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Category Archives: Autoreferenzialità

fragile o incazzata o pigra

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Moonassi

 

Sto valutando da mesi dove trasferirmi. Ho deciso una città, ma non so ancora cosa fare con la mia presenza fisica online.

Sono facile da trovare. I miei scritti sono firmati con nome e cognome. Per anni mi sono manifestata dichiarando a gran voce che quelle parole erano proprio mie. Mi sono abituata a dire tutto, fino a che la vulnerabilità non è divenuta duplice.
Non solo la costruzione meticolosa di periodi che esponessero la complessità del mio stare al mondo, ma anche l’agilità con cui è diventato possibile individuarmi.

Ho deciso che non voglio più correre questo rischio. Non dopo che il mio blog e il suo stile sono stati usati contro di me durante colloqui di lavoro. Non quando il sistema è mutato, facendosi portatore di un nuovo paradigma entro il quale i motivi che mi spinsero ad aprire un blog più di dieci anni fa sembrano essere venuti meno.
Non posso più scrivere e condividere quello che voglio veramente senza che questo si ritorca contro di me in modo brutale e impossibile da arginare. Ho abbandonato questo blog per un anno intero dopo essermene resa conto.
Non mi era più concesso essere fragile o incazzata o pigra usando il mio vero nome.

Ho evitato l’anonimato molte volte perché temevo di perdere il mio piccolo pubblico. Le persone che non si sono mai manifestate, ma che mi seguono da anni. Quelle che hanno commentato solo una volta.
Mi è già capitato di dover sparire, ma sono sempre tornata facendo in modo di essere rintracciabile.
Penso ai mesi interi dedicati alla scrittura, alle migliaia di post, alla reputazione che mi sono costruita e non so cosa fare.

L’unica certezza è che anche la rete è divenuta, per me, un terreno a tratti inospitale.

Fearless was my middle name

http://todoelajo.tumblr.com

http://todoelajo.tumblr.com

A colazione ho ascoltato un’intervista a Phil Elverum che mi ha fatto venire voglia di mangiare salmone e ostriche.

Durante la mattinata ho mandato una domanda di lavoro e poi mi sono rimessa a studiare per un concorso pubblico.

Dopo pranzo ho suonato un sacco di volte l’ultima canzone che ho scritto. Per il momento credo che ci stia bene una bella distorsione con sfondo di Organizer impostato sui toni più cupi, ma dovrei testare le impostazioni in sala prove a volumi decenti per esserne sicura. Ad ogni modo, suonarla mi rende molto felice perché non mi era mai successo di comporre un pezzo senza esserne schifata poche ore dopo averlo “concluso”.

Nel corso della giornata ho ascoltato l’ep omonimo degli autunno, il nuovo album dei Built to Spill e Lost Wisdom di Mount Eerie.

Sono uscita di casa da sola senza che il processo decisionale e di vestizione diventasse una lunga agonia. Non mi succedeva da parecchio tempo. Sono andata al supermercato per comprare del lievito e la lettiera per Sofficina.

Ho finito di leggere le ultime pagine di Educazione Siberiana, che nel complesso non mi è piaciuto granché.

Nel tardo pomeriggio ho scoperto che uno dei miei racconti si è posizionato bene all’interno di un concorso letterario al quale avevo partecipato senza pensare neanche per un secondo che il mio scritto sarebbe stato accolto così favorevolmente.
Ho passato mezz’ora buona a soppesare la mia reazione; un misto di incredulità e senso di fallimento, perché le circostanze continuano a costringermi all’interno di uno spazio-tempo in cui tutto ciò che non è monetizzabile ha cessato di avere valore, e io sono “troppo vecchia”.

Dopo cena mi sono addormentata senza rendermene conto.
Credo di essere rimasta in posizione fetale per poco più di mezz’ora.

Alla fine ho guardato Wild, che mi è piaciuto molto. Ho pianto in corrispondenza di ogni singola scena in cui compare la volpe, perché le volpi mi fanno piangere e non mi so controllare.
Durante i titoli di coda c’è una cover molto bella di Walk Unafraid ad opera di First Aid Kit. Walk Unafraid è una delle mie canzoni preferite dei R.E.M..

Piedi scalzi per ascoltare le ombre

Ora che mi sono trasferita e che ho trovato un lavoro, il tempo di cui necessito per scrivere pare essersi volatilizzato. Mi scopro afona ogni sera. Durante le giornate più dure, lo spettacolo si ripete anche in ufficio. Lingua informicolata e domande martellanti. “Quanto tempo prima che io imploda di nuovo?”

Il terrore che provo si origina forse nella consapevolezza di essere una scrittrice lenta, una di quelle che consumano dita, occhi e notti intere sul tentativo di rendere pronunciabile uno stridore che è solo disagio fisico, irrigidimento, rabbia, vuoto, vergogna e sogno. Ora sento che è scattato qualcosa in me, qualcosa che banalmente definirei istinto di conservazione. Mi costringe a non andare a dormire alle quattro. Mi ricorda quando è difficile resistere in ufficio fino alle sei senza iniziare ad urlare. Poi, certo, c’è tutto il resto, ovvero la storia secondo la quale sono un animale che deve aprire bocca per conservarsi integro, e sono anche un animale che, attraverso l’ascolto delle vibrazioni del suolo, sa riconoscere l’avanzata delle ombre.

Ora le sento, anche se durante certe giornate fingo di ignorarle. Oggi sono rimasta a casa dal lavoro perché sto male: un mal di testa martellante e la costante sensazione di poter svenire da un momento all’alto. Quindi le sento, ormai giunte nei quartieri confinanti con il mio, che ancora non conosco. Le sento perché ho i piedi scalzi e la finestra spalancata. Ho provato a chiedere in giro come fermarle, ma nessuno mi ha saputo dare una risposta.

Niente più Giovanna d’Arco

Nella mia stanza troneggiano due vecchie librerie a vetrinetta. La più antica è quella in cui conservo i pochi libri e dischi giunti con me a Trento, insieme ad un ukulele blu che il mio corpo si ostina a rifiutare. Ai piedi del mobile: scarpe, scatoloni e imballaggi. Sulla sommità: stessa scena, meno che le calzature.
L’altra libreria è stata a lungo la sede degli scarti. Quando la vidi per la prima volta pensai di coprirla con un drappo, ma lo spazio serve e io sono una che fatica a buttare le cose, sono una che ricicla i cavi rotti dopo averli lasciarti a prendere polvere per tre anni, sono una che con i cavi rotti ci fa gli espositori storti per bambole con la testa a forma di fiore.
L’altra libreria è quella brutta, dunque. La discarica.
Abbiamo convissuto per un anno, prima che decidessi di farne il magazzino delle fanzine. La sede dell’invenduto.

La mia fanzine è stata acquistata quasi esclusivamente da persone che mi conoscono e che mi leggono regolamente. Le cose che ho scritto, le ho scritte pensando a loro. Lì ho concentrato parte di ciò che è diventato troppo arduo condividere online, perché Giovanna d’Arco ha smesso da tempo di vegliare su di me.

Uno degli ultimi ordini giunti al mio negozietto digitale indicava come indirizzo di spedizione un luogo in cui ero stata a fare un colloquio di lavoro. Quel giorno pioveva così tanto che le strade erano allagate e nell’aria si respirava ansia da alluvione. Io pensavo all’accostamento di risaie e pareti finestrate da terziario avanzato. Nella mano destra stringevo un ombrello economico, che alle mie spalle danzava come un pipistrello importunato da un fascio di luce. Credo esistano manuali contenenti capitoli dedicati alla prevenzione di quello scenario: fradicia e con una carcassa tra le dita, nel corso di una mattinata dedicata alla celebrazione delle proprie doti.

Come sono creativa, affidabile, disposta a sacrificarmi per la causa, incurante dell’ammontare dell’ipotetico stipendio. Come sono stata precoce. Non occorre che citi la lista delle mie pubblicazioni. So fare queste altre cose. Sono tantissime. So usare questo software brutto, anche se mi manca il certificato del seminario su di esso che ho seguito, perché ero troppo impegnata a vincere una borsa di studio per gli Stati Uniti per consegnare l’ultimo assignment in tempo. In triennale ho fatto anche un esame attraverso il quale ho inteso i rudimenti delle tecniche di selezione del personale. Sono così brava che riesco a capire subito dove sto sbagliando. Sto citando esempi errati rispetto al mio scopo finale, ma splendidamente appropriati nel processo di ricostruzione della mia storia messo in atto dalla recruiter. Sto mostrando la carne viva. Ciò che vado scrivendo da anni, sospeso a mezz’aria, a sfiorare le vicende umane di tre persone di cui non so nulla, e che dopo il colloquio non mi richiameranno.

Lo sforzo consiste nel trovare un senso ad eventi e persone accumulate nel corso di anni ed anni, che a contarli ti sale una mistura di conati e voglia di abbracciarsi da sole, per il coraggio, gli esami terribili dati con successo, le exit strategy pirotecniche. Lo sforzo è mistico. Lo sforzo è ossessivo-compulsivo. Costruire una narrazione logica attorno a quegli eventi e a quelle persone. Una narrazione corale, perché hai troppe voci in testa, sei un ventaglio di umanità.
Tanto per cominciare, scrivi in un modo e parli un altro. Scrivi in dieci modi e parli in un altro. Lo sforzo consiste nel preservare le apparenze, senza ridurre la complessità. Sai quanto è difficile. So quanto è difficile.

La fanzine in cui parlo del mio corpo nel bagno del vecchio ufficio. Eccomi intenta a ingoiare due frasi umilianti insieme al brodo salato di lacrime. Eccomi irrigidita, mentre mi masturbo trattenendo il fiato, mentre fuori c’è aria di neve e dentro le mie ossa sono sospese nel vuoto, sono Geremia; sono sola e compongo in rima. Eccomi dilaniata dai postumi della mia festa di laurea, durante la quale mi sono resa ridicola e ho ricevuto un orsetto lavatore dai miei amici.
Ecco il mio corpo fotocopiato sulla scrivania di un ufficio dalle pareti finestrate.

Al colloquio avevo ammesso di nutrire timore nei confronti di certi tipi di spostamenti, come quelli che prevedono un pernottamento, cinque pernottamenti, centocinquanta pernottamenti. La domanda chiedeva l’evocazione di episodi di disagio. Contavo di rispondere mostrandomi reattiva, propositiva, abile nella programmazione. Ma anche l’ultimo degli agnelli sa che non è bene dare ad intendere la possibilità di attacchi di panico, quando si sta tentando di ottenere un lavoro.

Ma io sono così interessante, complicata, imperfetta. Sono un uomo affascinante, dalla barba incolta, nella pubblicità di un liquore qualsiasi. Ho imparato a ordinare e a bere il whisky correttamente, dopo aver guidato per centinaia di chilometri in preda ad una follia dalla grana cinematografica. La colonna sonora era perfetta – canzoni su incidenti stradali – e io ero uno dei miei personaggi, quello che va a farsi ammazzare, perché i finali tragici sono meglio. Io sono quella che porta a compimento una missione suicida pregustando come sarà scriverne, collegare i puntini, dare stabilità all’impalcatura che fluttua sul precipizio.

Collegare i puntini è un esercizio iniziato da adolescente, per spiccare il volo e abbandonare la periferia dell’impero. Chiudendo gli occhi mi sentivo veramente altrove. Spalancandoli vedevo tutto con chiarezza: ero un volatile con una catenella molto lunga al collo.
Ora al gioco dei puntini ci torno perché a livello narrativo funziona meglio di un discorso sulle tendenze generali, gli outlier e le deviazioni standard. Suona meglio. Nella mia testa è più vero. Posso scorgere altre persone intente a riconoscersi in un testo all’interno del quale spiego di aver trovato il coraggio di andare a Roma da Trento, in auto con degli sconosciuti, nella mera voglia di scopare che mi stava traforando il cervello. Posso udire sussulti oltre la superficie delle pagine, e il silenzio sospetto del fiato trattenuto troppo a lungo, quando arrivo a parlare del letto in prestito, ai piedi del quale ci sono avvallamenti di vestiti accartocciati e fazzoletti sporchi, e sulla cui superficie bianca ci siamo io e il ragazzo di cui parlo nella fanzine. Se non avessi unito i puntini, la situazione non mi apparirebbe così assoluta e irripetibile, così traducibile in un approdo vero. Al contempo, conoscendo la colorazione rosea delle storie in cui il lieto fine è preceduto da altre circostanze liete, mi aspetto la tempesta.

Non arrendersi (in un pigiamino scoordinato)

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La disoccupazione rende il mio umore fluttuante.
Me ne sto rintanata a Trento ad aspettare che delle idee interessanti si formino nella mia testa, a mandare domande di lavoro, studiare bandi, report e libri di varia natura.

Dopo anni di sedentarietà, giustificata con gli impegni universitari, ho ricominciato a correre e ad andare in piscina. Mi pare che aiuti, o per lo meno che compensi le serate consumate attorno a birre economiche e strumenti musicali suonati male.

Non passa giorno senza che mi trovi a constatare che il mio problema, a conti fatti, è sempre stato avere troppe passioni in contemporanea, ed essere volubile. Aspiro a conoscere tutto degli ambiti che catturano la mia attenzione, ma il completismo non è mai stato il mio forte. Questo fa di me una buona conversatrice da salotto, ma si traduce in un curriculum vitae schizofrenico e in potenziali datori di lavoro che dichiarano di non comprendere il biforcarsi della mia storia.
Ad esempio, sono ormai otto anni che mi viene chiesto perché non ho studiato Lettere. Ogni volta io rispondo che la ricerca sociale era il mio inevitabile approdo. Senza la mia formazione sociologica non sarei mai arrivata ad edificare Soft Revolution con le mie amiche, ma questo non è così automatico da comprendere.

Se non ricordo male, l’aveva detto già Durkheim nel 1893 (ne La divisione del lavoro sociale), che i processi di specializzazione tipici della modernità avrebbero portato a vantaggi non da poco (in ambito industriale, ad esempio) e a crisi esistenziali assai colorite, nelle persone come me. Io vorrei altre sei o sette vite per fare tutto quello che mi piace, senza dover sacrificare nulla, e portandomi a casa i soldi per campare dignitosamente.

Poi, certo, spesso capitano le giornate oscure, in cui mi pare di non saper fare niente, perché ho studiato una cosa che sul mercato del lavoro italiano viene valutata poco, o perché la mia esperienza editoriale è asistematica, ufficiosa. Ciononostante non sono capace di stare ferma, e allora tra un progettino e l’altro capita che mi vengano delle idee belle, magari mentre sto andando all’ufficio postale a spedire delle fanzine o facendo lo slalom di corsa tra i vecchietti che passeggiano prima di cena.
Quelli sono i momenti in cui riesco a scrollarmi di dosso la falsa impressione di apparire già arresa (principalmente perché passo molto tempo nei miei pigiamini scoordinati, che poi spesso sono vecchie magliette di band tanto amate), e in cui le mie plurime passioni trovano un equilibrio e una loro reciproca sensatezza.

L’ultima idea alla quale sto lavorando e che vorrei trasformare nella base di un impiego vero ha a che fare con Soft Revolution e il mio eterno ritorno agli spazi e alle esperienze associati agli anni della scuola dell’obbligo (medie inferiori e superiori in particolar modo).

Insomma, io ci provo, almeno per un altro po’, perché voglio essere sicura di aver tentato ogni singola via, prima di spostarmi altrove.

[img: fonte]

Un esempio di invasione del mio spazio vitale (1 maggio 2014, Trento)

Donna terzomondista sulla quarantina mi chiede di ballare.
Sono di granito. La invito a desistere.
Donna terzomondista dalle ampie vesti azzurre mi tocca le mani.
Non mi so divertire. La invito a desistere.
Donna terzomondista dagli arti flessuosi mi bacia una guancia.
“Grazie”, le dico.

Young Offenders

Caro Diario,

tra un’ora scarsa andrò a prendere in treno. Il mio solo bagaglio è un borsa contenente il portatile e la sega musicale.
Diario, torno a Vicenza per qualche giorno, giusto il tempo per la possibile esplosione del centro storico.
Nutro un lieve timore all’idea di rimettere piede in stazione, dove ieri sera ho sentito un capotreno lamentarsi delle coppiette che rallenterebbero il traffico ferroviario baciandosi troppo a lungo sui binari.
Ero troppo triste per dire qualcosa. Ho solo immaginato che, improvvisamente, il vuoto che si stava creando dietro le mie costole diventasse visibile anche a lui.

Stanotte ho fatto in incubo terribile all’interno del quale mi ero appena svegliata e attendevo pietrificata che venissero a polverizzarmi, consapevole del fatto che era tutta colpa mia, che me ne stavo ferma sul divano sul quale mi ero addormentata.
Torno a Vicenza per cambiare superficie d’appoggio. Anche quest’anno ho saltato la Pasqua in famiglia sostinuendola con attività moralmente dubbie. Almeno stavolta non ero sola.

Nirvana (Tre variazioni sul tema)

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I.
Sono vestita a festa, il che significa che ho una corona di fiori e pezzi di Barbie in testa. I miei amici Laura e Alessandro si sono appena laureati. Alla loro festa, mi occupo del 50% del dj set d’accompagnamento.
Un tizio sconosciuto mi si avvicina. Sono in un angolo della sala, in compagnia della mia birra, a sfogliare playlist. Con fare da grande esperto della vita, il tizio sconosciuto mi chiede polemico, “Un po’ di musica bella no, eh?”. Gli sorrido. “Definisci musica bella”.
“I Nirvana”, risponde.
Questo tizio ce l’ha scritto in faccia che vuole Smells Like Teen Spirit. Il suo sopracciglio arcuato suggerisce che non ballerebbe, se anche la mettessi, perché è troppo serio per certe cose. La natura deprecabile della domanda con cui si è introdotto nella mia vita mi lascia inoltre intendere che i suoi ascolti siano quanto mai conservatori e stantii. So che ignora i Pixies. Se mettessi i Pixies al posto dei Nirvana, tornerebbe a rompere il cazzo.
Sono ad una festa e ho qualche birra in corpo. Sto cercando di essere lieta, almeno per qualche ora. In altre circostanze gli risponderei sfoggiando uno dei miei tradizionali Sorrisi Palesemente Falsi, accompagnato da Opinion. In questo caso decido che egli non merita. Se fosse un degno ascoltatore dei Nirvana, non avrebbe chiesto i Nirvana.

II.
Sono in piazza Fiera, in quel di Trento. C’è un palchetto e della gente che ci suona sopra. Bevo deliziosa birra artigianale con Baldra e altre colleghe incontrate lì per caso. L’evento è un classico trentino: musica trascurabile, retorica solidale, finanziamenti provinciali e studenti fuori sede che sono lì sono per l’alcol.
Dopo una band di minorenni di cui apprezzo la sobria batterista, sale sul palco un tizio smunto vestito come una versione trentina del tardo Kurt Cobain. Comincia a suonare. Tra il pubblico c’è chi mostra di non capire. Qualcuno ride. Baldra ed io ci avviciniamo per guardarlo da vicino. Sotto il palco non c’è anima viva. Il tizio sembra un impersonatore di Cobain. Avrà più o meno la mia età. Le sue canzoni originali sembrano cover fatte male dei Nirvana. Lo ascolto per un po’, dicendomi che dev’essere una persona molto triste. Un vero caso umano.
Tra un pezzo e l’altro egli smette di biascicare e dice, “Immagino che non capiate, dato che i testi sono in inglese”.
Senza pensarci, gli urlo dietro: “Ci stai sottovalutando”. Sono sotto il palco. Fa finta di non avermi sentita. Dopo un po’ suona Smells Like Teen Spirit.

III.
Deve essere più o meno mezzanotte. Siamo fuori insieme da sole per la prima volta, non lontano dalle nostre rispettive dimore. Beviamo una birra piccola dietro l’altra, per illuderci di essere morigerate. Tu mi racconti della tua vita e io ti racconto della mia. Ci conosciamo superficialmente da anni, ma non abbiamo mai avuto questa conversazione prima. Tocchiamo argomenti difficili, che in molte circostanze eviterei, perché sembra inevitabile che si arrivi a fine serata soddisfatte, meno irrequiete. Mi parli della tua pre-adolescenza senza musica e del momento in cui hai cominciato a cercarla. Forse sarà l’alcol in corpo, ma quasi mi commuovo quando ricostruisci per me il momento in cui hai sentito per la prima volta i Nirvana alla radio. Anch’io ricordo com’è stato ascoltarli per la prima volta. Te lo racconto, e tu annuisci sorridendo quando uso la parola rumore.

(foto via dallospazio)

I’d like to feel it but it just isn’t real

I viaggi in treno in solitaria sono l’occasione principe (o principessa?) per comporre nastroni finti del tutto privi di consistenza. Eppure nel corso di settembre le mie trasferte non sono state fruttifere in tal senso. Solo qualche giorno fa ho realizzato che il mio fallimento nel comporre una playlist settembrina era imputabile all’esistenza del nastrone noto come “giugno – luglio 2012“. Non avevo nulla di nuovo da dire.
Un paio di giorni fa ho compiuto venticinque anni. Quando ci penso, non provo granché, nonostante le battute sprecate sulla mia anzianità. Sto cercando di evitare che l’apatia mi liquefaccia. Guardo i tombini straripanti di Trento e penso “No, le fogne, no. Manterrò la mia forma solida”.
Ho ricominciato a leggere Asimov, perché a quanto pare egli è l’unico autore che riesco a tollerare quando tutto il resto mi deprime a punto tale da contringermi all’indifferenza.
Vago per Trento ascoltando i New Order e assorbendo gli sguardi dei passanti e le risatine isteriche delle preadolescenti bacchettone. Qualche tempo fa avrei avuto visioni, odorato sequenze di parole struggenti dell’aria, sentito elettricità negli arti. Ora mi sembra di non provare alcunché, e nel prenderne atto me ne preoccupo, fisso il cielo coperto e le fronde di un albero.
Fatico a scrivere. Non trovo le parole, come se esse non esistessero e i neologismi non mi fossero concessi. Non mi sono mai sentita così prima. Mi sono mancate le parole tante altre volte, ma in quei casi le sentivo sulla punta della lingua. In queste settimane mi limito a riconoscere che se mi concedessi la riproduzione per iscritto di ciò che sto passando, poi starei meglio, com’è sempre stato. Ma non ci riesco. Le mie parole suonano aride, prive di vita.

I miei capelli blu

Qualche tempo fa scrissi un articolo per Soft Revolution che toccava una questione a me molto cara, ovvero quella delle risposte diversificate a scelte estetiche “balorde” sulla base dell’età dell’interessato. Nello specifico, avevo fatto l’esempio di una donna non più adolescente che decida di sfoggiare capelli blu (citando un articolo uscito su XOJane) e comportandosi poi come se non ci fosse niente di particolarmente strano nella sua scelta.
All’epoca i miei capelli avevano un aspetto abbastanza normale. Erano ormai diversi anni che non li decoloravo per sfoggiare tinte del tutto innaturali, anche se durante il primo anno di università li avevo rasati quasi a zero suscitando le reazioni più disparate e poi ero stata “rossa” per un bel po’ di tempo.
Un paio di mesi fa decisi di concedermi un ciuffo turchese, che volevo dai tempi dai superiori. Frequentando una scuola con regole assai rigide circa l’abbigliamento consentito, sapevo che presentarmi alla preghiera mattutina con i capelli di un colore strano sarebbe stato un problema. Durante le superiori mi sfogai dunque solo durante le vacanze estive, mentre durante il resto dell’anno optavo per più sobrie tinte rosse o nere con riflessi blu.
Quando raccontai alla mia coinquilina di New York che mi sarebbe piaciuto concedermi una tinta blu, ella mi rispose, sorridendo, che oramai eravamo troppo grandi per certe piacevolezze adolescenziali. Mi turbò il fatto che a dirmelo fosse una ragazza di ventun anni che guardava alla sottoscritta come alla coinquilina più vecchia, abile ai fornelli e sempre attenta ad avere delle birre in frigo.
Una volta tornata in Italia acquistai l’occorrente per decolorarmi il ciuffo e usai la tinta blu che avevo comprato a New York poco prima di tornare a casa. Notai fin da subito che, quando vagavo per Trento con le cuffie alle orecchie, venivo fissata più del solito. Diverse volte mi capitò di beccare persone che si erano fermate a guardarmi come se la mia persona costituisse un’apparizione profondamente anomala nel quieto paesaggio urbano trentino. Tale reazione poteva farmi piacere o infastidirmi, a seconda dei giorni o delle specifiche reazioni riscontrate. In ogni caso mi pareva assai ridicolo che nel 2012 i miei capelli non passassero inosservati.
Schermata 2012-08-27 a 21.25.34.pngUn tempo avrei usato della tinta blu per mostrarmi diversa o per gettare scompiglio nella mia scuola. Oggi, invece, ho scelto di farmi un bel ciuffo colorato perché mi piace e perché penso che mi doni. Non l’ho fatto per qualcun altro (anche se i complimenti fanno sempre piacere), ma per me stessa.
A distanza di due mesi dalla prima applicazione, mi trovo a scrivere questo post per provare a decostruire alcune delle reazioni alla mia scelta estetica.
In primo luogo, ho notato che diverse persone che mi hanno conosciuta dopo che i miei capelli erano diventati parzialmente blu hanno dato per scontato che io fossi molto più giovane dei miei quasi venticinque anni, mentre di solito le persone tendono ad indovinare la mia età. Evidentemente continua a sembrare strano che una ragazza non più adolescente, dal modo di fare timido e la parlata seriosa possa tingersi i capelli di blu.
In secondo luogo, ho cominciato ad avere discussioni folli con i miei genitori a proposito dei miei capelli. In passato i miei parenti ebbero più volte da ridire sulla mia capigliatura, insistendo soprattutto sul fatto che mi stavo abbruttendo rasandomi o portando tagli corti. Sul fronte delle tinte tendevo ad autodisciplinarmi per evitare punizioni a scuola, quindi ricordo pochissime discussioni in proposito.
Negli ultimi tempi, invece, mi sono sentita dire diverse volte che questa tinta mi sta male, che “dovrei piantarla” e che mi sono rovinata i capelli. Ho spiegato ripetutamente che a me questa tinta piace molto e che ho intenzione di mantenerla ancora per un po’, ma i discorsi non sono cambiati. Non passa giorno senza che mi cadano addosso battute sulla mia presunta bruttezza, nonostante io abbia fatto lo sforzo immane di comunicare ai miei genitori che certi discorsi mi fanno stare male e che alla lunga cominciano a minare la mia instabile autostima. Ciò che i miei genitori stanno cercando di dirmi è che con una tinta normale o con il mio colore naturale tornerei ad essere una bella ragazza. Sono sempre stati i primi a dirmi che non avevo motivo di sentirmi brutta, ragione per cui questa radicalizzazione delle loro osservazioni mi lascia talvolta senza parole.
Ad un certo punto ho cominciato a rispondere dicendo semplicemente che i miei capelli sono affar mio e che la smettessero di parlarne, ma non è servito a niente. Quest’esperienza ha riportato alla luce tanti disparati ricordi di situazioni in cui le mie scelte estetiche più o meno anomale erano state criticate fino a ferirmi. Lo stesso discorso vale per i cosiddetti consigli amichevoli di chi mi disse: “Guarda, stavi meglio prima/La prossima volta rifatti quel vecchio taglio/non mettere queste calze/mettiti qualcosa di nero/mettiti qualcosa di colorato”. Dalle scuole medie in poi ho sempre scelto con attenzione ciò che mi mettevo, anche se potevo dare l’impressione di aver fatto il contrario. Con i miei vestiti volevo comunicare qualcosa. Quando qualcuno li criticava o suggeriva che mi abbigliassi diversamente, ci stavo molto male, perché sentivo che una parte di me era stata rifiutata. Non ho mai riflettuto attentamente sulla questione fino ad oggi, perché si tratta di un processo doloroso, che riporta alla mente tanti banali episodi di muto indietreggiamento e invisibile solitudine.
Anni fa le mie motivazioni nell’abbigliarmi ed acconciarmi in modo vistoso potevano essere eminentemente sociali: volevo che le persone “come me” mi notassero e diventassero mie amiche. Oggi questa dimensione si compenetra con un lento percorso, attraverso il quale sto cercando vedere bellezza in me stessa, dato che per lungo tempo non è stato così. Non mi vergogno a dirlo perché non ritengo più che si tratti di una ricerca frivola: ho sempre voluto essere bella, a modo mio e come tutti, ed essere apprezzata dagli altri, solo che non ero pienamente in grado di ammetterlo. Ora riesco a vedere me stessa, il mio corpo e le mie scelte all’interno di un quadro più ampio. Posso riconoscere il modo in cui le aspettative sul corpo delle donne e sul loro autodisciplinamento alimentano quei consigli amichevoli che mi fecero soffrire quand’ero una ragazzina e che mi fanno soffrire tutt’ora, anche se in modo diverso. Tornano a galla i commenti disgustosi di chi, dopo che mi ero rasata i capelli, mi disse con disprezzo che sembravo lesbica, o la crudeltà delle presunte amiche delle superiori che si radunavano vicino alle macchinette del caffè parlando a voce alta di quanto ridicoli fossero i miei vestiti, perché diversi dai loro. Possono sembrare semplici commenti cattivi da lasciar correre, perché insignificanti, ma basta mettervi mano per pochi istanti per realizzare che comunicano ben altro e che questo altro è cosa complessa.
Quando dico ai miei genitori che amo i miei capelli blu e che offendendoli offendono anche me, leggo tracce di incredulità sul loro volto. Sembra quasi che avessero archiviato i miei giorni da ragazza troppo colorata, facendoli diventare ricordo, e che il mio attuale aspetto sia letto come un’anomalia. In genere, se una delle loro battute mi infastidisce, lo faccio notare e il problema si risolve con rapidità. In questo caso le mie risposte sono state molteplici, ma nulla è cambiato. Mi sono arrabbiata, ho cercato di spiegare con fare quieto i motivi della mia scelta, sono stata zitta, ignorandoli. Sembra quasi che le pressioni quotidiane siano un modo inconsapevole per costringermi a coprire quel blu così fastidioso e tornare ad essere una persona presentabile.
Il problema in tutta questa vicenda è che io non ho mai smesso di sentirmi presentabile. Ho mantenuto la mia usuale compostezza e, nonostante le occhiate moleste per strada, gli sconosciuti hanno continuato a chiedermi indicazioni e le signore anziane non hanno smesso di essere amichevoli con me, come è sempre stato. Non mi sento diversa. Al massimo mi sembra di apparire più simile a come mi sento interiormente rispetto al periodo in cui avevo l’impressione che i miei capelli fossero un po’ banali.
Non posso fare a meno di pensare che le pressioni familiari, un tempo ben più lievi, siano legate alla mia età. Come scrivevo nel mio articolo per Soft Revolution, agli adolescenti è spesso concesso di apparire disordinati e diversi dai modi in cui ci aspetta che gli adulti si vestano o si presentino. Nel mio caso, sembra che qualcosa sia andato storto, come ben illustrano i commenti di mia nonna, che ha inquadrato il mio ciuffo blu come un colpo temporaneo di matto. Nessuno, tra gli adulti più critici con cui ho parlato, sembra credere che io ami i miei capelli. Tutti si aspettano “che metta la testa a posto” e torni a sfoggiare il mio “vero colore”. A turbarmi è soprattutto il fatto che, alla luce delle mie spiegazioni, nulla sia cambiato. Sembra che il mio sentirmi a mio agio e le scelte che faccio riguardo alla presentazione del mio corpo debbano essere sottomesse ad un’idea condivisa di appropriatezza e di bellezza. Il motivo per cui queste critiche non mi convincono è che ignorano i modi attraverso cui un abito o un colore di capelli innaturale possano divenire corazza o scudo per una persona. Poi, certo, dovrò fare dei compromessi, così come li ho già fatti tante volte in passato, ma ciò non toglie che questo discorso resti e che, dal mio punto di vista, non sia per niente frivolo.
(nella foto: il modo in cui porto i capelli in questo periodo, con il ciuffo blu raccolto in una piccola treccia)