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Category Archives: Autoreferenzialità

Oh, No

Non riesco a trovare il termometro, quindi non sono in grado di determinare se la mia sia febbre o semplicemente un raffreddore letale.
Ciò che so con certezza è che mi sembra di avere una palude in gola e che la mia faccia si sta sgretolando.
Se non altro mercoledì sera, poche ore prima di collassare, ho visto Micah P. Hinson all’Unwound. Sono tutt’ora commossa dall’esperienza.
Il fatto che qualcuno abbia tentato di rubare la mia macchina verde rompendo la serratura e lasciandomi potenzialmente a piedi mentre mi stavo sciogliendo sarà per sempre una pecca nel ricordo della serata. Ma non importa.
In un modo o nell’altro sono riuscita a tornare a casa verso le tre, per svegliarmi poi alle sei ed accompagnare i miei genitori alla corriera che li ha condotti in gita con un branco di pensionati.
Avere casa libera ed essere al contempo uno zombie è strepitoso.
[Micah P. Hinson: I Keep Havin’ These Dreams]

Johnny Appleseed si chiamava John Chapman

Il motivo per cui ho difficoltà a mettere insieme post sensati e spaventosamente lunghi si compone di due elementi. Da un lato il fatto che dovrei studiare e dall’altro l’aspetto alquanto ridicolo del mio giardino e la mia conseguente brama di scavare.
La settimana scorsa ho passato il mio prezioso sabato pomeriggio facendo un lavoro che era stato rimandato dai miei parenti per circa vent’anni. Sotto un diluvio di proporzioni tragiche ho zappato il cosiddetto Triangolo Malefico, posto di fronte alla cucina, dove non è mai cresciuto nulla (fatta eccezione per varie piante infestanti) dai tempi in cui è stato creato.
Il terreno era pieno di sassi e detriti vari, argilloso, viscido e pesantissimo.
SemenzaioDopo svariate ore di lavoro mi sono trovata circondata da un mare di fango, ma se non altro al posto dell’inutilità fatta terra c’era una buca, che ho poi riempito con terriccio decente.
Negli ultimi giorni sono spuntate molte delle piante che ho seminato in vaso, come basilico, menta piperita, girasoli, coreosside, finocchio selvatico, piselli e facelia. Tutto ciò mi riempie di gioia, non solo perché le semine sono riuscite, ma anche perché sto imparando i nomi delle piante.
L’anno scorso ho avuto la brillante idea di coltivare varietà di cui non mi sono appuntata il nome, motivo per cui mi trovo ad ospitare degli esseri noti come “pianta che dovrebbe fare fiori, ma di cui ignoro il nome”.
In questo periodo sto leggendo parecchie cose aventi a che fare con il giardinaggio e con il guerrilla gardening in particolare.
Ho scoperto molte cose interessanti, ad esempio che le margherite crescono spontaneamente su terreni argillosi (infatti il mio giardino ne è pieno) e che Johnny Appleseed è esistito veramente.
Non so di preciso dove e come abbia avuto origine la mia passione per il giardinaggio. Le ipotesi sono varie, ma penso che alla fin fine, quella più sensata sia stato l’impatto con il fenomeno del guerrilla gardening, che ho scoperto circa un anno fa, vagando online.
Il primo tulipano dell'annoImmagino non dovrei dirlo, ma sono abituata a scrivere praticamente tutto su questo blog: mentre cercavo gruppi da studiare per la mia tesi mi sono trovata a creane uno.
Attualmente stiamo lavorando al primo attacco, che avverrà a breve. Il davanzale del mio salotto e una buona parte dell’area piastrellata del mio giardino straripano di vasetti più o meno ortodossi nei quali ho seminato varietà che ci torneranno utili in futuro.
Tutto ciò mi sta aiutando a trovare un senso alla mia vita di berica, altrimenti piatta e abbastanza deprimente. Detta così potrebbe sembrare una scemenza, ma temo che l’unico modo per sopravvivere serenamente a Vicenza sia farsela piacere, in qualche modo.
Io non sarò mai serena in questo luogo infernale dove i vivai più forniti non sono neanche in grado di ordinare una confezione di lupini macinati e le strade cadono a pezzi trasformando la vita del ciclista in un vero incubo.
Se non altro ho qualcosa di profondamente soddisfacente e impegnativo cui dedicarmi.
Durante l’adolescenza deprecavo gli spazi aperti e amavo il cemento. Ora capisco che non ero poi così idiota, perché ciò che amo ora sono le esplosioni di verde e di fiori tra un palazzo e l’altro.
Il mio giardino è abbastanza brutto, ma un po’ per volta lo sto sistemando. Il mio obiettivo è quello di far piangere i miei vicini di casa alla sua vista.
Voglio che sia così colorato e lussureggiante da far impallidire le vecchie signore che ogni anno potano con cura le loro rose e ogni giorno mi vedono sfrecciare fuori di casa con il mio zaino da montagna pieno di ciarpame universitario.

Underbreath Revisited


(Kurt Vonnegut Motivational Posters, via la fagotta)
Credevo di averlo perso per sempre. Poi Baldra mi ha ricordato dell’esistenza di Internet Archive.
Ecco a voi qualche residuato di Underbreath nonché il file doc scaricabile con tutto l’archivio.

Della serie: Cosa si non si fa per mettere i dischi a Vicenza

Il Veneto è un luogo fatato dove la maggior parte dei giovini credono che “indie” significhi indiano e la maggior parte dei meno giovini musicalmente colti adora cose progressive.
Non ho niente contro le cose progressive, anche se la sola idea di indossare delle cuffie giganti per ascoltare i Van der Graaf Generator mi provoca disagio, vista appannata, bocca impastata e svariati altri sintomi che possono essere riconducibili alla nota Sindrome da Stress Pre-Traumatico.
Il Veneto che conosco bene (Vicenza), abbastanza bene (Verona e Padova) e per sentito dire (Rovigo) rappresenta ai miei occhi la Tomba dell’Indie, o meglio, la Tomba della Gioia di Vivere, perché in effetti qualche gruppo indie pregevole è stanziato sul territorio.
Questo spiega almeno in parte per quale motivo il Collega ed io abbiamo chiesto di mettere i dischi praticamente ovunque a Vicenza (dopo la chiusura del Capannone e del Lynx) e l’unico luogo in cui abbiamo ottenuto una risposta affermativa è il Sabotage.
Per chi non lo sapesse, il Sabotage è un agorà metallara di recente costituzione, nel cui parcheggio, un paio d’anni fa, un tizio strafatto piegò a mani nude una portiera della mia amata ex macchina (la ben nota Subaru Merda) facendo esplodere un finestrino.
Inutile dire che per mesi e mesi non ho più avvicinato il luogo in questione, soprattutto perché, la sera del misfatto fui avvicinata da un metallaro decrepito con chiari segni di cirrosi epatica che mi disse: “Ehi rossa! Vieni qui!” intentendo che dovevo sedermi su di lui.
Ci terrei inoltre a sottolineare che all’epoca non avevo i capelli rossi.
Tornando a noi, stavo dicendo che Vicenza è un luogo infernale. Da qualche tempo sui volantini dei locali più disparati compaiono scritte affermanti “Dj set LIVE!”, per ben distinguersi da chi invece propone “Finto dj set ad opera della modalità random di iTunes!”.
Senza considerare che ormai la mia terra è stata colonizzata da un tale, presente ovunque io vada, che mette reggae.
E questo non è tutto.
Da qualche anno a questa parte Vicenza è diventata il centro nevralgico del mispelling del genere in questione. Cominciò il Capannone Sociale con “reggea” e si è arrivati nelle scorse settimane al “raggae” di un altro covo di metallari aperto di recente.
Il duo Teenage Lobotomy (di cui io sono Teenage e Baldra è Lobotomy), nel suo sempre più vano tentativo di offrire del divertimento sano ed indie ai giovini berici, esordirà domani sera al Sabotage (zona industriale) con un dj set a tema su Billy Idol.
Ho dunque circa 36 ore di tempo per ascoltarlo, capirlo e pensare a possibili altre band da mettere che gli somiglino.

Spegnere il brusio

Questi sono i giorni dello stordimento profondo e delle pile di fotocopie alte fino al soffitto.
I giorni in cui finalmente torno ad ascoltare musica, persino quella distorta che fino ad una settimana fa mi causava nausea e dolore acuto da qualche parte all’interno della testa.
I giorni in cui raggiungo l’apice delle mie capacità mentali sul treno del ritorno, pochi minuti prima di collassare e spegnermi.
I giorni in cui vorrei andare all’università in birkenstock e calzetti, ma non sono ancora sufficientemente forte per farlo.
I giorni passati sentendomi in colpa perché la pila di fotocopie mi fissa deprecandomi.
Questi sono i giorni del distacco dalla routine per mezzo della scoperta del suolo. Anche se continuo a fare sempre le solite cose -cioé studiare, prendere il treno, spostarmi in bici, riempire lo zaino di cose che potrebbero essermi utili, sottolineare con le matite colorate, fare fotocopie, andare a lezione, dormire male- tendo a non sentirmi più di merda.
Ho ancora la costante impressione di trovarmi nel posto sbagliato e provo sentimenti terribili osservando oggetti inanimati e persone che fanno finta di non conoscermi. Però ho trovato una valvola di sfogo.
Il mio problema con il mondo storicamente è stato definito in vari modi. La mia ex compagna di classe delle superiori nota come La Nobile o Miss Ballo delle Debuttanti, ad esempio, un giorno mi disse: “Ma tu hai dei problemi mentali.”
Se per “problemi mentali” intendiamo scrivere post molto divertenti sulle proprie compagne di classe fuori fase, allora ammetto di aver un chiodo figurato piantato nel cervello.
In un’altra occasione mio padre mi regalò, con fare burlone, una copia del deprecabile best seller chiamato “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita”. Sfortunatamente leggendo il testo in questione scoprii che quello dedito alle seghe mentali era l’autore e non la sottoscritta.
Nel corso degli anni ho constatato che la filosofia spicciola è sufficiente per chiudere la bocca a buona parte della popolazione berica, mentre frasi come “Ciò che dici non ha senso perché l’ordine delle portate è una costruzione sociale” non funzionano.
Ho quindi riflettuto sulle poche cose che ricordo del Socrate studiato il terza superiore e le ho assemblate con il ricordo dei miei drammi adolescenziali, ottenendo Il Mio Grande Dramma.
Del tutto casualmente oggi ho scoperto che esso coincide con il Grande Dramma della Modernità secondo Durkheim, il baffuto padre della sociologia.
Me l’ha detto Baldra in treno, che l’ha appreso durante il corso di Storia del pensiero sociologico. Anch’io ho fatto quel corso, ma il programma era diverso.
Durkheim diceva che un tempo gli uomini che sapevano un po’ di tutto (a livello sia pratico sia intellettuale) erano considerati assai pregevoli. Nella modernità invece un soggetto di questo genere è visto come un derelitto incapace, poiché a trionfare è la specializzazione, non solo in ambito lavorativo, ma anche per quanto riguarda i propri passatempi.
Fare ordineQuante e quali considerazioni possiamo trarre da una affermazione di questo tipo?
La prima risposta è molte. La seconda risposta è troppo complessa per essere espressa in modo serio a mezzanotte, dopo una giornata di distruzione.
Mi limiterò a dire che ricordo il giorno in cui mi domandai, stupidamente, se valeva la pena si dedicare il mio tempo libero ad un solo interesse, in modo da poter essere sapiente almeno in un ambito. Ovviamente, avendo dovuto scegliendere, avrei optato per la lettura. Ma pare che nessuno sia mai riuscito a leggere tutti i libri mai scritti.
Oggi posso definirmi fanatica dell’accumulo di conoscenze e conseguentemente provo frustrazione con venature di ribrezzo di fronte ai giovini che si lasciano marcire al sole come cadaveri.
Ciò non significa che io sia brillante. So abbastanza cose e posso fare una discreta figura se circondata da beoti, ma in linea di massima tendo a sentire il peso della mia ignoranza e delle mie scarse capacità relazionali.
Questo si traduce in un costante brusio che popola la mia testa e talvolta mi impedisce di dormire. In genere scrivo preventivamente per spegnere il brusio prima di andare a letto. A volte mi domando se riuscirei a dormire meglio non sapendo certe cose. Non credo si tratti di paranoia o di qualche altra patologia che preferisco ignorare.
Le mie fallimentari zucchine dell'anno scorsoIl trucco sta nel gestire il flusso di informazioni proporzionandolo al proprio masochismo. Io, ad esempio, non ho l’ho ancora perfezionato e dico cose come: “Non comprerò mai più vestiti” oppure “perché la gente non problematizza il maiale?”
Fino a qualche tempo fa temevo non ci fosse limite al peggio. Mi veniva da piangere di fronte al rumore infernale di un treno in frenata e facevo incubi popolati da compiti per casa delle superiori.
In questi giorni ho scoperto che esiste un modo per spegnere il brusio: il giardinaggio.
Non so perché, ma quando sto in giardino per un’ora a mescolare il compost, a dare acqua alle piante e a seminare l’attività speculativa del mio cervello si ferma. Solo una volta riposti i guanti e gli attrezzi torno ad essere l’idiota di sempre, il self primario.
Vorrei diventare una esperta di botanica ma credo che mi limiterò ad imparare qualche nome in latino, a leggere i manuali ereditati da mio nonno e ad affondare le mani nella terra sperando che qualcosa si degni di crescere sul mio suolo argilloso.

Not So Academic

-Lunedì ho dato l’ultimo esame della sessione.
-Martedì sono andata a Padova a registrare un voto e a fare qualche centinaio di fotocopie.
-Ieri sono tornata a Padova per registrare Sociologia dell’Organizzazione e parlare con il prof della mia tesi. Sono stata in piedi contro uno dei muri dell’Aula Magna di SciPol per circa due ore e poi l’ho seguito fino in dipartimento, mentre l’isteria collettiva rendeva impossibile qualsiasi tipo di interazione sensata. La confortante risposta che ho ottenuto è stata: “Sentiamoci via email” (N.B. vedi questo)
-Oggi devo andare a trovare mia nonna presso la casa di riposo di Crespano del Grappa. Subito dopo andrò da H&M a Padova in compagnia di Baldra, non ricordo di preciso perché. Ci tengo però a ricordare che da qualche mese H&M esiste anche a Vicenza ma fa schifo. Avreste mai immaginato che una sede di H&M potesse fare schifo? [Chilometraggio del giorno: 166 km]
-Domani andrò invece a Schio a trovare i miei nonni materni, che ammorberò con le mie lamentele sull’università e che mi faranno poi non poche prediche. Nel pomeriggio mi sposterò in Piazza delle Erbe a Vicenza, dove -dopo mesi e mesi di caos- riuscirò a tagliarmi i capelli e a farmi qualche tinta ridicola. [Chilometraggio del giorno: 58 km]
-Sabato sono stata prenotata per fare un giro di tutti i bar in cui lo spritz costa poco della città. Senza contare che “da Renato” offrono una consumazione gratis a chiunque si presenti vestito da Carnevale.
-Domenica smaltirò l’alcol ingerito.
Tutto ciò per dire che credevo avrei dormito qualche ora prima di cominciare le lezioni del secondo semestre (lunedì pomeriggio). Invece no.
Queste ultime settimane sono state fantastiche. I miei genitori sono ormai convinti che io abbia un esaurimento. Non so cosa pensare a riguardo, a parte il fatto che talvolta mi rendo conto di avere le manie di persecuzione.
Ad ogni modo ho dato due esami in più (Lingua Francese II, Istituzioni di Diritto Pubblico) rispetto a quelli che avevo previsto (Lingua Francese I, Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni, Sociologia Avanzato II) e ora posso vantare una schiera di voti vergognosi.
Ah già! Quasi dimenticavo! Se non studiassi sociologia potrei vantarmi di aver preso un sacco di 30. In realtà devo deterstarmi ed umiliarmi pubblicamente, nonché andare a lavorare nei campi e dormire sui sassi come Santa Caterina da Siena, il mio incubo adolescenziale.
Che altro dire? Immagino che non vi interessi, ma fino a qualche giorno fa, per pubblicare i miei post, usavo Movable Type 3. L’altro giorno, non so esattamente come, sono riuscita ad installare Movable Type 4. E’ stata un’esperienza estremamente tragica e sfiancante, soprattutto considerando che il mio mouse va a scatti e la mia tastiera comincia a manifestare gli usuali problemi tipici delle tastiere, come l’affossamento dei tasti più utilizzati. Credo che questo dipenda dal fatto che tendo a scrivere con una certa violenza.
Mia madre, amante dello 0.0, talvolta mi guarda mentre produco i miei post e mi insulta assai spesso dicendo che sono nevrastenica.
E pensare che ho impiegato anni ed anni della mia vita per imparare a scrivere con la tastiera ad una velocità supersonica senza guardare la tastiera stessa!
Per il resto non ho grandi notizie. La mia faccia, come ogni anno in questo periodo, sta diventando una sfogliatina. Per quanto mi ricopra di creme idratanti e lenitive, non posso fare a meno di sembrare un marinaio norvegese.
Spero di compensare dando ai miei capelli una forma e dei colori degni della mia implacabile demenza. Se fino a qualche tempo fa credevo fosse finita l’era dell’idiozia, in corrispondenza con il mio accesso al temibile mondo universitario, ora ho realizzato che conviene attaccarsi a quanto di più insensato abita nel nostro cervello per sopravvivere senza riportare troppi danni.
Non so nemmeno come io abbia potuto credere il contrario.
Il ritorno della primavera mi rimpie quest’anno di gioia e aspettative enormi. Ecco perché non sono ancora esplosa.
Baci a tutti!

Everyone Alive Wants Answers

Peanuts
Colleen “Everyone Alive Wants Answers”

Pink Moon

pinkmoon.png
L’anno in cui un modem 56k entrò per la prima volta nella mia casa conobbi questo tizio stanziato a Roma in una chat. Parlando di musica, libri e traumi adolescenziali diventammo amici.
Entrambi avevamo una discreta passione per i Nirvana, i Led Zeppelin e altre band di quel genere. All’epoca ringraziavo il Fato ogni giorno per avermi concesso un interlocutore. Solo in seguito constatai che il disprezzo rivolto dalle mie ex compagne di classe alle mie amate band mainstream non implicava che quest’ultime fossero sconosciute ai quattordicenni sparsi in giro per il mondo.
Ad ogni modo questo tizio stanziato a Roma ed io restammo in contatto per qualche anno. La rottura, dal mio punto di vista, si verificò quando venne a trovarmi. Più precisamente nel momento in cui, accomodatosi su una delle poltrone del mio salotto, affermò che “The Velvet Underground & Nico” si componeva di dodici pezzi. Io ribattei sostenendo che erano undici. Non dimenticherò mai l’insistenza con cui tentò di provarmi che avevo torto.
Ora, se corressi ad acquistare una seconda copia del primo, strepitoso album dei Velvet Underground, quante tracce ci troverei? La risposta è undici.
Questo tizio stanziato a Roma è sempre stato ai miei occhi una figura molto accattivante. Anche quando l’ho “incrociato” di recente non ho potuto fare a meno di domandarmi dove e come trovi il coraggio incarnare, dopo anni di gestazione, quella figura mitica che si compone in egual misura di Filosofo Esistenzialista, Poeta Maledetto e Musico Virtuosista.
Non lo perdonerò mai per aver demolito “The Queen is Dead” affermando che “la batteria suona[va] troppo anni ’80.” In un certo senso credo che non lo perdonerò mai neanche per aver tradito le mie aspettative, per avermi lasciata senza un coetaneo, seppur labile, con cui parlare di musica.
Nel periodo in cui, senza averlo mai visto in faccia, lo consideravo uno dei miei migliori amici, a tenermi compagnia c’erano soprattutto romanzi e musicisti morti. Su quest’ultimo fronte avevamo gusti abbastanza simili.
Per certi versi rimpiango quel periodo. Non ero ancora stata assalita dall’incertezza ontologica, avevo alcuni rappresentanti del clero contro cui lottare quotidianamente e soprattutto riuscivo ad ascoltare lo stesso disco all’infinito fino a penetrarlo, in modo del tutto ignorante.
È stato in questo modo, a mio avvisto assolutamente perfetto, che ho inglobato la discografia di Nick Drake, che ora giace indelebile in qualche antro del mio corpo. Conservo ricordi vaghi di me stessa stesa su di un tappeto peloso, completamente persa nel suono, nella maliconia atemporale che pervadeva l’aria.
Per certi versi credo che quello sia stato un momento di svolta. Gli altri dischi che possedevo, per quanto storici e influenti, venivano sminuiti dalla maggior parte degli adulti con cui avevo a che fare. Alcuni mi prendevano in giro dicendo che certe cose apparetenevano “ai vecchi”. Altri si limitavano ad adottare la formula a noi tanto cara: “Cos’è questo rumore?”
Nick Drake usciva da questo circolo vizioso pro-ignoranza con una grazia ed un’aura sacrale a dir poco commoventi. Grazie a lui non ero più la ragazzina introversa ed amante del casino senza anima. La sua era arte certificata. Potevo permettermi di ignorare i compiti per casa per ascoltare “Pink Moon” a ripetizione, poiché si trattava di nettare per lo spirito. I saltuari rimproveri dei professori erano solo bombe cadute in lontananza, del tutto trascurabili se paragonate alle voragini che si aprivano davanti ai miei occhi quando inserivo quel cd nel lettore e mi lasciavo travolgere dalla straziante quiete che seguiva.
Negli ultimi mesi sono tornata spesso nei pressi di questi ricordi, alla ricerca di un modo di ascoltare che fosse scevro da frenesia e brama d’onniscenza. Sono dunque approdata, non ricordo bene come e quando, sui Sebadoh.
Ho scoperto di adorare i Sebadoh in un momento del tutto imprecisato. Forse stavo guidando verso la casa di riposo dove sta mia nonna, ma non ci giurerei.
In un primo momento mi sono detta: “Perché non conoscevo questa band? Sembra fatta apposta per sconvolgermi…”
In seguito ho realizzato che i Sebadoh mi piacciono così tanto perché (N.B. opinione personalissima) mi fanno pensare ad una versione più evoluta, fuori di testa e versatile dei Nirvana. Poco importa che la band guidata dal biondo suicida sia comparsa dopo; la mia irrazionalità ha parlato.
Grazie a Lou Barlow e soci sto dunque vivendo una seconda adolescenza. Sono sufficienti delle cuffie enormi o degli auricolari scassati e voilà;
la crudeltà di questo mondo sbiadisce, eclissata dal suono viscerale che ho cercato a lungo, fino alla nausea.
Questa mattina stavo gelando in un’aula studio di Padova. Davanti ai miei occhi giacevano i disgustosi libri che devo studiare per l’esame di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni (=impara a selezionare il personale, sii vile, zittisci il sociologo in erba che scorrazza nella tua testa). Ero davvero affranta.
Durante una breve pausa mi sono ritrovata a giocherellare con l’iPod e a selezionare la cover di “Pink Moon” dei Sebadoh, reperibile all’interno di “Smash Your Head On The Punk Rock”.
Non l’avevo mai ascoltata bene, perché il lo-fi e le distorsioni si accordano malamente con il rumore dei treni.
Credo sia molto difficile fare delle cover degne di nota o per lo meno non disgustose di Nick Drake. Il rischio di risultare banali se non addirittura sacrileghi è altissimo. Allo stesso tempo adoro le rivisitazioni audaci, come quella di “The Drowners” degli Suede proposta dai Flying Saucer Attack pochi mesi dopo la pubblicazione dell’originale.
La versione di “Pink Moon” dei Sebadoh possiede tutte le caratteristiche per traumatizzare una persona come mio padre, che è un fan di vecchia data di Drake e ha un’idea molto vaga di chi siano i Dinosaur Jr.. Eppure quando gli ho piazzato le cuffie in testa non ha reagito male. Credo che tutto ciò sia dovuto al fatto che, per quanto rumoristica ed apparentemente sconclusionata, la “Pink Moon” dei Sebadoh trasuda passione e talento come poche altre cose ascoltate di recente. Mai avrei creduto di poter ascoltare un tributo a Drake che si posizionasse proprio in quel punto, tra indie primordiale, lo-fi, HC e folk.
Nonostante il pranzo freddo consumato in solitudine, i treni in ritardo e la tragicità di ciò che sto studiando, questa è stata una buona giornata.
[Nick Drake “Pink Moon”]
[Sebadoh “Pink Moon”]

Sprazzi di serenità mattutina.

In breve, Ketman intende che la realizzazione del sé si attua contro qualcosa. Colui che segue Ketman soffre per gli ostacoli che incontra; ma se questi ostacoli fossero improvvisamente rimossi, si troverebbe il vuoto che forse gli risulterebbe molto più doloroso. Una rivolta interna è a volte essenziale per la salute spirituale, e può creare una forma particolare di felicità. Ciò che può essere detto apertamente è spesso molto meno interessante della magia emotiva, implicita nel difendere il proprio santuario¹.
Ho riscontrato lo stesso fenomeno nelle istituzioni totali. Ma questo non potrebbe essere tuttavia essere il caso anche della società libera?
Senza qualcosa cui appartenere, non esiste sicurezza per il sé e, tuttavia, un inglobamento totale e un coinvolgimento con una qualsiasi unità sociale, implica un tipo di riduzione di sé. Il senso della nostra identità personale può risultare dall’uscire da una più vasta unità sociale; esso può risiedere dunque nelle piccole tecniche con le quali resistiamo alla pressione. Il nostro status è reso più resistente dai solidi edifici del mondo, ma il nostro senso di identità personale, spesso risiede nelle loro incrinature.
¹C. Milosz “The Captive Mind”
Erving Goffman “Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza”