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Category Archives: Autoreferenzialità

Highlights del ridente agosto 2012

Per contrastare l’incostante flusso di post cupi e gravidi d’ira che ha caratterizzato non so quanti mesi/anni di vita del presente blog, vi propongo una lista di relativo/scarso interesse delle cose che ho fatto ad agosto.
– Ho passato diverso tempo da sola cucinandomi davanti al vecchio pc di casa. Lì ho scritto il mio ultimo paper da studentessa di magistrale. Dato che potevo farlo su quello che mi pareva, purché l’oggetto avesse a che fare con la politica, mi sono lanciata sul caso Pussy Riot e ho conseguentemente trascorso giornate intere guardando video di manifestazioni in lingue che so poco trascrivendo ciò che veniva detto e documentandomi sulla gerarchia ecclesiastica della Chiesa Ortodossa russa. Dato che amo dare l’impressione di essere una persona estremamente masochista, ho scritto il paper in inglese. La verità è che scriverlo in italiano avrebbe implicato un enorme lavoro di traduzione di testi che erano già pedestri traduzioni in inglese di documenti russi. Ciò non toglie che passerò comunque per masochista.
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– Ho odorato una persona amata pensando: “Prima di tutto siamo amici”. Il giorno dopo ho accompagnato questa persona a prendere l’aereo a Malpensa e da lì mi sono recata direttamente a Schio, dove ho pranzato con i miei nonni materni, che non vedevo da un po’. Nel pomeriggio mi sono ubriacata di spritz in buona compagnia, aprendo una stagione di violenza al mio fegato.
– Ho trascorso qualche giorno in compagnia del caro Daniele, che è venuto a trovarmi e mi ha fatta sentire tanto seria donandomi una bottiglia di whisky. Dato che egli era in ferie, si è appurato che potevamo fare qualsiasi cosa senza essere assaliti dai sensi di colpa. (Io dovevo studiare, ma vabbé). Imprevedibilmente, abbiamo trascorso giorni interi bevendo ciò che bevono i berici presso alcuni dei miei bar prediletti. La grande variante è stata una gita a Bassano del Grappa, dove ci siamo concessi delle gradevoli grappe artigianali e abbiamo parlato, tra le altre cose, di registri linguistici da riviste scientifiche e biancheria intima inglese. C’è poi stato il magico momento di compresenza con Anita, che ha fatto un salto a Vicenza il giorno precedente a quello della sua partenza per Belgrado. Le ore che abbiamo trascorso tutti insieme sono state deliziose e mi hanno fatto pensare che forse dovrei schiodarmi dal nord-est italico un po’ più spesso per visitare i miei amati amichetti sparsi in giro per il mondo.
– Ho firmato le carte che fanno di me una donna in procinto di traslocare. Da metà settembre sarò difatti stanziata presso un diverso appartamento trentino. Ho deciso di abbandonare quello in cui ho vissuto finora perché mi è stata offerta una stanza singola assai conveniente nell’appartamento in cui sta la mia amica Martina, una adorabile ragazza dai capelli rossi con cui amo discorrere di pornografia e idiozia altrui.
– Ho finalmente recuperato il transcript con i voti che ho raccattato impazzendo nel magico mondo dell’Ivy League. Sono tutti bei voti che mi rendono assai lieta, anche se il succo della questione è che d’ora in poi potrò sfoderare un’ulteriore arma contro i miei detrattori e danzare sulle carcasse di chi una decina d’anni fa disse “Questo test attitudinale mostra che sei scema e che non dovresti fare un liceo” oppure “Non sai scrivere in italiano”.
– Sono stata dal dentista. Stando ai suoi registri, non gli facevo visita dal 2008. Ovviamente mi ha fatto la predica e mi ha mostrato delle lastre terrificanti di altri pazienti per convincermi a togliere i denti del giudizio. Per rassicurarlo gli ho detto: “Sono irresponsabile”.
– Ho apprezzato la riunione estiva di Soft Revolution, nonostante ci si sia ritrovate solo in quattro. Ho finalmente conosciuto di persona Chiara, appurando per l’ennesima volta che l’Effetto Soft Revolution è cosa reale. Per chi non ne fosse a conoscenza, l’Effetto Soft Revolution prevede che le ragazze della redazione vadano immediatamente d’accordo quando si incontrano di persona, anche se in genere sono asociali o hanno difficoltà a sentirsi a proprio agio con la gente semi-sconosciuta. Ogni volta che vedo l’Effetto Soft Revolution in azione divento una specie di coniglietto rosa animato da scosse di struggimento.
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– Sempre a proposito di Soft Revolution, di recente si è finalmente messo in pratica un progetto partorito dalla mia mente perversa. Non vi spoilererò il contenuto del post che, se tutto va bene, uscirà entro fine anno, ma vi basti sapere che Valeria, Marta ed io abbiamo trascorso un lieto pomeriggio truccando gli amici della fanzine La lotta armata al bar presso una zona ombrosa del Parco Querini. In seguito ci si è spostati presso l’antro infernale che è diventato il Cancelletto, dove si è abusato dei tradizionali cocktail da un euro e sessanta centesimi spacciati per spritz, tra cui un certo Fantagin (Fanta + gin), che il sempre brillante Alessio Rosa ci ha spacciato per “il drink dell’estate”. In seguito si è unito al gruppo un giovine di nome Mattia (classe 1994), che mi ha fatto i complimenti dicendo che non sembro vecchia (anche se a quanto pare lo sono) e con il quale ho lungamente discusso delle top 5 dei nostri dischi preferiti, scoprendo di avere un album prediletto in comune. Il resto della serata è stato interamente dedicato all’abuso di alcol che non andrebbe mischiato con altro alcol che abbiamo effettivamente consumato, alla celebrazione di Jeff Mangum, a discorsi che non ricordo perché ero troppo ubriaca, all’esatta ricostruzione del dialogo sui fast food europei in Pulp Fiction e al furtivo spiare gatti che facevano buchi nei sacchi dell’immondizia per rubarne il contenuto.
– Ho rimesso in sesto la vecchia bici da corsa di mio nonno, quindi ora ho una bici da corsa e che posso dire di aver parzialmente aggiustato da sola. Whoa!

Woland

Invoco gli spiriti offrendo i miei occhi bagnati.
Chiedo nubi e correnti d’aria gelida.
Nella penombra della mia stanza accarezzo cappotti neri, cappotti troppo lunghi per me, poyavlenie_s.jpgcappotti da uomo. Ce n’è uno nel quale mi sono sentita piccolissima per anni. Un tempo lo usavo per scaldare le persone a me care, abbracciandole.
Lo scorso inverno, prima di partire per New York, ho ricominciato a portarlo quasi ogni giorno. Non l’ho mai offerto, insieme ad un abbraccio, agli amici infreddoliti. Quel cappotto era la mia corazza. Pesava sulle spalle come una pelle d’animale selvatico. Nell’oscurità mi rendeva invisibile. Alla luce fioca luce del sole dicembrino, mi tramutava in Woland.
Quando vorrei passare per Woland anche d’estate.
Spargere morte poggiando i miei piedi anfibiati sulla pavimentazione del centro.
Odorare l’orrore di chi, recandosi al mercato, incontrerebbe pozze d’olio e corpi separati dalla loro testa.
In estate non c’è modo di attivare il processo di metamorfosi.
In estate la mia mancanza di grazia è solo mancanza di grazia.

Sono giorni di intense seghe mentali

241a.jpgMi chiedo: “Forse che Tweez sia uno dei miei dischi del cuore solo alla luce di Spiderland?”
“Forse che, in un universo alternativo in cui non ci fosse stato Spiderland, Tweez mi avrebbe parlato in tutt’altro modo?*”.
Penso ad una versione quindicenne di David Pajo. David Pajo metallaro supertecnico con gli incisivi sfasciati. Gli voglio bene, nonostante io non voglia bene al David Pajo odierno.
Tweez è il disco che uso per dire:
Non rompetemi i coglioni.
Avete rotto i coglioni.
Varcate questa soglia e vi farò a pezzi usando il machete che conservo sotto il mio lettino.
La mia anima è oscura.
Nutro diffidenza nei confronti delle persone che dichiarano di aver visto la Luce in Spiderland, perché non c’è alcuna Luce in Spiderland. Le persone che dichiarano di aver visto la Luce in Spiderland sono quelle che hanno recuperato Tweez sperando che fosse un altro Spiderland e sono rimaste tanto ma tanto ma tanto deluse.
Le persone che dichiarano di adorare Spiderland, ma che fanno gli occhi da pesce confuso quando nel discorso subentra Tweez, mi fanno venire voglia urlare: “Come fai a dirti umano se non provi alcuna curiosità? Come puoi? Ehhhh?!”



* Ovviamente sì.

Stati mentali (giugno – luglio 2012)

Download qui.
Daniel Johnston – Get Yourself Together
Björk – Undo
Don McLean – Vincent
Amanda Palmer – Creep (Hungover at Soundcheck in Berlin)
Daniel Johnston – Life in Vain
Broken Social Scene – Pitter Patter Goes My Heart
Cocorosie (feat. Antony) – Beautiful Boyz
Vic Chesnutt – You Are Never Alone
Belle & Sebastian – If You’re Feeling Sinister
(foto di Diane Arbus)

Tattoos of tears

La domenica mattina vado a Messa e faccio finta di essere una di loro. Funziona.
Sono una di loro, anche se il mio aspetto, la mia età, il mio cuore suggerirebbero il contrario.
Non ricordo più come si fa il segno della Croce. Lo ripasso a mente, che poi viene naturale, come se non avessi mai smesso di farlo.
Leggo le schiene dei presenti, perché dalla schiena della gente si può capire tutto.
Dopo il Credo individuo un neo-miscredente. Ha una sorellina piccola che sguazza le mani nell’acqua benedetta.
Mi sento una spia. Prendo anche appunti su un piccolo taccuino che tengo nella tasca dei jeans ed estraggo quando necessario.
In realtà mi aspettavo di prendere fuoco prima della fine della Messa. La lettera del Vescovo diceva che avrei avuto qualche problema a rimettere piede in una chiesa. Ma sono sempre più convinta che la lettera del Vescovo sia spazzatura, che il mio desiderio di non farmi computare sia stato esaudito e che non ci siano altri bonus.
Dopo la Messa emano l’odore delle brave ragazze, cosa che non sono. Fuori dall’edicola del quartiere una signora di ottantasei anni mi scambia per una di loro e comincia a raccontarmi i suoi malanni in dialetto trentino. Le signore come lei pensano sempre che io sia una brava ragazza, anche quando sono ubriaca nel pomeriggio o appaio impresentabile. Questo mi fa supporre che, in realtà, io sia proprio una brava ragazza e che andrò in Paradiso anche se non confesserò i miei peccati prima di morire. La chiave è nel senso di colpa.
Quando parlo dico frasi senza senso. Quando mi muovo distruggo oggetti in vetro. Quando non riesco a dormire mi salvo scrivendo, così da evitarmi le spiacevolezze di una visita in ospedale.
Ho la pressione bassa e, di fronte alla mancanza d’amore, reagisco avvicinandomi allo svenimento. Solo che poi non svengo mai. Vorrei svenire, così la mancanza d’amore verrebbe notata, si tenterebbe di porvi rimedio.
Scrivo perché devo tenere in moto le dita. Quando stanno ferme mi viene da prendere a pugni i muri.
Conosco una persona che una volta ha preso a pugni un muro e poi ha dovuto portare il gesso per un sacco di tempo. A me le dita servono. Le uso per illudermi di avere un senso sul lungo periodo, per fare il caffè, per carezzare le teste di chi vede del buono in me.
Quando digrigno i denti il mio vecchio ortodonzista piange, i corvi gracchiano e gli esseri umani più sensibili sussultano.
Fiuto odori di detergenti industriali che mi fanno passare la voglia di stare al mondo. Non esistono canzoni che completino nel modo adeguato le colonne sonore che preparo per me stessa, in previsione dei momenti in cui necessiterò di qualcuno che anticipi il mio dolore. Manca sempre qualcosa.
Compilo colonne sonore privatissime in luoghi pubblici e lo faccio occhieggiando un bel ragazzo. Egli sa chi sono ma io non so chi è lui.
Sogno di essere piena d’odio e di non riuscire più a controllarmi. Provo vergogna, nel sonno.
Sono piena d’odio anche da sveglia, ma scrivo così tanto da dimenticarmene.
Sulla carta, non sto facendo assolutamente niente.
Ma guardate le mie dita. Certo, ho unghie devastate con le quali, da dormiente, mi graffio la schiena. Ma almeno non sono ricoperte da bianche cicatrici. Non le ho mai usate contro il viso di chi ha contaminato il mio letto e i miei disegni con quell’olezzo di detergenti industriali e di umori vaginali.
Preferisco il nascondimento, l’umidità della terra. Preferisco leggere schiene la domenica mattina e il sabato notte.
La prossima volta che verrò costretta a parlare spero di rovinare al suolo e sbattere la testa, così avrò di nuovo le allucinazioni e nelle mie allucinazioni rivedrò mia nonna da viva.

I never said that I was brave

Parole che fuoriescono inaspettate da lettere vecchie quanto la mia ostilità nei confronti degli evangelizzatori.
Il prete della mia parrocchia che mi rivolge la parola per la prima volta da quando smisi di andare a Messa.
L’odore del Duomo. Il mio corpo adolescente su una panca, poi un’altra, un’altra ancora, nel corso degli anni.
Il punto di non sopportazione oltre il quale abbandono il mondo dei vivi e fisso i lampioni per entrare in quello della storia che sto scrivendo.
Truccare ragazzi bisognosi di una mano d’ombretto.
Ossa e arterie in vista.

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In questo periodo gli unici dischi sui quali riesco a scavare e scrivere sono pieni di quiete, rumore, angeli e inquietudine.

Highlights delle ultime settimane e tanti magici momenti da ricordare

– il potere salvifico di Weetzie Bat di Francesca Lia Block
– la produttività indotta dall’ascolto ossessivo di classici album shoegaze
– lo sguardo molesto di chi non è abituato a vedere capelli azzurri
– i momenti in cui mi sono detta che semino caos ovunque metta piede e che questo suona molto romantico e invidiabile, ma in realtà è orrendo e il massimo che te ne tiro fuori sono paragraffetti monchi che nessuno capisce e nuova consapevolezza del mio potenziale distruttivo
– il post che ho scritto a mano su un quaderno verde e che non pubblicherò mai perché trasuda odio e ci sono anche delle bestemmie qua e là
– mio nonno che raggiunge inediti livelli di blasfemia con una bestemmia da me rinominata “tandem”. Se a qualcuno dovesse interessare sarò lieta di trascriverla nei commenti a questo post.
– il riesumare vecchie foto dimenticate all’interno di un sacchetto pieno di gomitoli di lana
– uno skatepark completamente deserto sul quale fare le rampe con una instabile bici da città, e poi correre fino ad esaurire il fiato
– gli Offlaga Disco Pax ai Suoni Universitari di Trento. Splendido concerto. Pubblico degno. Qualcosa di simile alla felicità sulle mie ossa stanche.
– riuscire a scrivere cose divertenti e positive nonostante lo schifo che mi abita in questo periodo.
– i magici momenti in cui ci si complimenta vicendevolmente tra donne sconosciute dotate di capigliature peculiari
– i magici momenti in cui dico alle persone sconosciute “ma lo sai che mi stai proprio simpatico/a”
– i magici momenti in cui vorrei solo che qualcuno mi investisse e ponesse fine alla mia vita, mentre sopra di me sento gracchiare dei corvi.
– i magici momenti in cui anche agli altri piacciono gli Slint
– i magici momenti in cui ricevo complimenti per i miei calzini con le volpi cordiali
– un nuovo progetto di ricerca per la tesi che non c’entra assolutamente niente con quello sulle fanzine
– bere ripetutamente prugna di sottomarca subito dopo pranzo perché a Trento la prugna Ciemme non esiste e questo induce noi veneti a compiere gesti etilici inconsulti.
– bere grappa nel pomeriggio con l’ennesima persona pregevole che se n’è andata all’estero lasciando Vicenza un pochino più vuota
– pensare “tra un po’ vado a letto” e il ritrovarsi mezz’ora dopo con un mojito in mano ad ignorare sfaceli interiori alimentati da ciò che nel frattempo sta accadendo altrove e che non si dovrebbe sapere ma si sa comunque perché, cazzo, bisognerebbe essere ciechi per non rendersene conto.
– rileggere Jack Frusciante è uscito dal gruppo per la settima o l’ottava volta avendo da ridire su cose che in passato mi andavano benissimo, ma sciogliendomi comunque sul finale come quando lo lessi per la prima volta in terza media.
– i magici momenti in cui penso che sono circondata da persone che andranno all’inferno e che anch’io ci andrò, ma da fuori sembriamo tutti tanto carini, puliti e seri.
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Primi giorni di giugno

A volte mi guardo attorno e scoppio in solitarie ed incomprensibili risate. Penso al fatto che alcuni dei miei amici sono così assurdi da risultare poco credibili, quando li evoco nei miei racconti. Mi scruto i piedi e scopro che sto indossando scarpe spaiate; il modello e il colore sono gli stessi, ma la destra ha la suola sfondata ed è vecchia di due anni, mentre la sinistra è nuova di zecca.
Esco di casa con il mio borsone blu e mi reco a piedi in stazione. Dopo un paio di minuti passo davanti allo skate shop gestito da Sebi dei Derozer. Sulla soglia ci sono due ragazzetti delle medie che mi fissano. Mentre proseguo per la mia strada e giro l’angolo, sento i loro sguardi piantati sulla mia schiena. I miei nuovi capelli macchiati di turchese mi hanno resa enigmatica agli occhi dei giovani pseudoalternativi berici.
Fuori dal portone del condominio trentino in cui vivo incontro un altro ragazzino. Avrà tredici anni circa. Quando entriamo in ascensore mi chiede: “A che piano va?” e poi schiaccia il bottone del terzo per me. Posso annusare il suo imbarazzo. Si sta chiedendo se è stato opportuno darmi del lei. Uscendo gli dico ciao, un po’ perché mi è stato simpatico fin da subito, un po’ perché voglio dargli il colpo di grazia. Mentre la porta si richiude lo sento mugugnare un innesto tra un arrivederci e un saluto informale.
Ho ricominciato a lavorare al mio romanzo, per l’ennesima volta. L’universo dei miei personaggi è sempre più nitido, ma l’impossibilità di scrivere ogni giorno, in solitudine, per ore intere, rende il processo di stesura molto problematico. Ormai sono passati quasi due anni da quando ho cominciato. A Trento non ho una scrivania che sia mia, dove accumulare carta per mesi interi. A volte occupo la cucina, ma l’aspettativa di dover interrompere il lavoro per lasciare spazio a chi deve mangiare mi impedisce di concentrarmi come vorrei. Quando scrivo mi sento minacciata. Per questo sono anni che produco quasi esclusivamente pezzi brevi e fallisco nei progetti più ambiziosi. Non sono in grado di ignorare le voci altrui, il rumore su cui non ho controllo. In genere mi posiziono di modo da avere alle spalle un muro: non sopporto che le persone leggano le mie frasi incomplete e mutevoli mentre le elaboro.
A Vicenza non sono riuscita a fare granché, da quando sono tornata in Italia. Scrivendo di Vicenza, traggo giovamento dalla lontananza dalla mia musa. Le nuove rotatorie mi destabilizzano. La mia immagine delle strade della città è costruita sul passato.
Penso spesso alle parole del lettore di mani che mi disse: “Morirai giovane a causa di una terribile malattia e non avrai mai successo perché fai troppe cose contemporaneamente”.
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Every nerve that hurts pt.2 – Violenza, fantasmi

Le attività che svolgo e che mi impegnano ogni giorno sono di volta in volta gabbia, corazza e complicati sistemi di tiranti che mi bloccano le giunture, impedendomi di fracassare bottiglie di vetro sulla fronte del mio prossimo. So di essere stata molto arrabbiata in passato, solo che all’epoca ero animata da convinzioni che impedivano di reagire veramente agli altrui suprusi. Oggi le chiamo “i miei traumi” e do ogni colpa alla Chiesa Cattolica, sapendo di commettere un errore abbastanza insignificante.
Anni fa mi limitavo a scrivere, perché a scuola – l’occhio del ciclone del mio mondo – non potevo dire granché. I miei post erano spesso feroci e pieni d’odio; mi stupivo ogni volta quando scoprivo che la mia prosa era da molti considerata umorista. Ora sento la necessità di affrontare le persone, soprattutto quelle che riempono le mie orecchie di stronzate sessiste e omofobe, anche se so che sarà faticoso e potenzialmente doloroso. Quando non lo faccio mi sento in colpa e accumulo odio. Mi dico che non voglio rovinare le altrui serate per far notare che una frase mi ha fatta stare malissimo, pur sapendo che, quando lo faccio, non è per me; è anche per me, perché mi fa schifo vivere in un ambiente in un certe frasi sono tollerate e applaudite.
painting-of-a-dog-francis-bacon-1952.jpgMi stupisco nel constatare quando potrei essere violenta, se solo scendessi di un altro gradino nella vasca delle mie emozioni. Non si tratterebbe di gesti irrazionali. Quando sento di essere sul punto di spaccare bottiglie di vetro in testa a perfetti sconosciuti sono sempre in pieno possesso delle mie facoltà. So che sarebbe un gesto inaspettato; certi sguardi che si posano su di me mi fanno arrabbiare proprio perché danno ad intendere che il mittente abbia un’idea stereotipica di me e mi stia deprecando in base ad essa.
Qualche sera fa sono stata a sentire gli apprezzabili Putiferio (che vi consiglio) al Bruno, il centro sociale di Trento. Dato che sotto al palco c’era la solita Voragine della Vergogna, mi sono piazzata lì con Baldra e altri due amici poco dopo che il gruppo spalla ha cominciato a suonare.
Il gruppo spalla mi ha fatto schifo in un modo quasi indicibile. Mentre guardavo i componenti della band – dei giovani trentini – nella mia testa risuonavano frasi come
“continuare a ripetere Madre mia in quel modo inutile fa di te, tizio baffuto, uno schifoso Capovilla dei poveri”,
“mio dio, quanto si sta atteggiando il batterista”,
“se posso sopportare la visione di quel batterista è solo perché si sta progressivamente denudando”,
“ho già sentito questa roba così tante altre volte, ma in una versione migliore, che mi sembra quasi di essere morta e di stare rividendo il passato sotto effetto di qualche terribile droga deprimente”.
Dato che una delle mie peculiarità (di cui molti di voi non sono a conoscenza) è che sono dotata di una dirompente espressività facciale, è stato inevitabile che dopo un po’ io abbia cominciato a guardare male la band stando perfettamente immobile. So che è una cosa molto stronza da fare, ma in quel momento non ero in grado di fare altro ed ero troppo schifata dalle circostanze e dalla birra piena di schiuma del Bruno per ripiegare sull’alcol.
Dopo un po’ ho notato che, ad un paio di metri alla mia destra, c’era un tizio che mi lanciava occhiate colme di quello che definirei “disprezzo disimpegnato”. La sua faccia era trasparente e diceva: “Cosa fai lì davanti se non capisci un cazzo di musica? Questi tizi trentini spaccano i culi e tu sei lì solo perché il tuo moroso ti ha portata qui, perché altrimenti non ci saresti mai venuta da sola”.
Ora, non voglio essere presuntuosa, ma sono abbastanza sicura che quel tizio non sapesse neanche chi è Steve Albini e, soprattutto, sono certa ch’egli non volesse bene a Steve Albini quanto gliene voglio io. E cito Steve Albini solo perché ci stava con il clima della serata. So che avrei potuto schiaffeggiare quel coglione per ore con la mia conoscenza di dischi e band ch’egli non aveva neanche mai sentito nominare, ma che probabilmente avrebbe apprezzato, dato che gli piaceva quel gruppo spalla senza nome.
Se anziché essere la persona che sono fossi stata un ragazzo, sono sicura che non mi avrebbe guardata allo stesso modo. Magari avrebbe addirittura riconsiderato il suo apprezzamento nei confronti della band, vedendo un tizio dall’aria seria e poco convinta piantato davanti al palco. Avessi scambiato il mio corpo con quello di un uomo, sarei forse stata “un intenditore”, “un critico”. Ma dato che sono una ragazza, è ovvio e scontato che io sia ignorante, che il mio utero mi impedisca di apprezzare, comprendere e criticare del post-hardcore o, più banalmente, della musica distorta. Le altre tre ragazze che c’erano nelle prime file erano sorridenti, facevano foto inutili con i loro smartphone, sculettavano liete. Avevano tutto il diritto di farlo e sono profondamente contenta per loro, ma in quel momento ero accecata dall’odio nei confronti di quel tizio, che guardava male solo me e non sembrava affatto turbato dal fatto che le altre ragazze non avessero idea di come assorbire muri di distorsioni o di come incorporare la serietà dei pezzi che stavano essendo suonati.
Se avessi presentato una facciata di lieta vacuità, il deprecante trentino avrebbe dimenticato la mia presenza in prima fila, o forse si sarebbe chiesto come dovessero apparire le mie carni sotto ai vestiti che indossavo quella sera.
In ogni caso, nessuno dei due scenari alternativi che ho ipotizzato mi sembra scevro da problematicità. Ora ne parlo e, nell’aggiungere parole a questo testo, sono pervasa dall’illusione di non essere più piena d’odio. Ma in realtà so benissimo che la prossima volta che mi succederà di nuovo una cosa del genere arriverò sempre più vicino al mio limite di sopportazione, dopo il quale potrò solo essere brutale.
E’ inutile che le persone mi coprano di frasi volte a contenermi, a smontare l’ira che mi abita. Sono stata zitta, anni fa, quando ero ferma da ore contro una transenna per godere della vicinanza dei Mogwai, e due metallari del cazzo dissero, ridacchiando, che sembrava di essere ad un concerto di Gigi D’Alessio perché c’erano parecchie ragazze sotto al palco. Quei due metallari del cazzo mi rovinarono il concerto, perché le loro credenze erano sbagliate e offensive, e soprattutto io non avevo detto niente.
L’apparente marginalità di tale questione a me pare dovrebbe essere oggetto di fondamentali discussioni che molte persone – ragazzi e ragazze – non sono in grado di fare, perché si rifiutano. Da un lato, mi trovo spesso impegnata ad odiare ragazzi della mia età che pensano di potermi incasellare in base al mio genere, dall’altro, sono quotidianamente sconvolta dagli impensabili livelli di sessismo e di autodeprecazione che trovo nei discorsi delle mie amiche e conoscenti.
Ciò che scrivo a proposito di queste problematiche, di solito, è puramente costruttivo. Ciò che dico alle ragazze che si sminuiscono e si fanno complici di battute e commenti che le danneggiano, è volto a far sì che la smettano di vedersi come persone che non meritano di essere rispettate. Questa è la mia facciata e mi serve a restare stabile. Sono anche convinta che abbia una certa utilità, per quanto limitata, per il mio prossimo.
Però a volte mi chiedo se non avrebbe più senso accompagnare questa forma di attivismo verbale con qualche gesto più fisico. Potrei sputare in faccia a qualcuno, ad esempio, e smetterla di essere sempre così educata. Potrei urlare come un animale e prendere a sprangate la porta di casa della persona di mia conoscenza che fa prendere la pillola alla sua ragazza – e lei lo accetta – perché “il preservativo è poco virile”, e che definisce froci gli uomini che non si fanno complici dell’ennesima battuta sessista.
Potrei farlo; mi sentirei molto meglio dopo. Solo che poi mi chiamerebbero troia, femminista eviratrice d’uomini, pazza. Altre donne e altre femministe mi criticherebbero dicendo che i miei gesti danneggiano la categoria e decenni di lotte per l’uguaglianza. Però io mi chiedo che senso abbia essere sempre così gentili e garbate, con le donne e bacon1.jpgcon gli uomini, se ciò che sento, vedo e subisco è violento, straziante o anche solo banalmente detestabile. Perché devo avere paura di essere chiamata femminista eviratrice d’uomini o pazza, quando so di non essere pazza e di apprezzare gli uomini che mi trattano con rispetto; quando sono la prima a definirmi femminista?
A volte mi guardo e vedo una persona che avrebbe il potenziale per stare meno da schifo. Ho già fatto tante conquiste personali nella mia vita. Mi sono liberata di un certo numero di devastanti sensi di colpa indotti dall’esercito della Chiesa Cattolica, ad esempio, alcuni dei quali sono così ridicoli ed imbarazzanti da far quasi ridere. Ci sono un sacco di cose che voglio fare e che sento di dover fare, cose che mi entusiasmano e mi fanno sperare di vivere fino ai novant’anni, per non morire prima di aver compiuto ognuno dei gesti che ho in mente. Eppure, spesso mi sembra di provare solo odio, sradicamento, solitudine, isolamento. Quando sono sola smetto di compatirmi e resto faccia a faccia con ciò che provo. Allora mi dico che sarebbe bello se il suolo mi inghiottisse, perché allora smetterei di provare tutto quest’odio, di reprimerlo.
Diventerei un fantasma. Un fantasma stronzo. Terrorizzerei per anni, ogni singola notte, chi ora non avrebbe mai paura di me, solo perché ho piccole mani e non digrigno mai i denti in pubblico.
(immagini: Francis Bacon, Painting of a dog e Love is the devil)

Every nerve that hurts pt.1 – Città, bellezza

Vicenza è pressoché identica a come l’ho lasciata. Lo so anche se, da quando sono tornata, ho abbandonato di rado la mia stanza.
Ho i capelli più lunghi e, da lontano, le gente non mi riconosce.
A Vicenza non ho più una bici, quindi per uscire la sera uso quella di mia madre, nonostante la trovi scomoda. Il fatto di non avere una bici mi fa sentire come se non vivessi qui. Sono stata abituata a riconoscere i buchi nell’asfalto attraverso la mediazione di bici leggere e scarne. Un prolungamento delle mie gambe.
Solo per questo mi sposterei a Trento, dove ho un bici.
Il problema è che a Trento sono cambiate diverse cose da quando me ne sono andata. Mancano delle persone che prima c’erano. Durante i tre giorni che ho passato lassù la settimana scorsa, trascorsi per lo più a dormire e bere birra con i miei amici, non ho mai messo piede in facoltà. Preferisco far finta di non essere in città.
Bacon.jpgTrento non mi appartiene e non mi è mai piaciuta, nonostante abbia le sue molte comodità.
Trento non mi ha mai resa felice e non l’ho mai trovata bella, perché nel suo centro storico vedo il centro storico di Vicenza, nel suo olezzo di cattolicesimo domestico riconosco quello di Vicenza. Chiunque non viva a Vicenza e passi in visita per uno o due giorni non fa altro che incensare la pregevolezza estetica del centro e dei marmi palladiani, la piccolezza di ogni cosa incontrata. Non so mai come affrontare questi commenti; sento di essere d’accordo, almeno in parte, eppure in passato ho detestato così tanto ogni singolo centimetro di materia berica e il modo in cui il suolo che chiamo “la mia terra” viene trattato, che ho perso la capacità di associare la parola “bellezza” alla mia città.
Trento è simile, ma non ci sono pezzi di marmo che mi ricordino da dove vengo e che mi inducano a riconoscere che non faccio poi così schifo, che ha senso che io viva. E’ una città che trovo facile disprezzare, quando le circostanze mi trasformano in una persona ingrata.
Il fatto è che mi trovo sempre più spesso a pensare di non poter stare bene da nessuna parte. Il problema è solo in parte dei luoghi che ho incontrato finora, o dei luoghi in generale.
(immagine: Francis Bacon, Head II, 1949)