante che, unito ai volti amichevoli delle mie colleghe, mi diceva che non sarei stata in grado di sorridere allo stesso modo.
Ciò che da fuori appare come il mio manto di asocialità, dall’interno ha tutt’altra consistenza.
Se sostengo di trovare ripugnante l’idea di una visita guidata in un museo pregevole è perché, in quel caso, ai miei occhi, le opere esposte vengono prima di una tabella di marcia, delle chiacchiere del gruppo e degli esseri umani che ne fanno parte. Posso accettare che una persona mi dica di aver trovato insignificante il lavoro di John Chamberlain, se il lavoro di John Chamberlain è lontano, non in vista. Ma non posso permettermi di bruciare l’unica occasione che ho avuto, in anni ed anni di visite museali, di assaporare la vicinanza con quelle opere. Non posso farlo perché quegli sfrontati ammassi di lamiere non sono quadri che io possa tentare di rivivere guardando una fotografia.
Installation View - John Chamberlain: Choices
C’è qualcosa nelle creature metalliche di Chamberlain che mi rende profondamente felice. Nelle rare occasioni in cui mi sono trovata ad osservarne una o due da vicino, sono stata catturata dalla loro bellezza. É una bellezza che non so spiegare, perché la mia conoscenza dell’arte contemporanea è frammentaria e molto rustica. Ciò che posso dire è che, in genere, le visite ai musei non mi rendono felice. Mi turbano, piuttosto. Mi spingono a scrivere e a fare a pezzi ciò che mi circonda. Le opere di Chamberlain, in quest’ottica, sono tra le poche, insieme alle prime sculture in fil di ferro e ai mobili di Alexander Calder, a parlarmi attraverso un idioma fatto di bellezza scevra da turbamento.
Se attorno a me non ci sono chiacchiere, ma silenzio, posso guardarle e vedere forma e colore, dimenticando le discariche da cui viene la materia prima che le compone, o apprezzando il modo in cui gruppi di fanali o di paraurti deformati diventano qualcosa di radicalmente altro.
Installation View - John Chamberlain: Choices
In questi mesi ho provato più volte il viscerale desiderio di darmi ascolto ed esplorare l’urgenza di comporre e distruggere che sento talvolta sotto la lingua. I giorni in cui mi sono concessa solitarie e lente visite ad alcuni dei musei dell’East Side sono stati quelli in cui ho faticato di più a controllarmi.
In un certo senso, credo di aver bisogno di sentirmi in questo modo e di accumulare tensione. Il problema è che, da fuori, sono solo una creatura asociale che compie circonvoluzioni attorno a lamiere colorate, per altro senza possedere il linguaggio adeguato ad articolarne il motivo.
Installation View - John Chamberlain: Choices
Installation View - John Chamberlain: Choices

Can you feel the darkness shining through?

Can you feel the darkness shining through? from underb1987 on 8tracks.

Download qui.
Built to Spill – Untrustable pt 2
Afghan Whigs – My Curse
The Breeders – Sinister Foxx
Cat Power – What Would the Community Think
Riz Ortolani feat. Katyna Ranieri – Oh My Love
Florence + the Machine – My Boy Builds Coffins
Fairport Convention – Si tu dois partir
Bob Dylan – All I Really Want to Do
Buddy Holly and the Crickets – Send Me Some Lovin’
The Ronettes – (The Best Part of) Breakin’ Up
Simon & Garfunkel – Why Don’t You Write Me
The Commitments – Take Me To the River
Talking Heads – Once in a Lifetime
Beck – Sexx Laws
The Thermals – I Know the Pattern
Suede – Moving
Built to Spill – Randy Described Eternity
The Magnetic Fields – The Book of Love
Daniel Johnston – God Only Knows
Tori Amos – Happy Phantom

Mosse analitiche per aggirare lo spettro della depressione: il problema non sei tu, ma quel syllabus pieno di gente morta ammazzata

Sono le otto e venti di mattina. Mi sono svegliata due ore fa, forse perché il sole mi stava cucinando la faccia, forse perché aveva senso che cominciassi la settimana standomene per un’ora a letto a sostenere ipotetiche conversazioni con persone che non ho mai incontrato.
Lunedì prossimo si concluderà la breve sessione d’esami – se così la vogliamo chiamare – cui mi sto dedicando ora. A questo punto ho quasi smesso di essere preoccupata. Devo solo passare dignitosamente il final di statistica e smetterla di addormentarmi ogni volta che prendo in mano il materiale della sesta ed ultima sezione del corso di antropologia. Fattibile, dunque. Fattibile.
Durante questa manciata di mesi che ho trascorso studiando, crucciandomi ed esplorando New York, mi è capitato più di qualche volta di sentirmi incredibilmente depressa. Nelle occasioni in cui mi è parso di aver raggiunto nuovi traguardi di negatività e di non aver mai sperimentato prima tali livelli di sconforto, la domanda che mi ponevo era: “Perché sono così?”.
Così corrotta, così asociale, così difficile da accontentare, così stanca, così facile da fare a pezzi.
Ora mi chiedo che ne sia stato della mia usuale tendenza a guardare al contesto e a dare relativamente poco peso a ciò che, in genere, consideriamo caratteristiche statiche di un individuo o di un gruppo.
Non sono sempre così, è ciò che mi viene da dire ora. In questo preciso istante non sono così.
pandemic-pandemonium-2004.gifSospetto che almeno una parte del mio disagio sia riconducibile a ciò che la mia brillante professoressa di antropologia ha detto poco prima di chiudere il corso sull’immaginazione etnografica, ovvero: “Il syllabus che vi ho proposto è forse il più deprimente della storia della Columbia”.
Ho impiegato qualche giorno prima di intendere veramente questa frase. Ora mi dico: “Sì, questo è con ogni probabilità il syllabus più deprimente della storia della Columbia e io, tra tutte le migliaia di corsi a mia disposizione, ho scelto proprio quello. E l’ho amato. E sono stata malissimo. E ho investito così tanto tempo ed energie in quelle letture e nei miei paper che quasi faccio fatica a rendermene conto”.
Il corso si è aperto l’immagine semovente di una spedizione punitiva e di un corpo letteralmente fatto a pezzi ai piedi di un albero. Tra i temi trattati spiccano il genocidio, la malasanità, la schiavitù, i sacrifici umani e il cannibalismo, le istituzioni totali, la morte sociale, la carestia, il totalitarismo, il terrorismo, la segregazione razziale e, infine, per chiudere in bellezza, l’impatto della bomba atomica sull’immaginario collettivo.
Questa lista mi dice che forse il mio sconforto veniva anche da quel syllabus, che tutt’ora credo rasenti la perfezione, per profondità, coerenza interna e livelli di lettura possibili.
Ciò che mi chiedo a questo punto è se questa lista apparentemente schizofrenica di testi mi risulti così amabile perché amo farmi portatrice della Tragedia, o semplicemente perché riconosco la pregevolezza delle cose scritte bene.
Un giorno spero di poter cominciare a rispondere a questo quesito. Nel frattempo credo che indosserò la mia canottiera a fantasia di gatti e me ne andrò all’università ad essere produttiva.
(immagine: J.A. Seidman, pandemonium pandemic)

Highlights della settimana

*** attenzione! i non-scienziati sociali in ascolto potrebbero trovare questo post incredibilmente criptico e/o noioso. ora vedete voi cosa fare. io vi ho avvisati ***
Tra un mese parlerò di New York come di una città del mio passato.
Tra tre settimane raccoglierò i libri che ho accumulato e li spedirò in Italia indirizzandoli a me stessa.
Le ultime deadline e i finals sono così vicini che faccio quasi fatica a sentirmi disumanizzata dal carico di lavoro, che continua ad aumentare.
Domenica scorsa, che forse ricorderete come Pasqua, ho dormito. Dovevo riprendermi dalla stanchezza accumulata nei giorni precedenti.
Lunedì, invece, sono andata a lezione fingendo di non essere provata dalla nostalgia di casa. L’ora e venti di statistica è stata quasi apprezzabile, mentre ho dovuto trattenermi dal compiere gesti inconsulti durante il patetico rendez-vous didattico di sociologia dell’alimentazione.
Se fossi stata così folle da comprare il libro sul quale si sta lavorando ora, anziché consultarlo online, penso che mi sarei alzata in piedi e l’avrei fatto a pezzi imprecando nella mia problematica lingua madre. Il volume in questione è dedicato alle pratiche alimentari degli italiani e degli irlandesi che migrarono negli Stati Uniti e a ciò che ne è stato delle tradizioni locali all’interno del nuovo contesto di insediamento. Vi dico soltanto che l’autrice sostiene quanto segue: la vera cucina italiana è quella che si trova nei ristoranti di New York. Non sto a spiegarvi come arriva a tale conclusione né i centicinquanta punti deboli della stessa che ho individuato solo in virtù del fatto che ho studiato storia alle superiori e che ho la tendenza a diffidare di chi si lancia in analisi farfallone sui flussi migratorii senza citare un numero che sia uno. Vi dirò soltanto che in quell’aula luminosa e dall’aspetto gradevole mi sono sentita molto alienata, perché era Pasquetta e io avrei dovuto essere a casa a mangiare cibo degno, quando mi trovavo invece nei pressi di una studentessa che, con aria informata, diceva alla professoressa: “Il ribes va nel panettone”.
A quel punto ero così fuori di me da credere di aver sentito male, mentre in segreto pregavo quel bastardo di Talcott Parsons di tornare tra i vivi, irrompere nell’aula armato di copie dalla copertina di cemento de Il sistema sociale e lanciarle addosso ai presenti che si fossero rivelati incapaci di disegnare alla lavagna uno schema particolareggiato del modello AGIL.
Posso stimare che almeno l’85% dei miei colleghi sarebbero venuti meno e forse anche la prof, dato che è il genere di persona che invita gli studenti ad ignorare l’appendice de La Distinzione di Bourdieu perché “le tabelle sono inutili”.
I giorni successivi sono stati un inferno, durante i quali ho letto un numero sconvolgente di articoli arretrati per il corso noto come Masculinity: a sociological view. Tra martedì e mercoledì ho steso il secondo paper per suddetto corso, facendo uno sforzo disumano per usare quanto letto per dimostrare una mia personalissima tesi, anziché essere umile e italica e cedere il primato agli anziani.
Mercoledì sera ho inoltre cominciato a leggere un libro (On the Fireline. Living and Dying with Wildland Firefighters di Matthew Desmond) per l’ultima sezione del corso e, mentre assorbivo la raffinatezza dell’introduzione, c’è mancato poco che non mi commuovessi. Ovviamente l’introduzione non era da leggere per casa, ma per un qualche motivo a me sconosciuto l’ho letta lo stesso. Matthew Desmond.jpgEssa c’entra poco o niente con il contenuto del corso, dato che, per farla breve, illustra i limiti della rational choice theory e della teoria del rischio di Goffman alla luce di quanto registrato nel corso della sua osservazione partecipante all’interno di un gruppo di pompieri il cui principale lavoro consiste nel domare gli enormi incendi che quasi ogni anno colpiscono le foreste del nord dell’Arizona. Ciò che mi ha profondamente sconvolta di questo testo squisito è che il modo chiaro e preciso con cui Desmond illustra il concetto di habitus, che funge da spina dorsale della sua analisi. Erano anni che aspettavo di trovare qualcuno che fosse in grado di riarticolare la teoria di Bourdieu senza riprodurne la cripticità o banalizzandola. A render ancor più miracoloso il mio incontro con On the Fireline è stata la frazione di secondo in cui ho realizzato che Desmond doveva essere più o meno al mio attuale “livello” formativo quando ha fatto la sua ricerca sui pompieri, dato che il libro è uscito nel 2007 ed egli si è dottorato nel 2010.
La mia intuizione è stata poi confermata la mattina dopo dal mio professore che, dopo avermi chiesto come andava ed avermi ripetutamente imbarazzata insinuando che io sia “troppo avanti” per non essere annoiata dalle sue parentesi metodologiche (che ha chiaramente cominciato ad inserire nel corso solo perché ci sono io, la donna che fa domande ricercocentriche), mi ha fornito qualche informazione extra sul giovane Desmond. Ciò che è seguito è stato un momento assai demenziale (per i miei standard), durante il quale il mio prof ed io sembravamo due cretini dilaniati dallo spirito della fandom.
Come forse avrete intuito, se da un lato la professoressa con cui faccio sociologia dell’alimentazione mi fa venire voglia di ricoprirmi di benzina e darmi fuoco, quest’altro docente mi sta molto simpatico. Apprezzo soprattutto i suoi inside jokes da sociologi qualitativi fanatici, sui quali sono puntualmente l’unica della classe a ridere in modo incontrollato e imbarazzante, anche dopo cinque minuti, quando tutti sono passati oltre.
Dopo la lezione di cui sopra, sono andata a rifugiarmi in mensa e, mentre andavo avanti a leggere il libro di Desmond, il mio cervello ha elaborato ciò che, a posteriori, dimostra che a Trento ho imparato qualcosa.
Erano circa due mesi che il mio progetto di ricerca sul medium fanzine si stava disintegrando, per lo più a causa di enormi ostacoli incontrati già in fase di campionamento. Alla luce di questo triste fatto, ho più o meno inconsapevolmente elaborato un progetto alternativo che definirei potenzialmente molto interessante, molto fattibile, molto finanziabile da qualche danarosa istituzione trentina, molto coerente con ciò a cui sta lavorando in questo periodo la mia relatrice e molto esaltante per me. Dopo mesi di angoscia e di dubbi agghiaccianti, ora mi sento un po’ più tranquilla, nonostante debba ancora parlarne con la mia relatrice.
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Venerdì ho deciso di concedermi una pausa per evitare che mi esplodesse la testa. Sono andata a fare un giro allo spaccio privo di camerini di American Apparel che c’è nel Lower East Side, dove ho osservato deliziosi hipster che si provavano camicie di chiffon uguali a quelle che portava mia nonna trent’anni fa. Vagando più o meno a caso verso sud, mi sono imbattuta nel Chelsea Hotel, sui cui muri ho sospirato, pensando in particolar modo a Patti Smith. Poi sono andata a sperperare un po’ di soldi presso la sede di Manhattan di Beacon’s Closet, che insieme all’omonima sede di Park Slope (Brooklyn), è il negozio di vestiti usati più pregevole in cui abbia mai messo piede. Infine, mi sono recata da Strand, che è la libreria più grande in cui sia mai stata. Lo slogan del negozio è “diciotto miglia di libri”. Una volta entrati è difficile uscire senza aver comprato almeno un libro (o centocinquanta).
Nelle foto: (a) Talcott Parsons, (b) Matthew Desmond in tenuta da pompiere, (c) la vostra blogger non-più-prediletta venerdì mattina (notate il soprabito made in Italy e dalla fodera scucita che ho trovato a 13 dollari da Housing Works e l’abito da moglie mormona (cit.) che ho pagato 3 miseri dollari in una delle sedi di Goodwill di Harlem).
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Un corridoio del piano interrato di Strand.
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Raffinatezze nel reparto Scienze Sociali di Strand.
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In questo edificio c’è il dipartimento di antropologia della Columbia.
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In questo, invece, c’è il dipartimento di sociologia del Barnard College. Amo particolarmente l’angolo di verde che si vede in lontananza, perché è un piccolo giardino d’ombra.

Il nastrone dei miei stati mentali (inoltre: foto a caso)

Stati mentali (marzo-aprile 2012) from underb1987 on 8tracks.


Qui trovate l’archivio scaricabile
, così che possiate metterlo nel vostro lettore mp3 e deprimervi vagando per la vostra città esattamente come faccio io. Esaltante, eh?
Aidan John Moffat – The Boy That You Love
Maria Antonietta – Stanca
Grimes – Visiting Statue
Austra – Lose it
Alcest – Ecailles de Lune (part 1)
Arab Strap – Screaming in the Trees
Hood – For a Moment, Lost
Mount Eerie – Voice in the Headphones
Jeff Mangum – I Will Bury You in Time (live)
Aidan John Moffat – Good Morning
Grimes – Genesis
Mount Eerie – My Burning
Jeff Mangum – My Dream Girl Don’t Exist (live)
Nirvana – Oh The Guilt
Melvins – Raise a Paw
Alcest – Sur l’autre rise j’attendra
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Come i criceti in cattività, che mangiano la propria prole, il mese scorso ho deciso che era il caso di lasciar morire le mie violette. Travasarle sarebbe stato troppo complicato. Inoltre ero infastidita dal fatto che l’università mi avesse fatto dono di sementi così ostili, soprattutto alla luce della mia forzata dipartita dal paese a maggio e della conseguente impossibilità di godere di una fioritura decente.
Ora la mia coinquilina pensa che io sia incapace di tenere in vita creature vegetali e che sia del tutto priva di istinto materno. Ciononostante mi ha consegnato questa tazza, in erano stati collocati dei semi di “non so cosa”.
Ora che “non so cosa” è germinato, direi che si tratta di un’asteracea.
La scritta sulla tazza fa riferimento alla zona in cui si trovano due dorms esterni al mio campus, tra cui quello in cui abito. Si tratta dell’ennesimo tentativo di stimolare il senso di appartenenza ad una comunità assemblata artificiosamente.
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Sono sconvolta dal fatto che Toni Morrison sia entrata nella mia vita solo quest’anno. Perché non la conoscevo prima? Come ho potuto vivere prima di incontrare la sua raffinatissima prosa?
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I miei vestiti sono un’armatura. Qui ho bisogno di magliette metallare per comunicare i miei stati mentali a chiunque posi il suo sguardo su di me.
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Un oggetto che mi tiene in vita.

“Their savagery was formed of silence”, scriveva Pierre Clastres.

Avevo riposto molte speranze in Central Park. Ero convita che gli alberi situati all’interno di quel rettangolo di terra potessero fornirmi l’appoggio di cui necessito, ora che sono qui, dall’altra parte del mondo.
Ho visto Central Park ricoperto da diversi centimetri di neve. Le uniche macchie di colore erano i cappotti di bambini impegnati in giochi invernali. Le curvatore delle aiuole e i percorsi pedonali sinuosi che ho osservato creavano spazi che ricordavano piccoli quadri fiamminghi semoventi.
Domenica ho percorso circa sette chilometri a piedi. Ho attraversato Central Park, perché era necessario che lo facessi. Ho camminato a lungo, cercando di seguire il percorso più contorto. Volevo perdere tempo, o meglio, lasciare che il tempo passasse.
Ora credo di detestare Central Park, appunto perché vi avevo riposto molte speranze. Le mattine del fine settimana sono gli unici giorni in cui posso provare ad abbandonare il mio quartiere e lasciarmi alle spalle per qualche ora l’angoscia persistente che accompagna la mia vita accademica. Non sempre riesco a sacrificare una lettura o una riflessione da articolare prima della nuova settimana di lezioni. Ho già passato un paio di weekend da reclusa, senza mai un momento di quiete.
Central Park non è un parco. I percorsi pedonali sono a senso unico. Sfidare questa regola significa andare contro mano, attirare le ire dei newyorkesi sudati che corrono senza meta. La densità degli alberi è molto bassa rispetto a quanto mi ero immaginata. I nativi sudati, invece, sono ovunque; la loro presenza è ciò che, più di tutto, mi rende Central Park detestabile.
Durante la settimana di orientamento mi sono state comunicate molte informazioni sulle aspettative dei docenti della Columbia e, più in generale, sul tipo di comportamento che sarebbe opportuno tenessi con i nativi. Queste informazioni sono date per scontate da chiunque sia cresciuto in questa cultura, mentre la referente delle visiting students presso il Barnard College ha ritenuto opportuno istruirci con delle “regole” esplicite che ci aiutassero ad integrarci velocemente.
Alcune di esse sono la negazione del mio modo di stare al mondo e di frequentare l’università. Per un po’ ho cercato di non pensarci e di sfruttare l’occasione per mettermi alla prova.
Ho cominciato scrivendo in modo completamente diverso da ciò che, per buona parte della mia vita scolastica e accademica, ho identificato come il modo corretto di scrivere un saggio. É stato molto difficile piegare i miei schemi mentali, onde presentare un lavoro che soddisfasse le aspettative di chi l’avrebbe letto e valutato.
Mi è stato poi fatto presente in diversi momenti e varie forme che è fondamentale che io intervenga a lezione e partecipi alle discussioni. Ho abbandonato due seminari che mi parevano interessanti perché durante il primo incontro ho sentito un’intollerabile pressione su di me, perché non aprivo bocca. Qui la regola è che gli studenti devono “pensare a voce alta”, a costo di esporre un’osservazione poco calzante o un’ipotesi totalmente insensata. L’incompletezza e l’imprecisione sono incoraggiate e non stigmatizzate, perché fanno parte del processo che conduce all’elaborazione di pensieri nuovi e vivaci. Gli studenti sono spinti ad esporre i loro punti di vista su ciò che si tratta a lezione.
Sulla carta sembra qualcosa di meraviglioso. Se fossi un’altra persona è probabile che userei proprio questo aggettivo per descrivere tale sistema di aspettative. Il problema è che vengo da un altro mondo, dove un pensiero mal articolato fa di te uno studente poco serio o poco competente. Sono abituata a ponderare le mie osservazioni su quanto studiato per giorni e a smontare senza pietà chi commenta una teoria declinandola sulla propria esperienza, magari facendo ricorso agli assiomi privi fondamento che popolano “la sociologia del popolo”.
Non è dunque strano che io viva con profondo disagio alcune caratteristiche dei corsi che sto seguendo. La massima libertà che mi è stata concessa nella scelta dei suddetti ha fatto sì che io sia finita a frequentare un corso di sociologia dell’alimentazione i cui studenti sono per lo più profondamente incompetenti, nonché convinti che i frammenti di teorie sociologiche e antropologiche presentati dalla professoressa siano assai illuminanti. Il mio problema è che non sono in grado di rispondere alle sollecitazioni della docente, che assumono la forma di domande che spalancano le menti dei miei colleghi americani, ma che ai miei occhi paiono solo quesiti insensati. Ad esempio, non vedo come potrei rispondere con una sola frase alla domanda: “Qual è la differenza tra i dieci comandamenti e i sette peccati capitali?”. Potrei farlo, perché ho assimilato la dottrina cattolica più di chiunque altro frequenti quel corso, ma ritengo stupido e privo di senso cercare di dare una risposta che, per forza di cose, sarebbe banale o parziale, o entrambe le cose. Mi sentirei ridicola. Inoltre saprei di aver presentato un argomento del quale posso considerarmi osservatrice privilegiata in una forma così mutilata da risultare falsa.
Sto poi seguendo altri due corsi che richiedono l’attiva partecipazione degli studenti. Entrambi sono molto validi e stimolanti.
Il primo è un incrocio tra un corso normale e un seminario. Il docente è un sociologo e il tema che stiamo trattando è la maschilità e tutto ciò che ci ruota attorno. A lezione siamo in quaranta, quindi è abbastanza difficile intervenire. Nel mio caso è pressoché impossibile. I miei colleghi americani si sentono in diritto di aprire bocca se hanno letto i testi per casa. Nel mio caso, più leggo e assimilo, più trovo difficile alzare la mano per dire qualcosa. Tendo a vedere ogni domanda come un oggetto complesso e ogni risposta come fonte di estrema problematicità. Gli esercizi che il professore prepara per stimolare la discussione, che in genere consistono nel tentare di trovare soluzioni concrete a problemi astratti, ma dotati di conseguenze reali (es. assumendo che la dicotomia dei ruoli di genere influisca su diseguaglianze sistematiche che possiamo osservare nel mondo del lavoro o dove vi pare, che politiche potremmo implementare per modificare le categorie o i contenuti delle categorie di genere cui l’uomo comune fa riferimento e che, come sappiamo, sono costriuti socialmente?), mi lasciano letteralmente senza parole. I miei colleghi parlano a ruota libera. Io sto zitta e inorridisco di fronte alla parzialità e, spesso, alla scarsa lungimiranza delle loro risposte.
Ciò non significa che queste discussioni siano esecrabili. Il punto è che io mi sento a disagio, perché tendo a vedere enorme complessità ovunque posi lo sguardo. I miei colleghi tendono a spiegare tutto dispiegando nessi causali, mentre io mi perdo nella lunga durata del mutamento sociale.
Da un paio di settimane a questa parte, il mio ruolo a lezione si è fatto ancor più problematico, perché il professore sa che il mio cervello è attivo, anche se il mio corpo suggerirebbe il contrario. Tale consapezza deriva dal fatto che, come prima cosa, sono stata a ricevimento per porre un enorme quesito metodologico che mi tormentava e, in secondo luogo, gli ho inviato una mail con una riflessione su un argomento che era stato discusso a lezione, come spesso si usa fare qui. A seguito del mio ponderato manifestarmi, egli ha aperto le lezioni successive facendo riferimento alle mie osservazioni, dandomi non poca soddisfazione, ma anche gettandomi nel panico.
Durante l’esercizio interattivo di questa mattina ho provato lo stesso disagio che mi accompagnava giorno dopo giorno ai tempi delle elementari. Le risposte dei miei colleghi, se considerate nel loro complesso e non come elementi separati, disegnavano sistemi sociali alternativi molto simili agli scenari distopici di “1984”. Io pensavo a ciò che Goffman ha scritto a proposito dei manicomi e delle strategie che gli internati mettono in atto per resistere al processo che li trasforma in non-persone. Ho provato a calare ciò che sono stata – perché era di bambini e di scuole che si stava parlando – nelle proposte “concrete” che ho ascoltato. Nel farlo mi sono sentita malissimo, perché ho sempre vissuto molto male le situazioni in cui venivo forzata a parlare o costretta alla socialità. Non è stato sotto simili costrizioni che ho cominciato ad alzare la voce o ad intervenire in classe, vale a dire ad essere “una persona normale”. É stato scoprendo lo spazio-tempo della scrittura, nel quale ho individuato la mia forza.
Mentre ascoltavo gli altri, la mia esperienza, o meglio, la sensazione di disagio che mi sentivo addosso, mi ha portata all’isolamento. In parte so che si tratta di un problema di divergenze culturali, perché in Italia nessuno si sarebbe mai sognato di dire alcune delle cose che ho sentito questa mattina. Il resto è così complicato da risultarmi quasi oscuro.
L’altro corso pregevole che sto seguendo è pensato per aiutare gli studenti di antropologia ad allenare la loro “immaginazione etnografica”. All’inizio pensavo di non essere in grado di seguirlo, perché di antropologia so relativamente poco. Ora affronto le quotidiane difficoltà di questo corso come se fossero doni del cielo. Ero partita sperando di ricavarne degli utili spunti per migliorare lo stile e il contenuto delle mie presenti ed ipotetiche note di campo. Ciò che mi trovo a maneggiare a distanza di qualche settimana è infinitamente più prezioso. Il corso prevede lezioni frontali e sessioni di discussione che vertono su un gran numero di testi. Alcuni sono etnografici, ma non mancano le invasioni nel campo della filosofia, della linguistica e della narrativa. A volte ascolto le letture che la professoressa dà dei testi assegnati o i racconti di ciò che la mia assistente di riferimento ha vissuto nelle sue esperienze di lavoro sul campo in Colombia e mi viene quasi da piangere. In quei momenti mi sento come se le mie continue domande sul senso della scrittura e della traduzione (intesa in senso lato), sulla morte come imprescindibile oggetto di riflessione, non fossero solo legittime, ma fondamentali. Le risposte che sto raccogliendo sono in realtà domande ancor più precise e raffinate delle mie. I testi che sto leggendo stanno facendo a pezzi ciò che fino a ieri credevo fosse la buona scrittura, non perché propongano dei modelli, ma perché mi stanno mostrando quanto insensati siano i limiti che mi impongo quando voglio raccontare una storia.
Vorrei avere il tempo per lasciar riposare queste riflessioni e per scrivere di tante altre cose che mi hanno colpita da quando sono qui. È solo comunicando con altri ciò che sento che riesco ad attribuirvi un senso. Sfortunatamente il tempo manca e l’unico motivo per cui ho scritto questo post è separarmi dalle riflessioni di cui sopra, metterle nero su bianco e procedere con ciò che mi aspetta domani. Quindi scusate se sono stata noiosa.

Cose che ho notato da quando abito nell’Upper West Side e qualche aneddoto/informazione a caso.

– Quando ho fatto notare alle mie interlocutrici native che gli americani mi sembrano cordiali in modo quasi imbarazzante tutte mi hanno risposto dicendo: “sì, è una facciata”. Grande onestà, dunque.
– Il caffé che gli studenti della Columbia considerano più buono è quello che a me fa più schifo. Finora il più accettabile che ho testato è quello della mensa interrata del Barnard College, che sul blog dell’università è stato più volte definito imbevibile.
– La mensa interrata del Barnard College si trova in un edificio chiamato Hewitt. Per accedere alla suddetta, però, non si deve deambulare verso Hewitt, bensì prendere il tunnel sotterraneo che parte da Barnard Hall e pregare Dio affinché abbia pietà di te. Io ho impiegato una settimana a trovare l’entrata. Una settimana.
– Barnard e Columbia sorgono su una rete di tunnel, che spesso gli studenti usano per spostarsi da un edificio all’altro quando fuori piove o nevica. Mi è capitato più di una volta di perdermi e di finire in vicoli ciechi pieni di calcinacci. Qui è normale e anche i veterani paiono perdersi, perché i lavori di ristrutturazione sono costanti e implicano frequenti cambiamenti nei percorsi più veloci per spostarsi da un punto “a” ad un punto “b”. Un altro aspetto simpatico dei tunnel è che quelli della Columbia portano ancora i segni dell’occupazione del ’68.

– Anche alla Columbia esistono i professori incompetenti e sono in tutto e per tutto identici ai professori incompetenti italiani. Non sanno usare i computer, evitano di rispondere alle domande degli studenti cambiando furtivamente argomento, dicono un sacco di cose inutili senza arrivare mai al punto. Questo conferma la mia idea che la Ivy League education non sia qualcosa di totalmente alieno o degno di essere replicato anche da noi. A fare la differenza sono soprattutto le strutture, la possibilità di scelta tra corsi e seminari e il numero di studenti per classe (leggi: cinquantamila dollari di retta all’anno).
– I campus sono pieni di scoiattoli. I newyorkesi ignorano gli scoiattoli o forse li schifano addirittura.
– Ieri stavo conversando su skype in italiano quando nella mia testa mi sono resa conto che la mia intonazione era newyorkese. Non so come sia possibile. L’ho sentito e basta.
– Sto seguendo un seminario noto come “Masculinity: a sociological view”, che in un certo senso si sta configurando retroattivamente come il motivo per cui sono finita qui. Su questo conto di fare un post a parte.
– Sto leggendo un sacco di testi antropologici più o meno strutturalisti su spiriti, gente morta, maledizioni e stregoneria.
– Ieri sera la mia coinquilina ha sentito un rumore vicino al nostro scaffale degli utensili da cucina e ha dato per scontato che fosse un topo. Abbiamo dunque portato fuori l’immondizia insieme e il “topo” non si è più fatto sentire. In seguito ella ha definito l’evento come un’occasione per fare del sano “bonding”.
– Durante la settimana dell’orientamento mi era stato ripetuto almeno centocinquanta volte che con l’inizio delle lezioni avrei visto gente “running around like crazy”. E’ bello sapere che queste persone impazzirebbero se fossero prelevate dal loro college e trapiantate, chessò, presso l’Università degli Studi di Padova. A confronto qui mi sembra tutto molto quieto.
– Gli studenti nativi del New Jersey che abitano a Manhattan sembrano vergognarsi del fatto di essere nativi del New Jersey.
– La mia coinquilina ha in dispensa un sugo per la pasta “all’italiana” al gusto vodka.
– Le bottiglie di birra sono diverse dalle nostre, nel senso che un bruto potrebbe aprirle a mani nude, dato che sono avvitate. Ogni volta che provo ad aprirne una con l’apposito utensile mi taglio le dita. Lo stesso vale per il pelapatate che ho comprato da Target, che ha persino una protezione per evitare che l’incauto consumatore si faccia del male. C’è poi il fattore fotocopie: uno dei grandi problemi della mia vita è che mi taglio spessissimo con la carta. Dovendo studiare centinaia di fotocopie a settimana, capita spesso che mi ferisca. Il risultato di tutto ciò è che tornerò in Italia con le mani sfregiate.
– Mi manca lo spritz. A volte mi mancano anche le sigarette e penso che questo sia dovuto al fatto che se volessi fumare non potrei (vedi alla voce: costi elevatissimi e pochissimi spazi dove indugiare nel vizio).
– Domenica sera sono andata al cinema. Tornando a casa in metropolitana ho visto per la prima volta un numero elevato di newyorkesi sorridenti. Il motivo? Due drag queen che cantavano nel nostro vagone.

Dieci anni fa

Domande: 1, 2
Una prima risposta:
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Da Girl Zines. Making Media, Doing Feminism di Alison Piepmeier (2009, New York University Press)

Valigia

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Tre paia di scarpe.
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Un capo d’abbigliamento totalmente inutile.
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Una borsa di tela ironica.
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Una felpa enorme e indicativa dei miei gusti musicali, ma pur sempre più dignitosa di un pigiama, entro la quale ritirarmi durante il freddo inverno newyorkese.
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Gli attrezzi seri: portatile, netbook, dittafono per le interviste, quaderno per gli appunti della tesi e le note etnografiche, la calcolatrice scientifica e l’unico libro in italiano che leggerò nel corso di sei mesi.
Mi farò viva su questo blog non appena mi sarò sistemata a New York e avrò un po’ di tempo per fermarmi a riflettere sul senso della vita e su quello dei miei capelli, che ora di giugno diventeranno lunghi in modo imbarazzante.

Canis Lupus


La regola di oggi è “non aprire bocca”.
La scoperta di oggi è la profonda coerenza tra l’Asimov dei primi libri del Ciclo delle Fondazioni e il Fernand Braudel de “La Méditerranée” (1949).
Più tardi andrò a pattinare indossando il mio enorme cappotto nero da mangiamorte. Spaventerò i passanti e fumerò sigarette immaginarie per darmi un tono.