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Author Archives: Splash1

Soft Revolution va davvero ai Macchianera Awards e io mi esalto

Momenti di grande gaudio: Soft Revolution ha superato la prima fase di sbarramento dei Macchianera Awards, ottenendo una candidatura in due categorie (miglior sito rivelazione e miglior articolo).
Come già spiegavo di recente, quando vi ho chiesto di candidare la webzine che dirigo con molto piacere da più di due anni, questa è una faccenda abbastanza (nel senso di molto) importante per la sottoscritta e per tutta la redazione. Sarebbe quindi assai pregevole se procedeste ora con il voto definitivo, così da mandarci liete e soddisfatte alla BlogFest.
Per votare e per tutte le info, cliccate qui.

Facciamo che, nella solitudine della mia stanza, io sono la versione isterica

Tutte le statue della Madonna
prodotte dai primi del ‘900
sono pensate per piangere
un liquido rosso
simile al sangue.
Il fatto che solo alcune di esse
lo facciano
non significa:
miracolo, truffa.
Quelle che piangono
un liquido rosso
simile al sangue
sono statue isteriche,
esplose,
annientate dall’impossibilità
di aprire bocca.
Le altre potrebbero diventarlo
in futuro;
per il momento si limitano
ad un decoroso contegno.
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(img: Tracey Emin)

It was the black wolf they call nothing

Mi hanno presa e messa sotto vetro,
senza la possibilità di celarmi
schermarmi
così ho deciso di dimenticare
di essere una volpe.
Ho deciso di cessare di esistere
(di essere carne viva)
per diventare scorza vuota
sotto lo sguardo dei curiosi.
Ho deciso di dimenticare
di essere una volpe.
Ho scelto di mondare la lingua
per tornare umana.
Una ragazza
sotto una campana di vetro.
Non riusciva
a leggere e scrivere.
Aveva dimenticato come.
Quante parole rimosse?
Quanti animali ridotti ad illustrazione
in un libro per bambini?
Ora lavo via la terra da sotto le unghie
per cancellare le mie debolezze
e indosso scarpe
abiti
mi limito ad annusare gli estranei
in sogno.
E tu, sei tornato umano?
Hai riconquistato la tua purezza?
Non sei mai dove mi aspetto di scorgerti.
Sei sempre sotto la luna,
quando dimentica di te,
contemplo il cielo limpido nella notte,
e sei sempre al mio fianco,
quando dimentica della mia forma,
mi riscopro volpe.
Canis lupus,
che splendida creatura.

Archivio:
Volpe 1
Volpe 2
Canis Lupus
I’ll Not Contain You
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(foto: Phil Elverum)

Dev’essere la maledizione del rincasare dove non ho casa

Dev’essere la maledizione del rincasare dove non ho casa. Dev’essere per questo che ogni volta mi sento sprofondare e ogni volta conto sulla punta delle dita le persone da chiamare e ogni volta, quando mi accorgo di essere sola, penso alla mia mano sinistra mozzata sul pavimento del salotto.
Dev’essere la maledizione del rincasare dove non ho casa, perché altrove posso fluttuare e ho persone da chiamare e non sono sola.
Dev’essere la maledizione del rincasare dove non ho casa. Le persone che ho perso perché non mi so comportare; le persone che desiderio: quelle che non si sanno comportare. Le scelgo una ad una tra mari di prevedibili e di concilianti, onde evitare la noia. Le chiamate perse: quelle sporadiche, quelle inedite, quelle rituali. Sono passati mesi, e nel silenzio l’odio si fa comprensibile.
Non avrei dovuto urlare. Dovrei sapermi comportare. Tenere le mani a posto.
Dev’essere la maledizione del rincasare dove non ho casa.
Dove mettere le mani? In tasca? Su di te che mi vorresti più floreale? Su di te che mi hai abbandonata tra radici e foglie decomposte? Su di te che sprofondi nella noia quando apro bocca per parlare? Su di te che sei stato tra i morti e ora dici di essere tornato?
Dove mettere le mani? Nei musei non si possono toccare le opere esposte, così mi limito a guardarle cercando di non mettermi a piangere. Devo tenere le mani in tasca. Devo essere forte. Devo sapermi comportare. Essere presentabile. Contenuta. Devo assorbire la bellezza che ho di fronte senza crollare. Devo prendervi casa, anche se il mio aereo parte tra sette ore. Chiudo gli occhi e cammino nell’oscurità, su quella che un tempo era una pista d’atterraggio. Mi sento al sicuro. Il vento contro la braccia nude: sono a casa. Le mani aperte, sospese, immerse in una lunghissima carezza: casa. Posso lasciarmi galleggiare. Le cose importanti le posso dire senza fare premesse. Non sono sola.
Berlin-Tempelhof-2012.jpg

Cranio di velluto

2v.jpg
Facebook dà ad intendere che la mia vecchia amica
non più tale
sia passata al lato oscuro,
ai saldi valori morali
degli artisti affiliati a Casa Pound.
I suoi lucidi capelli neri
stirati alla perfezione
prima di un concerto
incentrato sui saldi valori morali
dell’artista affiliato a Casa Pound
che sul palco sta fermo,
perché è così che si comunica marzialità.
Il mio
– il nostro stupore,
quando constatammo che era vero.
Vero! Non una bizzarra voce di quarta mano!
Allora aveva ragione mia nonna
che per principio rifuggiva gli estremi
e che al primo appuntamento chiese a mio nonno
“Lei è simpatizzante fascista? Comunista?”,
ché da quelli era bene stare alla larga,
senza perdere tempo in annosi distinguo.
A mia nonna gli skinhead parevano tutti uguali;
sapeva a malapena della loro esistenza.
Inutile narrarle storie
che parevano pescate
dalle genealogie dall’Antico Testamento.
Neanche degli sharp c’era da fidarsi.
Brutti ceffi pure loro,
ché la virtù sta nel mezzo,
e questo è buon senso,
mica ideologia.
La mia vecchia amica
non più tale
e una sequenza di crani
e nuche rasate,
su un tiepido sottofondo oi!.
L’oscillazione tra due estremi
che a mia nonna parevano identici
non ha risolto il problema cittadino
delle minacce baritonali,
delle finte da cortiletto d’infanzia
e dei bicchieri infrangibili
frantumati con fragore sul setto nasale
degli uomini dal cranio di velluto.
Teneri hooligan di provincia
che ubriachi mi salutano
dopo una fallimentare trasferta
in un’altra arida terra del nord est.
Meglio loro o
gli artisti affiliati a Casa Pound?
Meglio loro o
il ragazzo del centro sociale
che con agilità augura morte aspra ai propri nemici?
I saldi valori morali di chi invoca roghi
entro cui far ardere
e consumare nel dolore
le carni tatuate dei propri nemici.
I cori
che odo in lontananza
quando penso alla mia amica
non più tale,
che con precisione
ha perseguito la via
dei crani rasati e delle carni tatuate
dei nemici dei suoi ex.
I saldi valori morali di chi resta fedele
alla monotonia di crani di velluto,
tra di loro
simili al tatto,
e nel tempo.
Ci vuole perseveranza
per permanere sullo stesso involucro d’uomo.
E ci vuole spirito di abnegazione
per farsi compagna di crani di velluto
che come i cani
di sovente si scontrano con soglie
sulle quali è segnalato
che lì quelli dell’altra fazione
devono stare alla porta.
I saldi valori morali
degli artisti affiliati a Casa Pound
mi fanno una certa tristezza,
ma c’è anche da dire
che io certe cose proprio non le capisco,
e rispondo con voce incerta
ai saluti dei teneri hooligan di provincia
che mi sorprendono intenta a bere cabernet
sotto un vessillo dei Maiali inquinanti.
Mi chiedo se,
per la mia vecchia amica
non più tale,
il leitmotiv del cranio di velluto
dopo qualche anno non sia diventato
un veicolo tattile
per viaggiare nel passato,
per chiudere gli occhi e rivisitare
vecchi amici
non più tali;
giusto un attimo,
il tempo di una carezza,
per ricordare quando si era unica carne
e foto appese ai bordi di un letto.
(foto di Gavin Watson)

Soft Revolution VS Macchianera Awards 2013 (#MIA2013)

Mastro-7-Macchianera-Blog-Award.jpgNella mia vita ho combinato alcune cose delle quali sono abbastanza orgogliosa e credo che, dovendo fare una classifica, adesso come adesso al vertice ci piazzerei Soft Revolution.
Se il sito vi piace e trovate che abbia un senso, quest’oggi vi invito a candidarlo ai Macchianera Awards 2013. Se le colleghe ed io riuscissimo ad entrare nella top 10 delle due categorie per le quali di proponiamo, sarebbe una gran cosa .
Qui ci sono tutte le istruzioni da seguire per il voto.
Grazie!

Il canto degli uccelli

Sto cercando di scrivere il capitolo più arduo della mia tesi. Ci ho lavorato un po’ nella mattinata e poi, prima di tornarvi nel pomeriggio, ho guardato un documentario della BBC sul canto degli uccelli.
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Il documentario, Why Birds Sing, è incentrato su alcune domande poste da David Rothenberg, un filosofo e musicista jazz, che da anni si dedica allo studio del canto degli uccelli. Secondo Rothenberg, la comunità scientifica ha da sempre tentato di comprendere il canto degli uccelli fermandosi sulle due cause primarie che ne sarebbero la scaturigine: la necessità di riprodursi e di difendersi. La tesi di Rothenberg è che questa visione sia limitante e che in realtà gli uccelli cantino anche per piacere. Le domande ch’egli solleva, dunque, sono rivolte agli scienziati che, da diversi ambiti di partenza, si occupano delle pratiche canore degli uccelli.
Durante l’intera durata del documentario ho continuato a sentirmi strattonata tra i due estremi di quello che di norma percepisco come un continuum: da una parte l’estremo rigore scientifico, dall’altro la libertà della produzione artistica. Non a caso, si tratta di una divisione e di un’ambiguità che sento da tempo viva nella mia persona e che non di rado si concretizza in frustrazione, sia che io voglia dedicarmi alla ricerca scientifica, sia che io mi abbandoni ai processi che talvolta danno risultati artistici.
Nel documentario Why Birds Sing viene illustrato direttamente ed indirettamente il problema dell’incomuncabilità tra due campi che hanno per oggetto la stessa cosa, ma che se occupano con linguaggi e procedure diverse. Gli scienziati e gli artisti che hanno tentato di comprendere il canto degli uccelli paiono mossi dalla medesima urgenza di scoprire e descrivere un fenomeno indubbiamente affascinante, che non cessa mai di ispirare e catturare l’attenzione. Le prime divergenze sono riscontrabili nel momento in cui una persona appartenente ad un campo muove delle critiche alle procedure e alle domande sollevate da una persona appartenente ad un altro. In questo caso, l’esempio lampante è Rothenberg che si rivolge agli scienziati dicendo che è presuntuoso credere che solo gli esseri umani possano avere cognizione del fenomeno che chiamiamo musica, e che solo chi appartiene a questa categoria possa cantare per piacere e non per una finalità strettamente funzionale come difendere il proprio territorio.
Parte di me si è trovata a condividere, almeno in parte, questa posizione, non tanto nella specificità del suo contenuto, ma nella frustrazione vissuta da chi coglie i limiti insiti in procedure d’analisi basate sulla quantificazione dei fenomeni osservati. Con questo non intendo dire che esse siano sbagliate, dato credo invece che siano fondamentali e valide. Vedo però, dalla mia posizione di scienziata sociale, i limiti di chi tratta i casi particolari da outlier, e produce teoria di conseguenza.
OutlierScatterplot_1000.gifCon il tempo ho realizzato che molte cose che mi interessano potrebbero essere definite statisticamente irrilevanti, e che problemi che a mio avviso andrebbero sollevati con molta più forza nell’ambito delle scienze sociali, o restringendo ancora di più, nel settore metodologico che mi compete, sono letti dalla maggioranza dei miei colleghi come problemi da outlier. Un problema da outlier è un problema che ha un impatto solo su pochi, ad esempio il fatto che i questionari che vengono prodotti e somministrati da parte dei membri dell’accademia offrano solo risposte dicotomiche alle domande sul genere delle persone (Uomo o donna? Maschio o femmina?) e che, anche dopo aver ascoltato le ragioni di chi fa notare che tale dicotomia costituisce una forma di violenza nei confronti di chi non si identifica così, oltre che una riduzione a monte della complessità che si va ad indagare, molti ricercatori rispondano dicendo che comunque la numerosità delle altre possibili categorie sarebbe scarsa, rendendo questi gruppi statisticamente irrilevanti.
Il mio problema, che forse è a sua volta un problema da outlier, sta nel fatto che mi sento spaccata come un ghiacciaio sul punto di scomparire, perché mano a mano che passano gli anni, sento di star acquisendo la capacità di ascoltare con abbandono le mie voci interiori e quelle degli altri, e poter di creare di conseguenza, ma al contempo riesco a scorgere con chiarezza le cancellate che a volte paiono trasparenti a chi non conosce le finalità e le procedure della ricerca scientifica, e non di rado sono la prima a reagire con fastidio quando dei profani tentano delle invasioni di campo, cercando di spiegare a chi ha studiato un certo tema o fenomeno per molto tempo che sta sbagliando, e come dovrebbe fare altrimenti.
Ad esempio, mentre guardavo il documentario, ho pensato che l’insistenza di Rothenberg nel voler dimostrare la musicalità del canto degli uccelli non avesse molto senso, nel momento in cui assumiamo che l’idea stessa di musica sia un costrutto. Da un certo punto di vista è lo stesso problema che ho con molti miei colleghi che blaterano dandosi un tono senza sapere veramente di cosa stanno parlando, o quello che emerge quasi sempre quando mi trovo a discutere con studenti di filosofia convinti di potermi fare a pezzi solo perché il loro discorso suona logico e fila liscio, anche se non ha alcun tipo di ancoraggio empirico.
Mi viene da pensare che tutti vivremmo meglio se chi non ha gli strumenti per comunicare con gli scienziati stando sullo stesso piano mettesse da parte la pretesa di fare scienza, ma al contempo sono la prima a muovere continuamente critiche alle pratiche gerarchizzanti stabilite da chi ha il controllo sulla definizione di cosa è o non è scientifico, e di conseguenza di cosa è o non è rilevante in un dato ambito. E sono poi la prima a trovare presuntuoso l’atteggiamento di moltissimi accademici convinti che l’erudizione e l’accumulo di conoscenze li rendano migliori di chi non ha studiato tanto quanto loro.
Tornando a calare queste osservazioni su di me, mi rendo conto di essere portata a leggerle come l’ennesimo esempio di uno scarto senza nome che vivo sulla mia pelle da quando ho cominciato a sentirmi e ad essere trattata da outsider, diversi anni fa.
Non accetto l’idea che la capacità di produrre arte sia semplicemente una dote innata, ma al contempo non so spiegare perché mi sento in certi modi e perché tendo a gravitare attorno alle persone che, come me, hanno bisogno di creare e spogliarsi delle proprie banalità e dire a gran voce qualcosa per poter sopravvivere. Mi dico che non sono speciale, perché so scrivere grazie all’esercizio che compio di continuo da dieci anni e questa è una cosa che non richiede alcun dono, ma al contempo c’è dell’altro, qualcosa di impalpabile che è parte del suono della mia voce e del modo in cui mi commuovo all’idea che anche gli uccelli possano provare incondizionato piacere nel canto. La cosa alla quale non so attribuire un nome mi appare sempre più come il sigillo di appartenenza ad una società segreta, poiché crescendo ho scoperto che il mondo è pieno di persone come me, nella disfunzionalità, nella capacità e nell’urgenza di vedere oltre ciò che ci viene proposto come scontato e vero, e che queste persone usano talvolta parole che credevo solo mie, o me ne forniscono di nuove che mi calzano a pennello. Sono le persone i cui resoconti ricalcano quelli delle mie esperienze delle quali non ho ancora scritto, o delle quali ho scritto in un’altra lingua, su altri supporti, con altri intenti.
Il fatto che io non sappia individuare la fonte della quiete che provo quando riconosco in un’altra persona la cosa che, agli occhi della maggioranza, mi fa diventare così “strana”, rende ancor più ardua la mia posizione.
A volte mi trovo ad invidiare la sicurezza con cui certi presunti artisti parlano di sé o del lavoro degli altri, facendolo passare per un dono calato dal cielo. Allo stesso modo mi scopro intenta a disprezzare e desiderare la mancanza di dubbio leggibile sui volti di chi vede l’arte solo in termini di risultato e non di processo, di chi si focalizza sull’artista ignorando il contesto in cui questa persona opera o ha operato, di chi crede che sia tutta una questione di Essenze e di Perfezione.
Io vedo le cose diversamente, perché sono portata ad analizzare il mio lavoro e quello degli altri anche per mezzo degli strumenti che ho acquisito studiando sociologia e metodologia della ricerca sociale. Non vedo essenze, non vedo artisti solitari e ispirazione divina. Vedo l’arte come un ambito accessibile, molto più accessibile dell’accademia, ma forse questo dipende dal fatto che ho vissuto sulla mia pelle la chiusura e le procedure di selezione di quest’ultimo ambito, che spesso, almeno in Italia, sono influenzate soprattutto dalla disponibilità di una persona a piegarsi e farsi violenza pur di entrare nel sistema, e da altri fattori che non hanno nulla a che fare con il merito. Dall’altro lato, non ho mai avuto la pretesa di essere riconosciuta come artista, anche se ho avuto modo, di tanto in tanto, di mettere piede in ambienti nei quali, sulla carta, mi sarei dovuta sentire a mio agio in quanto scrittrice, ma nei quali, invece, ho provato solo alienazione e desiderio di tornare a casa, dalla mia società segreta più o meno tangibile, e nella quiete della mia stanza.
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Mi aspetto rigore da chi si dichiara esperto. Esperto di qualsiasi cosa. E mi aspetto riflessività intensa da chiunque produca rappresentazioni, indipendentemente che esse abbiano pretese artistiche o scientifiche. Quando parliamo di cose importanti, non mi va di prenderle alla leggera. Non mi va di prendermi meriti che non ho, di dire che ciò che di bello scaturisce da me è tale perché io ho un dono. So di non avere un dono. Faccio un sacco di fatica, ma la faccio volentieri, e so che spiegare il processo in questi termini lo rende più accessibile a chi crede di non avere talento, di non poter aspirare alla creazione di qualcosa di degno e significativo.
Persino l’immagine di un continuum ai cui poli ci sono scienza e arte mi pare limitante, perché credo che molti scienziati vedano bellezza nel proprio lavoro di ricerca, nelle minuzie che alla maggioranza appaiono irrilevanti. In sociologia si dice spesso che i sociologi tendono a studiare se stessi, collocandosi più o meno consapevolmente in ambiti di ricerca che li toccano in prima persona o in qualche altro modo, perché sono questi ad appassionarli di più, e non c’è niente di male in questo. Mi viene da pensare che anche nelle scienze dure avvenga qualcosa di simile, anche se in modo più sottile. Così come nel mio campo ci sono sociologi emotivamente coinvolti dal proprio lavoro di ricerca, sono certa che anche altrove vi siano scienziati che provano immenso piacere indagando la realtà, in modo non del tutto dissimile da chi prova soddisfazione descrivendo un’immagine in forma poetica e sentendo di aver fatto un buon lavoro, di aver detto la propria verità con tutta l’onestà possibile.
Il mio scarto, il mio status di outsider deriva dal fatto che queste similarità che sento e vedo, e che credo possano costituire un appiglio per chiunque voglia frantumare il muro dell’incomunicabilità che esiste tra scienza e arte, e spesso anche tra diversi modi di fare ricerca, sono per l’appunto un discorso da outsider, da outlier. Pensarci richiede sforzo e messa in discussione dei propri privilegi e delle certezze date dal permanere con insistenza nel proprio campo, senza mai uscirne. Parlarsi addosso è molto più facile di parlare con chi pratica altri linguaggi. Infinitamente più facile, per quanto faticoso possa sembrarci. Costruire ponti è arduo. Arduo per chi conosce il privilegio e arduo per chi è stato schiacciato dal privilegio degli arti.
Sul finire del documentario Why Birds Sing, parrebbe quasi che sia la squadra degli artisti ad aver guadagnato l’esclusiva sul diritto di parlare con profondità del canto degli uccelli, mentre gli scienziati sembrano passare invece per rigidi bacchettoni dediti alla quantificazione e a nient’altro. Ciò che ho notato io, invece, è la somiglianza riscontrabile nello sguardo di Rothenberg e di uno degli scienziati intervistati, nell’atto di parlare degli uccelli che hanno studiato. Rothenberg appare più articolato nell’esprimere le sue opinioni circa l’emotività di queste creature. Lo scienziato, invece, comunica il suo amore per gli animali ai quali ha dedicato decenni del proprio lavoro in modo prevalentemente non verbale, dicendo che le tesi di Rothenberg risulterebbero offensive nei confronti delle femmine destinatarie dei canti che entrambi gli uomini studiano da anni, come se il fatto che i maschi cantino per loro oltre il minimo indispensabile per attirarne l’attenzione fosse di per sé incredibile.
Penso che l’appiglio stia in quello sguardo, che è lo sguardo della passione e lo sguardo di chi si sente sotto attacco, con il rischio di essere privato del diritto di sentirsi e vedersi riconosciuto come competente in un ambito importante per la propria vita.
Penso che sia anche il mio appiglio, nel momento in cui non c’è ambito nel quale io riesca a sentirmi del tutto accolta e sicura, e non c’è ambito che non mi stimoli a tenere i piedi in diversi punti del ghiacciaio che sento frantumarsi sotto di me, e non c’è ambito che non mi spinga a scrivere con maggiore foga e ad accumulare nuovi spunti di ricerca. Ma questo è il modo di procedere dell’outsider, perché non è così che ci si costruisce una reputazione, e non è così che si accumula materiale che giustifichi la fatica agli occhi di chi vuole le prove, e non è così che si diventa parte di una comunità con tutti i crismi, e non è così che si diventa abili a fare aproblematici discorsi di circostanza e ad annuire con convinzione di fronte a chi blatera a vuoto.
È così che si procede per tentativi ed è così che vedo bellezza e descrivo bellezza e vedo un senso o una molteplicità di sensi nelle cose, ed è così che mi pare di avvicinarmi alla verità e di muovermi in una direzione che si armonizzi con la mia voce e con le voci della mia società segreta.
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Conforto

L’esercizio consiste nel predisporre appigli che userò in futuro.
1.
Penso alla scrittura che mi risulta più fluida e al contempo più lenta. I pensieri attorno ai quali roteo per settimane, talvolta per mesi, fino a che non arriva il momento di estrarli.
Lo sforzo che faccio per convertire le mie solitudini in qualcosa di diverso. Conforto.
Ho scritto del momento in cui si decide di avere coraggio e cominciare ad esporsi, per quanto doloroso possa essere, e la splendida risposta che ho ricevuto è stata questa, seguita da commoventi notifiche giunte alla mia casella di posta nelle ore successive.
Schermata 2013-07-16 alle 17.54.21.png
Ho scritto di un festival fidandomi delle voci nella mia testa, aprendo il racconto con due giorni d’anticipo sul momento in cui mi sono trovata fuori dai cancelli. Ho mischiato registri diversi e scritto esattamente il genere di cose che cerco, spesso invano, nei report altrui.
Dopo che il pezzo è uscito, ho ricevuto gli apprezzamenti, tra gli altri, di Maria Antonietta e Jacopo Lietti e questo mi ha resa molto felice.
2.
Sono stata presa per svolgere uno stage retribuito presso l’Ufficio Pari Opportunità della Provincia Autonoma di Trento, all’interno di un gruppo di lavoro dedicato alla violenza di genere. Ovvero: cose di mio gusto.
3. Durante l’ultima settimana ho percorso diverse centinaia di chilometri, in treno e in auto. Ieri sono salita a Trento con l’intento di restarci solo poche ore. Ho vissuto dei momenti di assoluta quiete sorseggiando birra fresca e buona su di una panchina sfasciata, e ho ascoltato bei dischi scrutando con la coda dell’occhio i paesaggi della Valsugana.
Una volta rientrata a Vicenza ho scritto questa cosa.

Le strade che ti si incidono nella memoria

Le strade che ti si incidono nella memoria
prima di aver imparato a leggere i cartelli
delimitanti i confini tra paesi.
Il primo viaggio solitario sulle strade
che sapevi riconoscere chiudendo gli occhi.
L’ampiezza di una curva
misurata tramite la forza con la quale venivi schiacciata contro il sedile posteriore.
I diversi modi in cui una strada può incidertisi nella memoria.
Sovrascritture repentine,
una volta che hai cominciato a guidare,
una volta abbandonato il sedile posteriore.
I nomi dei paesi, appresi viaggio dopo viaggio,
e poi dimenticati,
mentre le strade restano incise nella memoria.
Cenere sulle gambe.
Leggo poesie a voce alta
perché ho bisogno di toccare
grazia e bellezza
sentirle contro i denti,
sulla lingua.
Una svolta a sinistra
per raggiungere la casa di Cecilia.
Seguo le indicazioni per il cimitero.
Mi rendo conto per la prima volta
che non rivedrò più mio nonno.
Penso alle case che sono state vendute
ai paesi che ho smesso di visitare,
alle strade incise nella memoria corporea
dei miei genitori.
Le storie che mi furono raccontate senza che io le trascrivessi.
I corpi dei miei parenti.
Il motivo per cui mi tengo distante dalle bare aperte
è che non voglio sfiorare corpi che non possono sentirmi.

Ogni tanto mi ricordo che il prossimo inverno
sarò operata all’ospedale di Vicenza, reparto chirurgia maxillofacciale.
I miei denti del giudizio si sono ribellati.
Due uomini in camice azzurro
mi informarono del rischio non trascurabile
di perdita della sensibilità in due punti della mandibola.
La prima cosa che pensai fu:
pelle sorda alle carezze.
La seconda:
due lembi di carne che non accoglieranno mai
chi verrà dopo il disgelo.
Il chirurgo poggiò le dita su di me
ricalcando la linea del mento
affinché sentissi
dove potrei cessare di sentire.

Voglio dita sul mio volto
come bambini accoccolati sui sedili posteriori di un’auto
ad occhi chiusi
in ascolto delle vibrazioni del motore
e dell’ampiezza delle curve.
Voglio essere strada incisa nella memoria
di chi conserverà ancora elettricità nei polpastrelli delle dita
quando io non proietterò più ombra
e voglio essere parola scritta descritta trascritta e riscritta
da altri
e voglio labbra sulle mie costole
e inchiostro sulle mie clavicole,
corpi sospesi e radicati sotto la mia pelle,
il mio corpo radicato sotto la pelle di chi l’ha percorsa.

Lo percepisco al funerale di mio nonno


(sto ancora cercando le parole)